Tag Archives: Francois Truffaut

VIVEMENT DIMANCHE! di Francois Truffaut (1983)

14 Nov

Film TV: Mentre sta partecipando a una battuta di caccia in una palude, Claude viene ucciso da un colpo di fucile. La polizia sospetta di Julien, proprietario di un agenzia immobiliare che si trovava nella palude al momento dell’assassinio. Passa qualche giorno e anche la moglie di Claude viene trovata morta. Ultimo film di Truffaut che recupera cadenze e temi giallorosa di matrice hollywoodiana, ma con il suo tocco sopraffino.

Morandini: Proprietario di agenzia immobiliare accusato dell’omicidio della moglie e del ganzo di lei, comincia a indagare per dimostrare la propria innocenza. Dal romanzo Morire d’amore (1962) di Charles Williams, Truffaut ha fatto un bel film “alla maniera di…” ricalcando il cinema nero hollywoodiano degli anni ’40 nella grana del bianconero, nell’uso delle luci, nel taglio delle inquadrature, nel ricorso agli stereotipi del genere. 21° e ultimo film di Truffaut.

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JULES ET JIM di Francois Truffaut (1962)

24 Giu

Film TV: Il rapporto di profondo affetto che lega due amici, il francese Jim e l’austriaco Jules, viene bruscamente sconvolto dal folgorante incontro con Catherine, la donna della quale entrambi si innamorano. Ciò nonostante, né la comune passione né lo scoppio della Grande Guerra – che li vede su fronti contrapposti – riusciranno a dividerli… Truffaut (e il cosceneggiatore Jean Gruault) adattano il romanzo omonimo di Henri-Pierre Roché e ne traggono un film libero e struggente, nel quale il lavoro sulle figure del linguaggio cinematografico produce, a tratti, momenti di emozione pura (la prima apparizione di Catherine, la corsa sul ponte). Epocale.

Farinotti (mymovies): La donna conduce sempre la situazione, è lei al centro del sistema e si permette tutto. Passeggia con i suoi due uomini vestita da uomo, coi baffi. La Moreau, che canta la canzone Le tourbillon, divenne uno dei grandi segnali della mitologia femminile di quel decennio. Nel 2002 Jules e Jim è stato ridistribuito nel circuito delle sale, con grande promozione. Davvero un’iniziativa inconsueta, che ha riguardato pochissimi titoli. La riproposta è servita a capire che il film è un magnifico esercizio grafico che ha smarrito quasi tutta la linfa vitale e la realtà. Catherine è un disegno, una proposta letteraria valida in quel momento. Il disegno è sbiadito, la letteratura manca della fase introspettiva, che rimane nel libro e lo rende un po’ più credibile del film. Il tempo ha davvero giocato contro. Jules e Jim rimane soprattutto un riferimento di studio, di accademia, di nostalgia. Emerge la tendenza francese dell’originalità a oltranza, dell’imprevedibilità a tutti i costi, del terrore di essere normali. La Moreau fu personaggio antipatico, magari odioso ai non trasgressivi. Ma un’eroina.

Morandini: Nella Parigi del 1912 Catherine s’innamora di due studenti, un francese e un austriaco, legati da una profonda amicizia fondata sull’amore per la letteratura. È, forse, il film più felice di Truffaut, certamente uno dei più rappresentativi con Jeanne Moreau nel suo personaggio più mitico. L’originalità e la stessa crudeltà della storia vi sono raccontate col massimo di pudore e di misura in dialettica contrapposizione fra trasgressione e norma, tra gioioso lirismo e profonda angoscia di morte. Dolce, nitido, di aerea leggerezza e armoniosa costruzione. Bellissima la fotografia di Raoul Coutard.

TIREZ SUR LE PIANISTE di Francois Truffaut

23 Mag

Mereghetti: Opera seconda di Truffaut, tratta dal romanzo noir Sparate sul pianista di David Goodis. In omaggio al cinema americano di serie B tanto amato dal regista, un pastiche di vari generi dove l’azione poliziesca è affidata alle immagini, mentre ai dialoghi è riservato l’aspetto mélo. Destinato a un pubblico di cinefili, ma godibile da tutti (“col Pianiste, vorrei far piangere le donne e ridere gli uomini“), all’epoca ottenne scarso successo, confermando l’opinione corrente secondo la quale i registi della Nouvelle Vague “riescono nel primo film perché raccontano la loro vita, ma si rompono le ossa sul secondo perché non sono professionisti” (P. Billard). Rivisto a distanza si conferma invece come uno dei film chiave della nuova ondata francese. Notevole l’uso dei personaggi e dell’ambiente, con un effetto d’insieme quasi paradossale: quanto più Truffaut insiste narrativamente sui generi, tanto più ottiene risultati realistici nella messinscena. Grande l’interpretazione di Aznavour che si esibisce nel locale dove suona anche Boby Lapointe.

TIREZ SUR LE PIANISTE di Francois Truffaut

23 Mag

Uno straniante cortocircuito di generi di Alessandro Regoli

: se non hai visto il film, ti consiglio di rimandare la lettura a dopo la visione

Un tempo concertista di successo, dopo il suicidio della moglie Charlie si è ridotto a suonare il piano in una piccola bettola di Parigi. Un giorno incontra Chico, uno dei suoi fratelli, inseguito da due malviventi. Ben presto Charlie si ritroverà coinvolto in una resa di conti tra gangster e a farne le spese sarà Lena, la sua nuova compagna, cassiera del locale in cui si esibisce e l’unica a essere a conoscenza del passato di Charlie.

Dopo l’inno alla libertà dell’infanzia messo in scena con I quattrocento colpi, con il suo secondo film Truffaut rilegge, in pieno stile Nouvelle Vague il genere noir. Fedele alla concezione secondo cui anche un film di Hitchcock poteva essere considerato un film d’autore indipendentemente dall’argomento trattato, il regista francese adatta per il grande schermo Non sparate sul pianista di David Goodis, autore americano di romanzi noir.
Il risultato finale è un film che stravolge i canoni del genere parodiando le figure dei gangster, ritratti come due “vecchi brontoloni” o le scene d’azione come i rapimenti e le sparatorie.
Anche il protagonista è una figura atipica per il genere: un personaggio buffo e timido le cui azioni, sempre in contrasto con i suoi pensieri, sono contraddistinte da un’esitazione che risulterà fatale per le donne che ama e che hanno dato la vita per lui, prima la moglie Theresa e poi Lena. Come se l’Antoine Doinel de I quattrocento colpi, cresciuto troppo in fretta, venisse catapultato in una storia più grande di lui. Ecco quindi che la dimensione comica cui appartengono i “cattivi”, i buffi tentativi di Charlie di approcciare una ragazza, il rapimento di Charlie e Lena prima e del piccolo Fido (un altro fratello di Charlie) poi, finiscono per scontrarsi con gli eventi drammatici dando vita a uno straniante cortocircuito di generi.

TIREZ SUR LE PIANISTE di Francois Truffaut (1960)

23 Mag

Film TV: L’umile pianista di un bistrot, Charlie, si trova casualmente coinvolto in un regolamento di conti di gangster ed è costretto a scappare. Secondo film di Truffaut dopo l’exploit de “I quattrocento colpi“. Non andò altrettanto bene e si attirò i commenti malevoli della critica; invece resta un bellissimo racconto che sceglie di affrontare un genere (il noir) con originalità ma senza superbia intellettuale. Tratto da un romanzo di David Goodis, già autore dello stupefacente “Dark Passage“, che si disse molto soddisfatto della versione truffautiana.

Morandini: Storia di un pianista dalla doppia identità che cerca di sfuggire alle sue “catene della colpa” ispirato all’eccentrico romanzo noir di David Goodis. Nel film, sostanzialmente fedele al libro, Truffaut pratica (seguendo la lezione di Jean Renoir, e quando non era ancora di moda) la mescolanza dei generi e dei toni con digressioni, spostamenti a sorpresa, sfasamento tra banda visiva e banda sonora, ricorso alla voce over con i pensieri di Charlie, dissolvenze incrociate, espedienti del cinema muto. Ne consegue un intreccio troppo complicato che allontanò il pubblico e spiazzò il più dei critici. Già il romanzo di Goodis non rispettava le regole del genere criminale. Truffaut gli fa fare qualche passo avanti, ma non dimentica mai il suo vero nucleo: l’amore legato alla morte. Mezzo secolo dopo rimane un film “di grande e ambiguo fascino, ironicamente e disperatamente vitalistico… di una malinconia luttuosa rara” (Paola Malanga). Scritto con Marcel Moussy. Fotografia (Dyaliscope): Raoul Coutard. Musica: Georges Delerue.

LA SIRENE DU MISSISSIPPI di Francois Truffaut (1969)

23 Gen

Alessandro Regoli: Tratto dal romanzo “La sirène du Mississipi” di William Irish (edito in Italia con il titolo di Vertigine senza fine) e preannunciato nel film precedente, Baci rubati, quando Jean-Pierre Léaud tiene in mano una copia di questo libro, Truffaut realizza un giallo che strizza l’occhio alle atmosfere e alle figure hitchockiane e omaggia Jean Renoir (cui il film è dedicato) citando nella sequenza iniziale La Marsigliese. Un film sulla conoscenza della realtà attraverso l’amore. Giallo ottimamente costruito nella prima mezz’ora in cui gli indizi e i dettagli si accumulano fin dal momento in cui Marion, vera e propria Sirena che ammalia l’ingenuo Louis, scende dalla nave facendo insinuare il sospetto che dietro una relazione apparentemente perfetta si nasconda un mistero che aspetta soltanto di essere disvelato. Un giallo che perde di tensione quando, nella seconda parte, al mistero si sostituisce il bisogno l’uno dell’altra, il desiderio totalizzante di stare insieme, contro tutto e contro tutti, che finisce per trasformare il loro rapporto in una vera e propria vertigine senza fine.

Morandini: Nell’isola di Réunion, al largo del Madagascar, un giovane piantatore di tabacco attende l’arrivo della promessa sposa Julie, conosciuta attraverso un’inserzione. Dal romanzo Vertigine senza fine (Waltz into Darkness, 1947) di William Irish (Cornell Woolrich), è uno dei film meno compresi e più sfortunati di Truffaut. Dedicato a Jean Renoir, è anzitutto il racconto di una degradazione per amore, quella del protagonista Louis Mahé, che contagia Marion. “Non ci sono bambini… perché è Marion a fare la loro parte, anche se travestita da dark lady” (Paola Malanga). Il gioco dei rimandi e delle citazioni (Renoir, Hitchcock, N. Ray, F. Lang, il detective che si chiama Comolli come il caporedattore dei Cahiers du cinéma, detestato da Truffaut ecc.) ingorga la narrazione. Versione italiana ridotta di circa 20 minuti. Si consiglia l’originale con sottotitoli italiani (malfatti).

Mereghetti: Feuilleton con ironia, melodramma intinto di humor nero: Truffaut manda all’aria i generi in un proluvio di citazioni (Hitchcock, Ray, Renoir), peraltro mai fatte pesare troppo. Ma dietro la godibilissima trama gialla, vi è una delle sue riflessioni più complete sul tema dell’amour fou. La follia nei bellissimi dieci minuti finali tra la neve, è la follia di un cinema che non ha paura del romanticismo più sfrenato. Mai Truffaut ha rischiato tanto, mai più ha toccato tali vette. La maggior parte dei critici ai tempi ulularono… poveri scemi.

Film TV: Lei è molto più bella che nelle fotografie… Film idolatrato dai cinéphiles, mescola melodramma e genere poliziesco e si avvale della presenza di una sfolgorante Deneuve e di un fascinoso Belmondo.

EDJT Movies ep. 5 – L’argent de poche

2 Ott

I sette peccati capitali della critica

23 Set

di Francois Truffaut  da Cahiers du Cinema (intorno al 1955)

Si parla sempre di divi e di registi, dei gusti e disgusti degli uni, delle manie degli altri. Eppure, ai margini del cinema, esiste una professione ingrata, difficile e poco nota: quella di “critico cinematografico”. Che cos’è il critico? Cosa mangia? Quali sono i suoi usi, i suoi gusti e le sue manie? L’articolo che segue ha lo scopo di far conoscere meglio questo artigiano disinteressato che lavora all’ombra delle sale cosiddette oscure.
L’apparato finanziario e pubblicitario del cinema e il prestigio dei divi sono tali che la critica, anche se unanimemente sfavorevole, non potrebbe mai arrestare la marcia verso il successo di un brutto film dal grosso budget.
La critica è efficace solo nei confronti dei filmetti ambiziosi ma privi di grossi divi.
Citerò due esempi opposti che rappresentano due “casi limite”: Le pain vivant e La strada. La sorte di questi due film dipendeva unicamente dal giudizio della critica. Il primo è stato unanimemente stroncato e, di conseguenza, ne è stato bloccato lo sfruttamento commerciale. Non sarà facile che a Jean Mousselle, il regista di Le pain vivant, sia affidata in futuro la regia di un altro film. Quanto a La strada, che sappiamo aver battuto tutti i record di “affluenza nelle sale cinematografiche”, senza la critica non avrebbe tenuto il cartellone per più di tre settimane; renderà invece dieci o quindici volte di più di quello che è costato.

1. Il critico si culla nell’ignoranza totale della storia del cinema. Facile rendersene conto grazie al remake. Se il remake è annunciato ufficialmente, il critico (per sembrare edotto) scriverà che il vecchio film è stato “ripreso inquadratura per inquadratura”, cosa che non si è mai verificata. Se il remake non è annunciato, il critico non se ne accorgerà. (Esempi: Prigionieri della palude di Negulesco era il remake di L’étang tragique di Jean Renoir o La lancia che uccide di Dmytryck quello di Amaro destino di Mankievicz). Del resto il critico, prima di scrivere il suo pezzo, consulta spesso le storie del cinema: siccome queste brulicano di errori, lui li riporta. Il mese scorso numerosi colleghi, fra cui Jean Dutourd (Carrefour) e Francois Nourissier (NNRF) hanno attribuito Vulcano di Dieterle a Roberto Rossellini: avevano semplicemente trovato questa informazione errata nella “Storia del Cinema” di Georges Sadoul. Si intuisce che se il critico ricopia errori materiali, non gli ripugna neanche di spacciare per suoi dei giudizi che non valgono più della documentazione che li accompagna. Sempre Georges Sadoul (Les Lettres Francaises) attribuiva al grande operatore Robert Burks la paternità di Il delitto perfetto.
2. Il critico cinematografico ignora non solo la storia della sua arte, ma anche la tecnica. Quanti critici sanno cos’è un raccordo nello stesso asse o una panoramica veloce? Naturalmente non sono tenuti a saperne molto al riguardo, ma perché fingere di capirci qualcosa? Alcuni esempi:
Georges Charensol (Les Nouvelles littéraires) si stupiva che si proiettasse su uno schermo normale Gli uomini preferiscono le bionde che, secondo lui, era un film in cinemascope. Il mio illustre collega avrebbe dovuto sapere:
a) questo film è stato girato prima del cinemascope
b) se fosse stato girato in cinemascope, non si potrebbe proiettarlo diversamente
Il film di Hitchcock Nodo alla gola comporta in tutto cinque inquadrature; Il delitto perfetto dello stesso Hitchcock ne comporta circa quattrocento, cosa che non ha impedito a Louis Chauvet (Figaro) di scrivere: “Il delitto perfetto è un’opera poliziesca filmata come Nodo alla gola, tutta d’un fiato o quasi”. Ho mostrato a parecchi colleghi quest’altra recente frase di Louis Chauvet; poiché nessuno è riuscito a darle un significato, la offro alla perspicacia dei lettori: “Aggiungo che un regista desideroso di fare del cinema puro (?) avrebbe sicuramente preparato e poi sfruttato in modo più energico gli episodi angoscianti, con un’altra disposizione delle luci(?) e senza nuocere all’autenticità”.
Louis Chauvet confonde forse il regista con l’elettricista?
3. Il critico si definisce per la sua totale assenza di immaginazione, altrimenti farebbe film invece di discuterli. Da qui il disprezzo che professa per l’immaginazione degli altri.
Quante volte ci si accorge che ha scritto: “A parte una breve scena di pesca al tonno, niente di interessante in questo film”, oppure: “L’autore avrebbe dovuto rinunciare al suo intrigo a favore di un documentario sulle farfalle”. Insomma il trionfo di Frison-Roche su Balzac e di Norbert Casterets su Stendahl. Jean-Jacques Gautier è il campione di questo tipo di critica.
4. Non si fa una carriera di critico senza incontrare prima o poi Delannoy, Decoin, Cayatte o Le Chanois, mentre Mankiewicz, Hitchcock, Preminger, Hawks sono a migliaia di chilometri. Ne consegue una sorta di sciovinismo più o meno consapevole.
André Lang (France Soir) come critico non è il migliore, è in compenso di gran lunga il più “patriottico”; leggendolo regolarmente, ci si accorge che niente di ciò che è francese gli è indifferente; ecco qualche critica:
Vacanze d’amore: “Questo villaggio magico di tela e di sole tutto profumato di aria marina…”
Oasi: “Il risultato incanta l’occhio…”
Porto proibito: “Un film abbondante e dinamico…”
Scalo a Orly: “Commedia condotta con abilità e intelligenza…”
Gli evasi: “…questo commovente successo giustamente onorato dal Gran Premio del cinema francese…”
Futures vedettes: “Un soggetto d’oro trattato con spirito.”
Si potrebbe pensare che André Lang, incoraggiando i lettori di France Soir ad andare a vedere tutti questi film, ha solo il torto di essere troppo indulgente; ma ecco cosa scrive di La contessa scalza, film americano che incuriosisce molto, quando non entusiasma: “Il film è ancora più stupido del titolo”. Argomentazione, direi molto debole e perentoria.
Razzia sur la Chnouf, di cui André Lang ha cantato le lodi ha forse un titolo più intelligente? E cosa pensare di un lavoro teatrale che si intitolasse Fragile?
5. Il critico è insolente e saccente. Roger Régent, dopo aver visto Rififi, voleva consigliare a Dassin di tagliare un quarto d’ora della rapina scientifica. E cosa resterebbe di La carrozza d’oro se ognuno di questi signori avesse potuto tagliare questa o quella scena che lo disturbava o quella inquadratura che gli sembrava noiosa?
La critica cinematografica ha i suoi luoghi comuni: se quel film fosse firmato Tal dei Tali, nessuno griderebbe al capolavoro, oppure: il rigore protestante di Jean Delannoy o anche: Fernandel, attore tragico…
La critica funziona secondo la “legge dell’alternanza”; secondo Giraudox: “Non ci sono opere, ci sono solo autori”; per il critico cinematografico è esattamente il contrario: non ci sono autori e i film sono come la maionese, o riesce o non riesce. Qui interviene la legge dell’alternanza. Alla critica piace sistematicamente un film di Jean Renoir su due.
6. Il critico che ignora la storia del cinema e la sua tecnica, che non sa nulla sulla costruzione di una sceneggiatura, può giudicare soltanto sulle apparenze, segni esteriori dei desideri del regista.
I critici giudicano i film dalle “intenzioni” dei loro autori. La loro ignoranza della storia e della tecnica cinematografica, come anche delle condizioni di scrittura dei film e della loro esecuzione, fa sì che essi (i critici) siano incapaci di risalire alle intenzioni, a meno che queste non siano evidenti, annunciate sul cartellone, all’ingresso della sala cinematografica. Incompetenza e pregiudizio formano una bella coppia. Si tratta quindi di giudicare sulle intenzioni di film di cui non si riesce a ritrovare le intenzioni!
7. Il cinema, come del resto tutte le arti, diventa troppo complicato per cervelli che hanno dato il meglio di sé nel 1925. Non ci sarebbe da stupirsi se assistessimo fra poco alla fine della critica. Jacques Lemarchand ha confessato di non aver capito nulla dell’opera Le maitre et la servante. André Billy ha confessato la sua perplessità davanti a Les Portes Dauphines e Emile Henriot (dell’Académie Francaise) la settimana scorsa confidava ai lettori di Le Monde che dopo due letture successive di Le voyeur, si sentiva incapace di raccontarne il soggetto. A quando questa franchezza nei nostri colleghi del cinema? Chi confesserà di non aver capito tutto di La contessa scalza?
Allo stato attuale delle cose, non è il caso di deplorare l’impotenza della critica cinematografica rispetto all’onnipotenza della critica drammatica. In realtà, quando un critico cinematografico esce dal cinema, non sa cosa pensare di cosa ha appena visto; elemosina un parere dai colleghi: il primo che parla ha ragione, quello che sa trovare una bella “formula” trionfa.
Con un po’ di abilità, un critico intelligente che desideri lanciare un film “difficile”, può riuscirci scrivendo il suo pezzo prima degli altri. Nei loro articoli ritroverà, adattata se non ripensata, l’essenza della sua argomentazione. Recentemente un caso del genere si è verificato per un ottimo film di cui non posso dare il titolo. Curioso esercizio, curiosa professione. In verità vi di dico: “Non date troppa importanza ai critici!”