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CHANGELING di Clint Eastwood (2008)

10 Nov

Morandini: Los Angeles, 1928. Christine Collins, madre nubile di Walter, 9 anni, ne denuncia la scomparsa. 5 mesi dopo il Police Department di L.A. le consegna un bambino che dice di essere suo figlio. Lei non lo riconosce. È il film più cupo e spietato del vecchio Eastwood e, nella sua gelida emotività, il più anomalo. L’ha scritto J. Michael Straczwinski che, passando mesi negli archivi comunali, ha scoperto il caso parallelo del depravato assassino. La sequenza che ne descrive l’impiccagione è di impassibile realismo. Nella realtà fu condannato all’ergastolo. Una storia vera di 70 anni fa, qua e là corretta, diventa una delle più impietose radiografie del mondo USA mai uscite da Hollywood (Universal). Fotografia: Tom Stern. Superba interpretazione della Jolie. (Changeling = bambino che si pensa sia stato lasciato al posto di un altro, rapito dalle fate).

 

Film TV: Christine, che vive in un sobborgo, lascia come tutte la mattine suo figlio Walter a casa da solo per recarsi al lavoro. Il bambino viene rapito ma l’accorata preghiera della madre perché i rapitori glielo restituiscano viene ascoltata e, dopo alcuni mesi, il piccolo torna a casa. Frastornata dalle emozioni e dalla folla di poliziotti e giornalisti, accoglie il bambino nella sua casa. Ma in cuor suo sa perfettamente che quello che è tornato non è suo figlio. La polizia, i media e l’opinione pubblica non le danno però retta. Inizia quindi un battaglia per far emergere la verità, con l’aiuto di un attivista – il reverendo Briegleb -, ma incontrando una grande resistenza del sistema.

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RACHEL GETTING MARRIED di Jonathan Demme (2008)

4 Ago

Morandini: Nei sobborghi di una città del Connecticut, Rachel Buchman sta per sposarsi. Per sua sorella Kym è l’occasione di tornare in famiglia dopo una lunga assenza. Scritto da Jenny Lumet, figlia di Sidney, è un film corale e anomalo nel percorso di Demme, forse il più sottovalutato degli attuali registi italoamericani. Contiene molti stereotipi del melodramma familiare made in USA (la festa interrotta; il ritorno del figliol prodigo che smaschera silenzi, rimozioni, ipocrisie; il rimpianto di un’innocenza perduta, forse mai avuta), ma li assorbe e li disintegra a livello stilistico. In 2 modi. Intanto, ispirato da Altman (Il matrimonio), ma anche da certi moduli del Dogma danese, Demme applica alla fiction la sua assidua pratica di documentarista, filmando gli attori “come se fossero persone e non personaggi, lasciando alle cose il tempo e l’occasione di accadere” (R. Manassero). Poi, tornando alle origini del melodramma, correda le immagini con un continuo, ossessivo controcanto di musica e suoni: rock, blues, danze africane, ritmi orientali. Come al solito, dominano i personaggi femminili, a partire dall’ottima Hathaway, ma è notevole anche la madre della Winger. Un matrimonio audio-visivo così non si era mai visto né tanto meno ascoltato.

Film TV: Kym ha avuto una vita al contempo felice e disperata. Dopo molto tempo che manca da casa vi fa ritorno per il matrimonio della sorella e la sua presenza serve a far rimergere tensioni familiari che covavano da tempo, producendo reazioni esplosive. Un’opera totale che sembra “farsi” mentre la vedi, una storia che coinvolge solo accadendo, senza artifici retorici, una rappresentazione che nasce per il palcoscenico e invece diventa quintessenza del cinema, tra Godard e Cassavetes, danzando però come matti al suono di Neil Young.

WALTZ WITH BASHIR di Ari Folman (2008)

23 Giu

Film TV: Una sera un amico racconta ad Ari di essere perseguitato tutte le notti dal medesimo incubo nel quale è inseguito da 26 cani. Entrambi sono convinti che il sogno sia da collegare al periodo in cui entrambi militavano nell’esercito israeliano, ai tempi della prima guerra con il Libano. Ari è stupito dalla sua memoria così povera di dettagli, e inizia così un percorso alla ricerca dei suoi vecchi compagni d’armi, dispersi in giro per il mondo, per ricostruire insieme a loro la verità su quegli anni e su se stesso. Il documentario animato di Folman (una quasi contraddizione in termini), premiato in concorso a Cannes 2008, è una combinazione di diverse tecniche d’animazione che (ri)apre una ferita nella coscienza civile di Israele e non solo, ma rischia di ragionare al passato nonostante ambisca essere un monito. O forse Folman, marxianamente, esemplifica cosa ci accade come popolo quando dimentichiamo.

 

Morandini: Atipico e straordinario. Contamina animazione e documentario, ma anche diario personale e cronaca bellica, realismo e fantasia surrealistica. Nel 1982 il governo israeliano decide di invadere il Libano e occupare Beirut, rendendo i suoi soldati corresponsabili dei massacri di Sabra e Chatila, quando in 3 giorni di settembre i falangisti cristiani libanesi uccisero più di 700 (3000 secondo altre fonti) profughi palestinesi (bambini, donne e vecchi compresi) per vendicare l’omicidio del loro carismatico neopresidente Bashir Gemayel. Quella guerra insensata Folman l’ha fatta a 19 anni e ha impiegato 4 anni a scrivere e produrre il film che la racconta dal punto di vista di un soldato semplice, come era lui, dopo essersi reso conto di averne rimosso la memoria. Perciò ha intervistato ex commilitoni che lo aiutassero a ricordare. Il lavoro sul film si è trasformato in una terapia: eccitante il primo, dolorosa la seconda. Quasi tutte le sequenze del film sono state registrate in video e poi trasposte in disegni animati. L’originale ricchezza espressiva e catartica del film nasce dalla metamorfosi stilistica, spinta all’iperrealismo allucinato di alcuni momenti: i cani dell’inizio, la danza febbrile di un soldato per la strada sotto il fuoco nemico (il Valzer Triste è di Chopin). Animazione: Bridgit Folman Film Gang. Illustratore e scenografo: David Polonski.

LES PLAGES D’AGNÉS di Agnés Varda (2008)

8 Giu

Film TV: La leggendaria Agnés Varda osserva la sua vita e i suoi lavori usando le spiagge come finestre della memoria e compone un autoritratto in cui si mescolano fotografie, spezzoni di film e incontri sorprendenti.

HAPPY GO LUCKY di Mike Leigh (2008)

19 Mag

Film TV: La vita spensierata (ma non leggera) di Poppy, un’insegnante inglese di scuola elementare che riesce a prendere tutto con allegria e buonumore, nonostante le cose intorno a lei non vadano sempre bene. Momenti tristi e belle speranze: ogni opera di Mike Leigh è un metronomo che oscilla tra questi poli opposti. Il film è troppo verboso, sbilanciato sulla protagonista (Orso d’argento a Berlino 2008) e la doppiatrice avrà faticato a tradurre le capriole linguistiche dell’originale e a non trasformare Polly in un personaggio cinguettante Disney anni 60.

GRAN TORINO di Clint Eastwood (2008)

25 Mar

Giancarlo Zappoli: Walt Kowalski ha perso la moglie e la presenza dei figli con le relative famiglie, al funerale non gli è di alcun conforto. Così come non gli è gradita l’insistenza con cui il giovane parroco cerca di convincerlo a confessarsi. Walt è un veterano della guerra in Corea e non sopporta di avere, nell’abitazione a fianco, una famiglia di asiatici di etnia Hmong. Le uniche sue passioni, oltre alla birra, sono il suo cane e un’auto modello Gran Torino.
Eastwood ha una cultura cinematografica così vasta da non poter aver scelto a caso questo cognome. Stanley Kowalski era il brutale protagonista di Un tram che si chiama desiderio da Tennessee Williams interpretato da un Marlon Brando al suo top. Anche Walt è brutale, in maniera così rozza che nessuno fa quasi più caso alle sue offese di stampo razzista. È come se, ormai anziano, il mondo attorno a lui gli facesse percepire la sua inutilità anche da quel punto di vista. Il suo andare sopra le righe ad ogni minima occasione lo apparenta con l’altrettanto anziana vicina di casa asiatica che sa solo inveire e lamentarsi sul portico di casa.
Una parte della critica americana ha deriso il ‘buonismo’ di questo film e chi non lo ha attaccato si è spesso trincerato dietro la fredda analisi che vorrebbe trovare in Kowalski una sintesi dei personaggi interpretati nella sua lunga carriera dall’attore. Può anche essere ma Eastwood non è un regista che assembla ruoli per cinefilia compiaciuta o per autoesaltazione.
Walt è un personaggio sicuramente nella linea di quelli da lui già portati sullo schermo ma è molto più complesso di quanto non possa apparire a prima vista. Il suo rapporto con l’auto e con le armi (straordinario e determinante il segno di pollice e indice a indicare la pistola come nei giochi dei bambini) ma anche quello con l’unico essere umano che si potrebbe definire suo amico (il barbiere) sono solo alcuni degli elementi che, insieme all’insorgere della malattia, costituiscono il mosaico della personalità di un protagonista non facile da dimenticare.

Film TV: Il veterano della guerra di Corea Walt Kowalski, ormai da lungo tempo in pensione… Incredibilmente stratificato, Gran Torino torna sul tormentato rapporto con Dio, già accennato in Million Dollar Baby; sulla contemplazione disperata di un tessuto politico e sociale devastato, come in Changeling; sulla necessità di lottare con i propri demoni per salvarsi l’anima, come in Gli spietati. Soprattutto, definisce una figura tragica straordinaria, Kowalski, titanico nella sconfitta e nella resurrezione.

ETZ LIMON di Eran Riklis (2008)

17 Mar

Film TV: Salma è una vedova palestinese che vive da sempre nella casa di famiglia, devota al giardino di limoni che per anni ha coltivato assieme al padre. Il suo piccolo appezzamento è proprio al confine tra Cisgiordania e Israele. Per il ministro della difesa israeliano, suo nuovo vicino, quegli alberi non sono altro che una minaccia alla sua sicurezza… I territori “esteri” coincidono con il giardino di chi ci vive accanto, lo stato straniero e ostile si identifica con una donna che innaffia le sue piante: con questa forzatura Riklis riesce a far esplodere le contraddizioni, la follia e la demenza della situazione mediorientale. Una regia asciutta e controllata, attori magnifici pieni di orgoglio: il film, nel contrarre forzatamente i confini dello stato israelo-palestinese dentro i limiti di un giardino, comprime anche il dolore, la rabbia e le fobie psicologiche dei popoli. Un film più estremo di quello che sembra.

THE READER di Stephen Daldry (2008)

5 Feb

dal Pressbook:

The reader ha inizio nella Germania dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando l’adolescente Michael Berg si sente male e viene aiutato ad arrivare a casa da Hanna, un’estranea che ha il doppio dei suoi anni, è una storia coinvolgente sulla verità e la riconciliazione, così come sul modo in cui una generazione viene a patti con i crimini di un’altra. The reader vede protagonisti Ralph Fiennes, David Kross e Kate Winslet, diretto da Stephen Daldry, da una sceneggiatura di David Hare, tratta dal romanzo di Bernhard Schlink A voce alta, pubblicato in Italia da Garzanti.

Film TV: Nella Germania postbellica, l’ossessione decennale di un giovane studente di legge per una donna. Non è un film che cerca misericordia per chi si macchiò dei crimini nei campi di concentramento; piuttosto, uno studio sull’educazione erotica di un uomo anaffettivo. Mentre la parte propriamente erotica è stringente, quella della presa di coscienza politica di Michael lascia freddi: l’interessante spunto intimo si perde in un saggio diligente ma schematico sulla necessità di affrontare i traumi storici collettivi.


Giancarlo Zappoli: The Reader (che in inglese conserva l’intrigante attribuzione sia maschile che femminile) è una storia divisa in due. Nella prima parte fonde con uno sguardo vivace, e al contempo indagatore, l’iniziazione sessuale del protagonista maschile con la fame di cultura letteraria della donna che gli si offre con totale disponibilità. Il linguaggio dei corpi uniti e quello della parola scritta che diventa voce, con tutte le sfumature di senso che comporta, assorbe l’attenzione dello spettatore. Quasi improvvisamente però il film si sottrae a questa dimensione per spostare il baricentro sul tema del senso di colpa nei confronti della collettività che finisce con il riverberarsi sulle dinamiche interpersonali portando la narrazione sui binari già più visitati dal cinema sull’Olocausto. Ciò detto l’interpretazione di Kate Winslet resta magistrale.

IL DIVO di Paolo Sorrentino (2008)

2 Feb

Giancarlo Zappoli: Un uomo che soffre di terribili emicranie e arriva anche a contornarsi il volto con l’agopuntura pur di lenire il dolore. È la prima immagine (grottesca) di Giulio Andreotti ne Il divo. L’Andreotti di Sorrentino è un uomo che ha consacrato tutto se stesso al Potere. Un politico che ha saputo vincere anche quando perdeva. Un essere umano profondamente solo che ha trovato nella moglie l’unica persona che ha creduto di poterlo conoscere. La sequenza in cui i due siedono mano nella mano davanti al televisore in cui Renato Zero canta “I migliori anni della nostra vita” entra di diritto nella storia del cinema italiano. È la sintesi perfetta (ancor più degli incubi ritornanti con le parole come pietre scritte a lui e su di lui da Aldo Moro dalla prigione delle BR) di una vita consacrata sull’altare sbagliato. Una vita in cui, come afferma lo stesso Andreotti (interpretato da un Servillo capace di cancellare qualsiasi remota ipotesi di imitazione per dedicarsi invece a uno scavo dell’interiorità del personaggio), è inimmaginabile per chiunque la quantità di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene.

Film TV: La vicenda politica e umana del senatore a vita Giulio Andreotti, nel periodo compreso tra la fine del suo settimo governo (conclusosi nel giugno del 1992) e l’inizio del processo per associazione mafiosa nel quale era imputato. Dimostrando un coraggio non comune, Sorrentino si accosta alla storia recente del nostro Paese e all’idea stessa di esercizio del potere attraverso la figura che più di qualunque altra ne rappresenta l’autentica icona. Un’operazione ambiziosa ma appassionante, costantemente rilanciata da invenzioni di regia, da una straordinaria attenzione alla componente sonora e da un cast eccezionale (Servillo, ovviamente, in testa).