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ONE FLEW OVER THE CUCKOO’S NEST di Milos Forman (1975)

24 Mar

Morandini: Da un romanzo (1962) di Ken Kesey: pregiudicato, trasferito in clinica psichiatrica, smaschera il carattere repressivo e carcerario dell’istituzione. 5 Oscar (film, regia, Nicholson e Fletcher, sceneggiatura di Bo Goldman e Laurence Hauben), non succedeva da Accadde una notte (1934), è un film efficacemente e astutamente polemico sul potere che emargina i diversi e sul fondo razzistico della psichiatria. La sostanza del romanzo onirico di Kesey, scritto in prima persona, è depurata e trasformata in allegoria nell’adattamento scenico che ne fece Dale Wasserman e che forma la base della sceneggiatura. Ottima squadra di attori che comprende anche il pellerossa W. Sampson.

Farinotti (mymovies): Nessun film è stato più faticosamente prodotto. Viene da molto lontano. Kirk Douglas voleva interpretarlo e produrlo fin dagli anni Cinquanta e aveva acquistato i diritti del romanzo di Ken Kesey, ma per quei tempi il soggetto era giudicato troppo a rischio. Era un altro cinema, un’altra Hollywood. Doveva essere un altro Douglas a realizzare il sogno del padre. Michael affidò il film a Forman, un regista non proprio sconosciuto, che aveva dovuto lasciare la Cecoslovacchia durante la famosa primavera di Praga del Sessantotto. Jack Nicholson fa la parte di un pregiudicato che si fa internare in una clinica psichiatrica per sfuggire a guai maggiori. È vivace e intelligente, ed è un ribelle. Dunque comincia col sovvertire tutto. Film dalle molteplici letture: la clinica può essere semplicemente il mondo e non è poi così chiara la linea che divide i sani dai pazzi. Le norme vigenti, dure e bloccate, alla fine possono essere solo un pretesto di discriminazione, ingiusto e criminale. Viva dunque l’eroe poco di buono che si batte sapendo di perdere. Naturalmente non erano casuali i richiami di libertà che venivano da Praga, e nemmeno il vento liberal che soffiava in quegli anni in America. Jack Nicholson, con la sua recitazione nevrotica e sopra le righe, definì perfettamente il suo personaggio e divenne uno dei massimi divi del cinema moderno.

Film TV: Randle McMurphy, arrestato per piccoli reati, viene portato in una clinica psichiatrica perché tenta di fingersi pazzo per sfuggire al carcere. L’ospedale è diretto da una ferrea capoinfermiera, la signorina Ratched. Un Nicholson in splendida forma dà corpo e anima a questo outsider, eroe suo malgrado. Il film si regge in fondo su di lui e soprattutto sulla sua contrapposizione all’infermiera, una grande Fletcher dalla recitazione tagliente. Forman tocca alcune corde dell’emotività facendo leva sui sentimenti più elementari.

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PROFESSIONE: REPORTER di Michelangelo Antonioni (1975)

4 Feb

Mereghetti: (…) tra i più belli e misteriosi di Antonioni: assolato, vitreo, impareggiabile nell’usare scenari tanto diversi.

Morandini: Inviato nell’Africa settentrionale per un servizio sulla guerriglia, David Locke, giornalista televisivo angloamericano, assume i documenti e l’identità di un certo David Robertson, morto d’infarto in un hotel del Sahara. Da un soggetto di Mark Peploe che ha collaborato alla sceneggiatura con David Wollen e il regista, è uscito un “film intimista d’avventure”, un giallo che si porta addosso un mistero. Questa ossatura narrativa – non nuova in Antonioni e, come il solito, incongruente e persino inattendibile – si confronta col mestiere di riferire la verità (?) e si esprime con la tecnica dell’intervista. “Si ha la sensazione che una mano documentaria segua e registri la mano che sta inventando la storia e che si crei una tensione fortissima fra queste due mani, che è la vera tensione del film” (Furio Colombo), quasi si tentasse di dare una verità più grande di quanto ne possa contenere la trama. Ma il film può essere letto anche come un’autobiografia e un’autocritica. Allora acquistano un senso più profondo la contrapposizione tra gli sfondi desertici del Sahara e le eccentriche architetture di Antoni Gaudí a Barcellona, l’ossessivo indugio sul bianco come colore di morte, le 2 figure femminili (la moglie che, infaticabile e ottusa, cerca le “prove”; la piccola santa senza speranza di Maria Schneider), la celebre, virtuosistica sequenza finale di 7 minuti. Fotografia di Luciano Tovoli.

Film TV: Antonioni getta uno sguardo di lucido pessimismo sul vuoto esistenziale dei suoi personaggi, costruisce un film di eccezionale intensità drammatica, pur nella sua apparente fragilità narrativa. Un grande Nicholson e una “rivelazione”: Maria Schneider.

Farinotti (mymovies): Questa volta sul serio. Antonioni prende un canovaccio non precisamente inedito per tracciare un ulteriore capitolo sul malessere esistenziale della nostra epoca. Al solito il suo discorso è più suggestivo e affascinante che concluso e convincente. Ma la sua fantasia visiva ha modo di sbrigliarsi come non mai.

BARRY LYNDON di Stanley Kubrick (1975)

23 Dic

Morandini: Dal romanzo (1844-56) di William M. Thackeray: peripezie di Redmond Barry, irlandese del Settecento, avventuriero e arrampicatore sociale. Il fascino freddo del film nasce dalla distanza e dalla sordina con cui Kubrick espone le vicissitudini del suo antieroico personaggio, smentite soltanto nei suoi rapporti col figlioletto. Elogiato per il suo versante plastico-figurativo come uno splendido album d’immagini, non è un’opera formalista, ma un discorso complesso di cui “protagoniste… sono le leggi economiche, la struttura sociale, le barriere di classe” (PierGiorgio Bellocchio), esposte con una lucidità e una durezza insolite nel genere del film in costume. Musica adattata (Leonard Rosenman: Bach, Paisiello, Händel, Mozart, Federico il Grande e, anacronisticamente, Schubert).

Film TV: Un ennesimo capolavoro di Stanley Kubrick, amara riflessione sulla storia e il potere. Memorabile il lavoro sulla luce e sul colore, ottenuti utilizzando illuminazioni naturali in alcuni casi anche a “lume di candela”. Fiasco al botteghino, ma Oscar alla fotografia, all’adattamento musicale, alla scenografia e ai costumi.

Mereghetti: (…) dietro l’eccelso splendore formale (straordinari i lenti zoom all’indietro che a partire da un particolare svelano il panorama o la scenografia che lo circonda) non fu apprezzato il pessimismo diffuso sulle possibilità dell’uomo di conquistare un reale progresso. Ogni scena è stata girata con luce naturale.

TOMMY di Ken Russell (1975)

4 Dic

Morandini: Diventato cieco e sordomuto a sei anni per aver visto il patrigno che uccideva il padre – pilota della RAF dato per morto e inaspettatamente tornato – Tommy passa attraverso il misticismo, la droga, il sesso, la medicina ufficiale, prima di guarire, diventare campione mondiale di flipper, dichiararsi il nuovo Messia creando migliaia di seguaci. Nono film di Ken Russell, è la versione cinematografica della prima “rock-opera” della storia della musica, composta dall’inglese Pete Townsend e dal suo gruppo, gli Who. Cineasta visionario e sgangherato, geniale e volgare, Russell ne ha fatto uno spettacolo assordante, abbacinante, squinternato ma straripante di energia e vitalità. Tutta da gustare la colonna musicale. Primo film con il sistema Dolby su 4 piste.

Film TV: Nel pieno del suo periodo più immaginifico, Russell firma la trasposizione cinematografica della celebre “rock-opera” firmata dai gloriosi Who. Il risultato non è esente da sbavature, eccessi e una rischiosa propensione alla metafora, ma la potenza di fuoco sprigionata dal quartetto Daltrey-Townsend-Moon-Entwistle è di quelle a dir poco “epocali”.

Mereghetti: Coloratissima versione dell’omonima opera rock, dove Russell usa la sua scatenata fantasia per dare immagini alla voglia di purezza e religiosità della generazione rock. Ne esce un film ridondante e kitsch, ma anche energico e ritmatissimo.

L’ARBRE DE GUERNICA di Fernando Arrabal (1975)

28 Nov

Morandini: Ambientato in un povero villaggio della Castiglia (reinventato dal regista poeta tra i Sassi di Matera), è la storia della contadina Vandal e di Goya. S’incontrano a Guernica il giorno del bombardamento aereo nazista (aprile 1937) e tornano a combattere contro i ribelli franchisti. Pur nei suoi limiti retorici e con le sue sbavature, ha momenti di sfrenata fantasia goyesca e di straripante sincerità nella sua miscela surrealistica di tenerezza e furore.

Mereghetti: Una storia inventata, vista attraverso gli occhi di un cineasta surrealista e visionario, che preferisce la fantasia e la sregolatezza alla misura della rievocazione documentaria.

Film TV: Una giovane contadina, Vandal, e Goya figlio del conte di Cerraibo, incontratisi casualmente a Guernica, rinunciano al loro proposito di raggiungere la Francia per schierarsi con le forze repubblicane. Il titolo del film si riferisce al mitico albero che sopravvisse al feroce bombardamento della città di Guernica e che divenne il simbolo della libertà.

CALIFORNIA SPLIT di Robert Altman (1975)

13 Nov

Morandini: Due amici, fanatici del gioco, giungono a Reno e sbancano. Ma per loro giocare è più bello che vincere. Uno dei più lucidi e divertenti film sul tema del gioco con una colonna sonora straordinaria e un duetto di alta classe. A livello narrativo-stilistico, anche nel senso della scomposizione del racconto, è uno dei film più innovativi e originali di Altman, una vera pacchia per la critica strutturalista.

Film TV: Quasi un film-verità sul gioco, specchio di un’America ancora capace di inventarsi un futuro: divertente e coinvolgente, ma intriso di amara consapevolezza, scritto da Joseph Walsh e girato da Altman nel suo periodo maggiormente creativo. Anche nel senso dell’innovazione, scomponendo il racconto in modo del tutto originale. In forma smagliante la coppia di protagonisti.

Mereghetti: Imprevedibile, apparentemente improvvisato, estenuante come la scoperta della fatuità della vittoria, portata alle estreme conseguenze la negazione altmaniana delle sceneggiature rigide, la concezione della regia come happening, arte della digressione e della stratificazione. Senza perdere di vista, però, il fondo amaro del sogno dei due giocatori, nel quale la brillantezza si trasforma in malinconia e spleen.

PICNIC AT HANGING ROCK di Peter Weir (1975)

24 Ott

Morandini:  Il tema centrale è la lotta tra Natura e Cultura con la vittoria della prima e le conseguenze drammatiche del misterioso incidente. Che eleganza in questo film australiano che coniuga una sapiente rievocazione dell’epoca vittoriana con la magia di una natura selvaggia e impenetrabile. Attraverso immagini preziose passa la corrente di un’aguzza critica sociale. Da un romanzo di Joan Lindsay, sceneggiato da Cliff Green. Rieditato da Weir nel ’98 con tagli per 7 minuti.

Mereghetti: Film che impose Weir all’attenzione internazionale aprendo un varco all’intero cinema australiano. Raffinatissimo dal punto di vista formale (fotografia di Russell Boyd, musica di Bruce Smeaton) imposta a livello tematico la dominante dell’opera del regista, il conflitto irrisolvibile fra cultura e natura. La simbologia impiegata, orologi fermi e rocce antropomorfiche, non ha nulla di cerebrale, ma contribuisce a creare un’atmosfera irreale e onirica in cui ha modo di dispiegarsi la rapinosa fascinazione per l’ignoto e l’orrorifico. Autentico cinema del disagio, tanto più inquietante quanto più non prevede vie d’uscita.