Tag Archives: Marianna Cappi

PINA 3D di Wim Wenders (2011)

15 Nov

Marianna Cappi (mymovies): In Pina e per Pina, il regista tedesco ritrova dunque la materia che sa impastare, l’emozione e l’energia che mancavano da tempo al suo cinema (fatta salva l’ispirata eccezione di Non bussare alla mia porta). Portando i componenti dell’ensemble di Wuppertal in locations industriali o naturali (che evocano i migliori scatti del Wenders fotografo) dà nuova vita ai passi di danza, per contrasto o più spesso in ragione di una tensione condivisa, che invoca e provoca il limite, delle forze umane e naturali, e spazza via dal progetto ogni aura mortifera o agiografica.

 

Andrea Fornasiero (FilmTV): Un documentario che trasuda la passione e l’affetto di un omaggio sentito, capace attraverso l’intensità e la varietà dei balli e delle ambientazioni, di reinventarsi ogni pochi minuti e ammaliare anche lo spettatore più disinteressato. Il 3D trova dunque un’applicazione d’autore e Wenders ne sfida i limiti nel rappresentare il movimento, scegliendo focali ampie che mimino le caratteristiche dell’occhio umano e facendo danzare anche la macchina da presa, per mantenere vivo il senso della profondità. Come se regista e coreografa dialogassero un’ultima volta in un ballo a due.

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DE ROUILLE et d’OS di Jacques Audiard (2012)

25 Ott

Marianna Cappi (MyMovies): Nel nord della Francia, Ali si ritrova improvvisamente sulle spalle Sam, il figlio di cinque anni che conosce appena. Senza un tetto né un soldo, i due trovano accoglienza a sud, ad Antibes, in casa della sorella di Alì. Tutto sembra andare subito meglio. Il giovane padre trova un lavoro come buttafuori in una discoteca e, una sera, conosce Stephane, bella e sicura, animatrice di uno spettacolo di orche marine…
A partire da alcuni racconti del canadese Craig Davidson, Audiard e Thomas Bidegain, già coppia creativa nel Profeta, traggono un racconto cinematografico a tinte forti, temperate però da una scrittura delle scene tutta in levare. La trama e la regia sono estremamente coerenti nel seguire uno stesso rischiosissimo movimento, che spinge il film verso il melodramma e non solo verso la singola tragica virata del destino ma verso la concatenazione di disgrazie, salvo poi rientrare appena in tempo, addolcire l’impatto della storia con “la ruggine” di un personaggio maschile straordinario, per giunta trovando un appiglio narrativo che tutto giustifica e tutto rilancia. Un equilibrismo che può anche infastidire ma che rende il film teso, malgrado alcune mosse prevedibili.

 

Film TV: Audiard è proprio quell’autore solitario e spericolato che riesce a fare la spola tra la rassegnazione e il desiderio, tra i corpi che si spengono e quelli che sbocciano, tra l’energia rabbiosa delle braccia e la mutilazione dei femori, tra le ossa che si assottigliano e arrugginiscono e quelle che errano o crescono, smarrite e indifese, come accade nel suo bellissimo film dove un pugile con bambino, senza bussola e lavoro, trova la felicità e il suo posto nel mondo incontrando una donna senza più gambe. È straordinario come Audiard sappia fare uso delle pure sembianze fisiche della violenza e dell’amore per raccontare che in un mondo senza futuro, senza economia, senza protezione, l’unica certezza sia la capacità di usare il proprio corpo e i propri sentimenti senza guardare in faccia nessuno.

UP IN THE AIR di Jason Reitman (2009)

31 Gen

Marianna Cappi: Ryan Bingham è un uomo affascinante, un abilissimo tagliatore di teste ed è libero come l’aria. Nel cielo, appunto, trascorre la maggior parte del proprio tempo, in trasferte di lavoro. Jason Reitman sa creare dei personaggi che non si dimenticano in fretta, fuori dalla norma e sul bordo sdrucciolevole della morale, eppure pieni di naturalezza, grazie alla solidità delle sceneggiature e degli attori che chiama ad incarnarli. Questa volta fa addirittura un passo in più, confondendo testo e paratesto, assoldando lo scapolo d’oro di Hollywood per fargli interpretare il ruolo di un uomo che s’illude di poter stare da solo. Fuori di dubbio è anche il talento del regista per i dialoghi e il ritratto “senza filtro” delle piccole spietatezze quotidiane, siano esse d’ambientazione scolastica o professionale. Anche qui, Tra le nuvole segna un aumentato bisogno di veridicità e porta in scena un contesto attuale e una ventina di disoccupati veri, mescolati agli attori professionisti, ma non per questo indistinguibili.

Film TV: Ryan Bingham è un uomo d’affari specializzato in risorse umane. Il suo lavoro lo porta a viaggiare in continuazione in aereo e del resto il volare lo appassiona. La vicenda di Bingham, cinico redento, taglia come una lama rovente la carne putrida delle grandi problematiche contemporanee, a partire da quella del lavoro che viene meno, per arrivare al tema della riqualificazione delle persone, disorientate tutte, a partire da lui, e senza troppe possibilità di concreta solidarietà dagli altri. Tratto dall’omonimo romanzo di Walter Kirn

LA SCONOSCIUTA di Giuseppe Tornatore (2006)

26 Gen

Marianna Cappi: Meno enigmatico, più chabroliano nel suo inserire la protagonista come un detonatore d’esplosivo all’interno di una famiglia borghese, il film ha il grande pregio di presentarsi più secco e nudo degli altri, spoglio d’enfasi espressive e non costruttive. Un cast di attori noti –Favino, Gerini, Degli Esposti, Buy, Molina- vortica senza protagonismi attorno alla “sconosciuta” Xenia Rappoport, interprete russa di scuola teatrale, cuore e corpo del film, che sulla sua figura si regge senza barcollare. La schiavitù sessuale delle ragazze che entrano nel nostro paese dalla frontiera orientale non è qui materia da denuncia sociale ma sfondo di un incalzante thriller psicologico macchiato di orrore che ci aggancia fino agli ultimi minuti, quando fa capolino qualche inquadratura troppo lunga, sussulti di sentimentalismo che, in coda, non inquinano ormai più. L’emozione nasce dalla centralità di Irena, dalla forza di un personaggio femminile che cerca di riconquistare un pezzo della sua vita e della sua femminilità che le è stato rubato con il ricatto e la violenza. Nell’inquadrarla, nel seguirla, nel calibrare il proprio ritmo sul suo respiro sospeso dalla paura, Tornatore dà prova di riuscire a nascondere, per una volta, i virtuosismi della macchina da presa e a farli sparire dentro la storia che racconta, a tutto vantaggio del godimento dello spettatore.

Film TV: Irena, una ragazza ucraina che vive già da molti anni in Italia, arriva in una città del Nord per cercare lavoro come cameriera. Tornatore ha una notevole fluidità di racconto: solo qualche sbavatura, qualche minuto di troppo. Si entra nel film in pochissimi istanti, scaraventati da una forza centripeta che con afflizioni e pene (e un cinema forte e compatto, sicuro e spavaldo) ti accompagna in un regno di morti viventi e di mostri. E la russa Kseniya Rappoport, assai nota in patria, per noi è una rivelazione.

Morandini: (…) un film, scritto da Massimo De Rita, imperniato sulla suspense che è anche un melodramma e un thriller. Il 9° film di Tornatore ha disorientato il pubblico e spaccato in 2 i critici anche perché, distratti dai soliti eccessi (dovuti alla sua bêtise di narratore di razza) e da qualche inverosimiglianza, i più ne hanno trascurato l’attualità: “raccontare l’arrivo, nella parte più intima e privata della borghesia italiana, di estranei, badanti, baby-sitter o colf che ci si sforza di non percepire ma che ormai costituiscono l’ossatura del quotidiano” (Emiliano Morreale). Non a caso gli scontenti/dissenzienti hanno sorvolato o ignorato la straordinaria interpretazione in presa diretta della Rappoport (premiata con un David di Donatello) che fa da architrave alla storia, trascurando il distacco critico verso i personaggi di contorno e l’incisiva energia con cui disegna quelli negativi: il rapato, infame Muffa di M. Placido e il torvo, servile portiere di A. Haber.

KILL ME PLEASE di Olias Barco (2010)

19 Gen

Film TV: Kill me please sa ridere della morte con selvaggia lucidità. Un bianco e nero vivido e sporco, una fotografia che, di fatto, è una seconda regia, un cast perfetto dove tutti giganteggiano in una bizzarra prova d’orchestra. E non provate a tirare per il camice il nuovo dr. Morte, per questo buffo Kruger che ha deciso di creare e dirigere una clinica votata al suicidio assistito e consapevole dei propri pazienti. Se Bergman con la morte ci giocava a scacchi, qui la si prende in giro, la si rispetta, la si onora, la si combatte e la si fugge. Grande cinema, con un grande regista (Barco non sbaglia nulla e i tranelli erano tantissimi) e attori perfetti, da Aurelien Recoing a Benoit Poelvoorde, outsider raffinatissimi.

Marianna Cappi: Il dottor Kruger gestisce una clinica che offre assistenza e qualche goccia di veleno a chi ha deciso di farla finita con questa vita. Il belga Olias Barco sceglie per il secondo lungometraggio un soggetto politicamente ultrascorretto, che declina, fotograficamente, in bianco e nerissimo. Si spinge senza scrupoli sul pedale dell’eccentrico e del cinico, ma la verità è che in Svizzera e non solo questo genere di cliniche esiste e prospera. Amante dei forti contrasti, Barco sceglie un’ambientazione sontuosa, dove il bianco della neve e degli interni e il silenzio della natura circostante si propongono come il miglior viatico per la quiete eterna, almeno fino a che le interazioni sociali non fanno esplodere anche lì tutta l’anarchia di cui sono portatrici. Trattenere il riso è spesso impossibile, ma occorre comunque passare attraverso alcune scene seriamente disturbanti. Non solo, anche a livello di farsa l’impressione forte è che sarebbe bastato poco, in sede di scrittura soprattutto, per farne un prodotto di livello superiore, un piccolo cult: meno investimento d’inchiostro nella caricatura dei personaggi e più nei dialoghi, forse, che sono esilaranti ma sottoutilizzati.

TAMARA DREWE di Stephen Frears (2010)

5 Gen

Marianna Cappi: Tamara Drewe torna alla casa di campagna dove ha trascorso l’infanzia, in seguito alla morte della madre. Ha un nuovo naso, una rubrica su un quotidiano di Londra e un paio di gambe che non passano inosservate. A conti fatti, sono almeno una decina d’anni che Stephen Frears non sbaglia un film. Il materiale non manca: un’eroina al centro di un conflitto di passioni attorno alla quale si colora il ritratto satirico della classe media inglese con velleità artistiche, tra invidia e imitazione, pavonerie e contraddizioni di comodo (la verità è il sale della buona letteratura o il bravo scrittore è un bugiardo nato?) Usando le tavole originali (dalla graphic novel da cui è tratto il film) come un vero e proprio storyboard e i personaggi di carta come modello per la scelta degli attori, Frears e Moira Buffini, alla sceneggiatura, si cimentano con risultati brillanti nell’operazione di aggiungere realismo senza perdere di humor. La quotidianità dell’assurdo e le piccole malignità che assicurano l’umana sopravvivenza, insieme allo smantellamento del mito della genuinità e della pietà rurale, sono i registri azzeccati su cui si muove questa commedia mezza rosa e mezza nera, che ha un debito innegabile verso un cast in formissima.

Boris Sollazzo: (…) grazioso apologo sulla bellezza femminile e sulle meschinità di provincia. Il fim si poggia su un intreccio classico, nello stile del regista (inconfondibile e allo stesso tempo versatile) e su una serie di situazioni (stereo)tipiche che, a volte, sembrano visualizzare canzoni di De André. Già, perché la Aterton, atipica Bocca di rosa, torna al suo paesino (poco) ameno e da il via a un a black comedy gustosa. Forse anche leziosa e velleitaria, ma a non farcelo notare ci pensano l’abilità e l’acume di un cineasta che da il meglio quando i suoi personaggi, soprattutto gli invidiosi e i pettegoli, danno il peggio.

LA GIUSTA DISTANZA di Carlo Mazzacurati (2007)

7 Ott

Andrea Fornasiero: Mazzacurati torna alle origini. Non solo nel senso geografico del Nord-Est cui appartiene, ma soprattutto nella scelta di un protagonista onesto. Aspirante giornalista cui viene subito detto di non azzardarsi ad avanzare pretese come la firma dei suoi articoli, rifiuta di fotografare come un avvoltoio l’anziana maestra elementare in un gesto di pubblica e intima follia; allo stesso tempo non accetta di limitarsi a raccontare le indagini poliziesche viziate dal razzismo. La sua giusta distanza non è una barriera di cinismo da cui proteggersi, bensì una misura flessibile dettata da ragioni di ordine morale. Nell’Italia furbetta e ingorda, rappresentata dal personaggio di Battiston, non è poco.


Film TV: Tornando alle atmosfere di Notte italiana, Mazzacurati descrive con cura ed efficacia il suo Nord-Est e una provincia esistenziale: imperfetto, ma punteggiato da squarci lirici che interrompono il puntiglioso realismo dell’azione.

Marianna Cappi: Allo stesso modo, solo abbandonando la giusta distanza che gli imponevano i soggetti degli ultimi film e tornando nei luoghi dove si era manifestata vent’anni fa l’urgenza del cinema, Mazzacurati si libera dei pesanti precedenti e spicca finalmente un nuovo volo. Il regista, scortato alla sceneggiatura da Doriana Leondeff e dal romanziere Claudio Piersanti, torna nel Polesine e trasforma questo quadrato di terra piatta in una tela sulla quale dimostra di sapere ancora dipingere un mondo autentico e personalissimo. Tra boschi di pioppi e battelli sul fiume, tra reminiscenze di Olmi e Fellini, l’obiettivo di Luca Bigazzi indaga un’umanità immobile e grottesca, accogliente all’apparenza ma in definitiva inospitale, che allontanerà fatalmente i tre protagonisti, chi verso la morte e chi verso una nuova vita. Il coraggio con cui Mazzacurati affida i ruoli principali a tre attori alla prima prova da protagonisti –Valentina Lodovini, Ahmed Hafiene e Giovanni Capovilla – viene ripagato dalla qualità della loro interpretazione e dal piacere di riconoscere il frutto di un lavoro importante, spesso trascurato ma connaturato al cinema stesso, ovvero la ricerca della giusta faccia. Tra i soliti noti, invece, spiccano Giuseppe Battiston e Fabrizio Bentivoglio in due ruoli-macchietta, sfortunatamente più veri del vero.