TOKYO MONOGATARI di Yasujiro Ozu (1953)

20 Dic

Morandini: Una coppia di anziani partono dalla cittadina costiera di Onomichi per Tokyo a far una rara visita ai due figli sposati. I temi cari a Ozu, l’instabilità della famiglia giapponese dopo la guerra, l’incomunicabilità tra generazioni, l’influenza negativa della vita urbana sui rapporti umani, sono raccontati con un doloroso pudore, una estrema lucidità, un linguaggio di depurata semplicità che ne fanno uno dei suoi capolavori insieme con Tarda primavera e Il gusto del sakè. Importante è il personaggio della nuora che impersona la morale specifica del film, “mostrando che chi ha meno ricevuto è anche chi darà di più” (J. Lourcelles). Da vedere con i figli, specialmente se sono cresciuti.

Georges Sadoul: I contrasti tra generazioni, sullo sfondo di una Tokyo in perenne trasformazione, sono affrontati con tatto e comprensione per ambo le parti, in un film delicato dalla bellissima interpretazione. La lentezza, o meglio la calma, di questo film e di tutta l’opera di Ozu ha fatto credere ai critici giapponesi che le opere del “più giapponese dei registi giapponesi” fossero incomprensibili in occidente. Proprio questo film invece, fatto di particolari e di piccoli tocchi, ha ottenuto un notevole successo in America e in altri paesi.  (da Dizionario dei film, Firenze, Sansoni, 1968)

Film TV: In uno dei capolavori della sua maturità, con uno stile astratto ed essenziale, Ozu ci offre l’amaro ritratto di un paese che stava cambiando e cheignorava i valori della tradizione. Ma soprattutto un canto sullo scorrere del tempo, sulla morte e sulla vita.

Mereghetti: Il tema del Giappone che cambia e dell’incomunicabilità fra generazioni è reso da Ozu per allusioni indirette, con un pudore commovente e la capacità di mantenersi perfettamente in equilibrio “tra la lucida constatazione della durezza di cuore dei figli e la rassegnazione, non meno lucida, davanti alle circostanze che possono spiegare, se non proprio giustificare, questa dimostrazione di egoismo“. Il senso del fluire delle cose terrene e l’armonia segreta dell’immagine come rimedio al dolore di esistere. Ormai codificato e depurato il linguaggio: camera all’altezza dei personaggi seduti sul pavimento, assenza quasi totale dei movimenti di macchina. Il soggetto è tratto da Make Way For Tomorrow di Leo mcCarey, che però Ozu non aveva visto.

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