ROSEMARY’S BABY di Roman Polanski (1968)

18 Dic

Film TV: Guy è un attore teatrale, sua moglie si chiama Rosemary ed è in attesa di un bambino. I vicini, i Castevet, sono cordialissimi, per quanto un po’ invadenti. E Rosemary è un tantino apprensiva e paranoica, anche se bisogna capirla se nel suo stato si mette in po’ in ansia. Forse il film fondativo dell’horror moderno e forse il capolavoro di Polanski. La tensione (insostenibile) è creata a partire da un minuzioso realismo, e una New York luminosa e affollata diventa il luogo del terrore per eccellenza, della convivenza di paure ancestrali e fobie metropolitane. Sconvolgente il finale quasi “minimalista”.

Mereghetti: Il film dell’orrore dell’era Watergate, tratto dall’omonimo romanzo di Ira Levin che Polanski sceneggia con fedeltà e mette in scena con sobrietà, rinunciando del tutto agli effetti speciali consueti per il genere. L’unico film in grado di reiterpretare la lezione hitchcockiana in chiave personale e in rapporto al clima della società. Su un realismo descrittivo di fondo, Polanski innesta progressivamente un’angoscia surreale, tanto fantastica quanto inquietante, resa intensa dall’umorismo beffardo, dalle acute osservazioni psicologiche e da un senso di ambiguità diffusa e persistente. Passata alla storia del cinema horror la scena dell’evocazione del diavolo per l’accoppiamento infernale.

Morandini: Realtà o psicosi? Il polacco Roman Polanski, al suo primo film made in USA dopo tre britannici, affascinato dal senso di mistero che serpeggia nel romanzo di Ira Levin, ne cava un memorabile esempio di cinema della minaccia e ripropone il tema dell’ambiguità fino a farne la struttura portante della narrazione. È “un incubo cinematografico dove la possibilità di orientarsi tra fantastico e reale è persa sempre, mentre resta a dominare la scena la sensazione di angoscia ridotta al grado zero e perciò ancor più inquietante” (S. Rulli).

Rudy Salvagnini: Capolavoro di sottile ambiguità e caposaldo del filone demoniaco e paranoico, riesce a evitare schematismi e trappole etico-religiose grazie a una sapiente autoironia che non diminuisce mai l’efficacia del racconto. La demonizzazione dei vicini di casa, sorridenti e appiccicosi, è una delle cose più riuscite, assieme alla demonizzazione della famiglia e dell’amore coniugale. Tutta la città diventa un unico luogo di perversione, senza alcuna possibilità di scampo. Il film riesce a comunicare una ficcante sensazione di solitudine e di oppressione, mettendo a contatto l’ancestrale paura del diavolo con il traffico indifferente di Manhattan. Guida per molti autori successivi, ha lanciato definitivamente, anche dal punto di vista commerciale, Polanski. Ha inoltre segnato la carriera della fragile Mia Farrow e rilanciato come caratterista la vispa Ruth Gordon, vincitrice con questo film di un Oscar come miglior attrice non protagonista. Un mustassoluto, anche per le cupe ed efficacissime atmosfere create dall’ottimo William A. Fraker. Prodotto da William Castle. Esiste un seguito televisivo inedito da noi: Look What’s Happened to Rosemary’s Baby, diretto nel ’76 da Sam O’Steen

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