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THE SILENCE OF THE LAMBS di Jonathan Demme (1991)

22 Set

Morandini: Dal romanzo (1988) di Thomas Harris. Una giovane recluta dell’FBI è incaricata di far visita in carcere ad Hannibal Lecter, psichiatra pluriomicida, per ottenere informazioni su un assassino psicopatico che ha ucciso e scuoiato cinque donne. Epilogo mozzafiato con il veleno nella coda. Memorabile thriller che inquieta, spiazza, turba. Demme vi conferma il suo talento visivo, la capacità di caricare le immagini di emozioni, la sagacia nel creare tensione senza cadere nel sensazionalismo, la tendenza wellesiana all’eccesso decorativo. Il personaggio di Lecter era già apparso in Manhunter-Frammenti di un omicidio (1986) di Michael Mann.

dal sito della Cineteca di Bologna: Il film, bellissimo, un limite ce l’ha: un che di effimero come le farfalle che ne siglano l’iconografia, qualcosa che si brucia nella luce della prima visione. Rivederlo, non sarà più la stessa cosa (per i capolavori, di solito, funziona al contrario: più li vedi e più ti sembrano capolavori). Troppo puro sarà stato, qui, il senso di happening emotivo; troppo sbalorditivo quel falso montaggio alternato, che ci lascia lì a tremare sulla sedia. È il film dello psichiatra antropofago Hannibal Lecter e della detective Clarice Starling, del serial killer scuoiaschiene, delle lacrime versate che son tutte infanzia, degli amici che sarà bello avere a cena. Cinque Oscar e gloria universale per Demme e Anthony Hopkins (ma la più brava è Jodie Foster).

Film TV: Il dottor Hannibal Lecter, rinchiuso in un manicomio criminale per cannibalismo, era un brillante psicanalista. Una giovane recluta dell’Fbi, Clarice Starling, sulle tracce di un serial killer che uccide le sue vittime per scuoiarle, viene mandata da lui per ottenerne la consulenza. «Allora, Clarice, gli agnelli hanno smesso di gridare?» Ormai un cult: Demme insegna cosa voglia dire restare sedotti dal Male assoluto e prende le distanze dalla matrice letteraria del racconto concentrandosi sui meccanismi cinematografici della suspense. Splendidi gli interpreti. Camei di Roger Corman e George Romero.

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JOHNNY STECCHINO di Roberto Benigni (1991)

30 Giu

Daniele Torri: Si comincia con le difficoltà di un autista “particolare” ad integrarsi e ad avere rapporti con le donne, accompagnato dall’amico Lillo con i suoi problemi di diabete; si chiude in modo favolesco con la risoluzione presunta di entrambe le situazioni. Johnny Stecchino è una favola ambientata ai giorni nostri in cui Benigni fa dell’ingenuità e dello sdoppiamento il suo strumento per aprirci i cuori e farci ridere. Il tema principale è l’obiettivo mafioso di utilizzare un sosia per sfuggire alle beghe che procura il pentimento, ma la storia si articola sui continui richiami alle caratteristiche di Dante (l’ingenuo sosia) da cui scaturiscono una serie di situazioni estremamente divertenti come la serata a teatro o il continuo consumo di cocaina a mo’ di antidoto al diabete.

La scelta dei personaggi risulta piuttosto felice (almeno nei 4/5 principali) con l’ottimo zio-complice a far la parte del servo tonto come qualcuno che in passato abbia usufruito dei servigi del Johnny Stecchino in auge e se ne ritrovi schiavo per sempre, fino a venire ucciso ad obiettivo raggiunto. C’è poi l’amico Lillo che è l’unica persona con la quale il protagonista si trova veramente a suo agio tanto da andargli in casa ed accompagnarlo alla stazione e vero fulcro della storia in quanto le banane, i dolci e i pensieri di Dante ci vengono introdotti in sua presenza. La Maria interpretata da Nicoletta Braschi è ben descritta alla cena a casa del ministro, quando la moglie del questore facendo una confidenza al presunto Johnny Stecchino, ma parlando a tutti gli spettatori, la racconta come una donna dal ruolo invidiatissimo in quanto irraggiungibile, proprio come la considera il marito regista. Un film che scorre allegramente e dove alla fine ogni nodo in una maniera o nell’altra arriva al pettine lasciando alla fine il tempo che ha trovato all’inizio; questo offre spazio anche all’eventuale interpretazione che quanto accada tra l’introduzione e la risoluzione sia soltanto un sogno del protagonista in cui può sprigionarsi (nel ruolo di Johnny) il lato del carattere che viene a mancargli nella vita di tutti i giorni. L’apparizione improvvisa alla festa dell’assicuratore Randazzo o il coro finale degli animali nel negozio di parrucchiere sembrerebbero rinforzare questa ipotesi. Il giudizio personale è molto positivo, soprattutto a posteriori pensando che ci troviamo davanti ad uno degli ultimi Benigni spensierati e scanzonati.

RIFF RAFF di Ken Loach (1991)

6 Giu

Film TV: Stevie arriva a Londra da Glasgow dopo un “intermezzo” passato in galera. A Londra trova lavoro in un cantiere. Trova un po’ di solidarietà, un alloggio abusivo in cui vivere e anche una mezza fidanzata, aspirante cantante e tossicodipendente. Solo Ken Loach è capace di raccontare con tono leggero storie deprimenti, ma quasi senza averne l’aria.

Morandini: Dopo due film made in USA con lo stesso titolo (locuzione gergale che significa “gentaglia”, “canaglie”) – uno del 1935 e uno del ’47 – è il turno di Ken Loach, regista britannico impegnato e radicale, con una storia ambientata in un cantiere edile di Londra dove lavorano bianchi e neri, giovani e anziani in condizioni di sfruttamento e di insufficienti misure di sicurezza, tra licenziamenti in tronco e prepotenze dei superiori. Un ritratto dell’Inghilterra della signora Thatcher divertente, spiccio, energico, senza retorica, con un’intensa storia d’amore e un duro, battagliero finale. Premio Felix per il miglior film europeo.

BLADE RUNNER di Ridley Scott (1982 – 1991)

31 Gen

Morandini: Nella Los Angeles del 2019 Rick Deckard, ex poliziotto, torna in servizio per ritirare dalla circolazione due uomini e due donne “replicanti” (Nexus 6), androidi dotati di memoria artificiale e deperibili (4 anni di vita). Ispirato al romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (1968), sceneggiato da Hampton Fancher e David Peoples, è il migliore film di SF degli anni ’80 e di Ridley Scott. Dopo Metropolis (1926) di Fritz Lang nessun film, forse, aveva proposto un’immagine così suggestiva e terribile del futuro come la metropoli multirazziale, modernissima e decadente, ideata dall’artista concettuale Syd Mead e dallo scenografo L.G. Paull (con la fotografia di J. Cronenweth, gli effetti speciali di D. Trumbull, le musiche di Vangelis). A livello narrativo si può sospettare che anche il cacciatore di androidi Rick Deckard sia un androide, suggerimento che nel 2007 diede anche Goffredo Fofi, che come antecedente cita un testo teatrale di M. Bontempelli, Minnie la candida (1927). Sul versante tematico può insospettire il lato filosofeggiante, residuo del romanzo (scritto nel 1966). Il finale, imposto dalla produzione a Scott, è smaccatamente consolatorio, ma il fascino figurativo e la sagace commistione di thriller nero e fantastico sono fuori discussione. Ovviamente i soci dell’Academy che dà gli Oscar non se ne accorsero. Nel 1991 fu rimesso in circolazione in una nuova edizione curata dal regista, eliminando la narrazione fuori campo, con qualche ritocco e un finale diverso. Nel 2007 fu presentata a Venezia una versione definitiva, sostanzialmente molto simile a quella del 1991, dal titolo Blade Runner – The Final Cut.

Film TV: Siamo a Los Angeles, brulicante e immensa, nel futuro prossimo: un ex detective della polizia, specializzato nella caccia e nel “ritiro” di replicanti ribelli, viene richiamato in servizio per scovarne quattro, evasi da una colonia extraterrestre. Dopo il successo avuto col primo “Alien“, Ridley Scott ritorna alla fantascienza, mischiandola però alle atmosfere noir dei polizieschi degli anni Quaranta. Il risultato è affascinante: per le labirintiche, soffocanti scenografie, per la ruvida malinconia del racconto, per la presenza superba di Harrison Ford. Il film, modificato dai produttori, è uscito secondo la versione originaria nel 1991. Ma le modifiche della produzione, per una volta, non erano state stupide. Nella versione di Scott manca la voce over (che fa molto hard boiled) e il finale “rapinato” a “Shining” di Kubrick. Volete mettere il (finto) lieto fine della prima versione? Al termine del viaggio intrapreso da Deckard e Rachel non c’era il paradiso terrestre ma l’Overlook Hotel…

THELMA & LOUISE di Ridley Scott (1991)

20 Dic

Morandini: Da una cittadina dell’Arkansas due amiche partono in auto per un weekend lasciando volentieri a casa i rispettivi uomini. Settimo film di R. Scott e uno dei suoi migliori. Il merito è anche della sceneggiatura – premiata con l’Oscar nell’anno di Il silenzio degli innocenti – di Callie Khouri che gli ha fornito una bella storia, una feconda combinazione di dramma e commedia, due personaggi vivi, un punto di vista nuovo, un discorso insolito che riprende l’anarchismo liberale del cinema di strada degli anni ’60. Con due ottime interpreti, è uno dei film più euforicamente femministi mai arrivati da Hollywood.

Film TV: Thelma, casalinga un po’ ochetta, tutta dedita al marito, e Louise, cameriera in un fast food, partono per un weekend in montagna. Dopo l’orrore metafisico di “Alien” e quello noir di “Blade Runner” Scott filosofeggia sul femminismo e ribalta, al femminile, i luoghi classici del film “on the road”, rileggendo, non più in chiave mitica, paesaggi e generi cinematografici dove la violenza si colora di nostalgia e gli uomini sono condannati senza speranza.

HOWARDS END di James Ivory (1991)

6 Nov

Morandini: Dal romanzo omonimo (1910) di Edward M. Forster. Conflitto tra due mondi (due culture, due mentalità) all’interno della società londinese del primo Novecento: le due sorelle Schlegel della piccola borghesia colta e progressista e i ricchi, conservatori Wilcox, fondatori senza fasto né splendore dell’Impero. C’è anche una terza classe sociale, quella degli esclusi per censo ed educazione, rappresentata da Leonard Blast, povero e orgoglioso. La posta in gioco è Howards End, bella e scomoda dimora di campagna: appartiene ai Wilcox, passa in eredità a una delle due Schlegel e, infine, all’altra. sotto la vernice di raffinata eleganza, è un film (e un romanzo) attuale: beni immobili, sicurezza finanziaria, compagnie di assicurazione che falliscono, conflitti tra femminismo e vita domestica, attriti tra classi sociali.

Film TV: Tratto dai romanzi di Edward M Forster come Camera con vista e Maurice, sempre sceneggiato da Ruth Prawer Jhabvala. Perfetta ricostruzione d’ambiente e d’atmosfera e lucida, quanto spietata, analisi dei sentimenti nel contrasto tra classi sociali.

L’AMANT di Jean-Jacques Annaud (1991)

7 Ott

Film TV: Annaud e il co-sceneggiatore Gérard Brach adattano, con budget milionario, il romanzo autobiografico di Marguerite Duras tentando la carta dell’erotismo patinato, ricavandone però solo un elegante quanto sterile esercizio di stile.

Morandini: La cornice soffoca il quadro, c’è lo spettacolo, non il sentimento della passione e del desiderio, l’erotismo è verniciato, ma la rievocazione di un’atmosfera è suggestiva, i due protagonisti sono ben scelti, le musiche di Gabriel Yared funzionano.

Mereghetti: Costosa e accademica versione del best-seller di Marguerite Duras, è un film senza emozioni, leccato e tedioso anche nelle scene erotiche, appesantito da troppi finali. La voce narrante in originale è di Jeanne Moreau, doppiata in italiano (molto bene) da Rita Savagnone.