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CANTANDO DIETRO I PARAVENTI di Ermanno Olmi (2003)

29 Lug

Morandini: Apologo fiabesco sulla violenza e la guerra (per la quale la vera decisione da prendere è di non farla) che inizia ai giorni nostri in un teatro-bordello cinese. Un Vecchio Capitano narra sul palcoscenico una storia ambientata alla fine del Settecento. L’azione si sposta sui mari della Cina, reinventata da Olmi su un lago del Montenegro con l’aiuto della tecnologia digitale. Per vendicare il tradimento e l’avvelenamento del marito, la Vedova Ching si dà alla pirateria… Anche Olmi canta, ma sottovoce, dietro i paraventi. Quel che racconta, anzi evoca, è carico di senso, frutto della memoria combinata con la riflessione e lo stupore. La guerra c’è, ma non si vede: non combattimenti, non arrembaggi, non morti né feriti. Tutto è stilizzato, anche la recitazione. Chi vuole, cerchi agganci con l’attualità politica (i “pirati onesti” contro i potenti che “legalmente” opprimono e rubano), ma non è necessario: “Delicato come una sinopia, fragile come una pergamena, leggero come un aquilone colorato, solca i cieli del cinema, depositandovi scie di luce folgoranti e improvvise epifanie.” (Gianni Canova).

Film TV: Un film intessuto di rispetto e di tenerezza: rispetto per un’iconografia insolita (perché, sotto sotto, i sentimenti restano quelli di sempre: amore e guerra, sopraffazione e ribellione, desiderio di vendetta e bisogno di pace), alla quale Olmi si avvicina con incuriosita meraviglia, e per una tempra di donna alla quale si inchinano anche il vecchio corsaro e l’imperatore; tenerezza per personaggi che sembrano provenire dall’infanzia dell’umanità, con le loro cadenze omeriche e salgariane. E inaspettatamente per Olmi, pure la sensualità trova un suo spazio: nel nudo perfetto dell’attrice che interpreta la piratessa Mary Li, ma anche nei sogni, nei gesti e nel corpo della vedova, nella femminile eleganza con cui combatte, comanda e cede alle proposte di pace dell’imperatore. Come se Olmi tornasse all’infanzia, scoprisse il corpo femminile e, con esso, le possibilità di quiete e di riposo. Qualcosa che correva già tra le pieghe di Il mestiere delle armi, ma che veniva sopraffatto dalla ragion di stato e dalla disillusione maschile.

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È PIÙ FACILE PER UN CAMMELLO… di Valeria Bruni Tedeschi (2003)

22 Giu

FILM TV: Federica è molto ricca. Questo privilegio non la fa sentire libera e le impedisce di vivere un’esistenza normale e di assumersi le sue responsabilità. Federica trova conforto nell’immaginazione e si abbandona ai suoi sogni a occhi aperti. Se c’è uno stile in questo esordio di Valeria Bruni Tedeschi è nella scelta di non averlo, di lasciarsi trasportare (appunto) dall’intuito e dal cuore, setacciati all’ombra di una razionalità smarrita e vitale, punitiva ma inesorabilmente creativa. E così, il film vive di momenti, di situazioni, di approcci, di scudisciate, di tempi sospesi e di provocatorie ironie. Come spesso accade nelle opere dirette dagli attori che si spostano dietro alla macchina da presa, la recitazione è la zona più accarezzata e accudita, coccolata e circondata d’affetto.

Morandini: Cresciuta a Parigi sin da bambina, adolescente dentro benché vada per i primi “anta”, Federica vive la sua ricchezza come un peccato (e va in Jaguar a confessarsi), stressata dal prossimo suo: sorella minore che si sente malamata; fratello playboy; padre malato; madre che comanda con implacabile dolcezza; amante proletario che vorrebbe avere figli da lei, un ex moroso sposato che la tampina. Per il suo esordio nella regia in un film autobiografico l’attrice Valeria Bruni Tedeschi poteva scegliere tra due vie: l’opera ombelicale della serie “Adesso vi racconto i tormenti miei” o la commedia ironica sul mal di vivere della ricca borghesia. Ha scelto una terza via più rischiosa: la mescolanza dei generi, compreso un frammento di disegni animati in cui ribadisce un antico sproposito biblico (kàmelon vuol dire “gòmena” non cammello). Film diseguale, ora stridulo (i sogni), ora intenso (Herlitzka all’ospedale).

THE DREAMERS di Bernardo Bertolucci (2003)

13 Mag

Morandini: Scritto da Gilbert Adair, liberamente tratto dal suo romanzo The Holy Innocents (1989, Santi innocenti e sognatori, 2003). Parigi, febbraio 1968. Durante una manifestazione di protesta per l’allontanamento di Henri Langlois dalla direzione della Cinémathèque Française, lo studente nordamericano Matthew fa amicizia con i gemelli Isabelle e Théo che l’invitano a trasferirsi nel loro appartamento, lasciato libero dai genitori in vacanza. Il rapporto fra i tre – legati dalle stesse passioni (cinema soprattutto, musica rock, politica, la rivolta nell’aria degli anni ’60) – si fa sempre più stretto e trasgressivo, rivolto ai fleurs du mal del principio del piacere. Quando un sasso rompe il vetro della finestra dove dormono (“La rue est entrée dans la chambre” dice Isabelle) i tre scendono in strada. Varcata la soglia dell’alta età, Bertolucci si volta indietro a rievocare, con nostalgia corretta dalla lucidità critica, la sua giovinezza di cinéphile, i soggiorni parigini degli anni ’60 (i primi, non gli ultimi), i bollori dell’impegno politico, la ricerca di identità. Lo fa raccontando “di due che non riescono a cessare di essere uno e di uno che non riesce a smettere di essere (scisso) in due” (Gianni Canova). Ci riesce nel finale. La goffaggine dei personaggi intacca anche il resto. Gli è sfuggito (non ha approfondito) il suo nucleo tragico. Si chiama Isabelle, non a caso l’unica sfiorata dall’idea della morte che rimanda a quella della Mouchette di Bernanos-Bresson. È la vera vittima del rapporto simbiotico e regressivo che la lega a Théo e che per lui è poco più di un giuoco da snob: per Isabelle è un amore impossibile, una passione abortita. Fotografia: Fabio Cianchetti premiata con un Globo d’oro. Con la supervisione di Janice Ginsberg, le canzoni hanno la funzione di manifesti d’epoca.

Giancarlo Zappoli: Bertolucci torna a raccontare di un mondo medio borghese che ben conosce ma che non è rappresentativo del ’68 e delle sue rivolte politiche e sessuali. C’erano anche loro, è vero, e probabilmente oggi stanno dall’altra parte ma il film non lo dice. Preferisce attardarsi sui giovani corpi nudi lasciando spazio a una frigida ricerca estetica. Per molti di quelli che non c’erano è una lettura consolatoria fatta da un Maestro che forse ha dimenticato i veri, per quanto confusi, sogni di quella generazione.

Film TV: Parigi, 1968: rimasti soli mentre i genitori sono in vacanza, Isabelle e Theo invitano a casa loro Matthew, un americano che hanno appena conosciuto. I sognatori di Bertolucci sognano al chiuso, nelle prime file della sala cinematografica e in una bella casa vuota: si raccontano le insofferenze della borghesia illuminata francese e della piccola borghesia americana, che con la tolleranza pacifista cerca di ritrovare l’innocenza perduta. Sognano e sanno che non sarà mai più così, più maturi dei loro corpi, più antichi delle immagini del “loro” cinema. Aperto dal dolly che discende dalla Tour Eiffel (e che si ripete in analoghi movimenti fuori dall’ascensore della casa dei ragazzi), accompagnato da una colonna sonora di “etimologica” precisione e di istantaneo calore emotivo (Jimi Hendrix ed Edith Piaf, i Doors e Françoise Hardy), The Dreamers è girato con la leggerezza del cinema che negli anni ’60 scopriva il mondo, con le fughe di Bande à part e le ingenuità di Pierrot le fou e di Partner, con la voglia di sporcare lo schermo con un pezzo di autobiografia felice, di raccontare che l’unica via di uscita è il suicidio, come per Mouchette, ma che a volte, un colpo d’aria, un sogno che per un istante si materializza, ti può fermare. E la voglia di non dimenticare e di non rimpiangere niente.

NATHALIE di Anne Fontaine (2003)

4 Apr

Morandini: Catherine entra in crisi quando apprende che il marito Bernard la tradisce. Assolda Marlène, giovane prostituta, affinché, fingendosi studentessa col nome di Nathalie, seduca Bernard e le faccia scrupolosi resoconti dei loro incontri amorosi. Scritta da Jacques Fieschi, ex critico di cinema e attore occasionale, la sceneggiatura, firmata anche dalla regista e da François-Olivier Rousseau, sviluppa con sottigliezza la complicità tra le due donne e si affida ai piccanti monologhi erotici di Marlène. Nel descrivere l’ambiguità del rapporto, quasi un’identificazione, tra due donne tanto diverse è esplicito il rimando a Persona di Ingmar Bergman. La regia “conferisce al racconto un andamento vagamente ipnotico, quasi onirico” (N. Rossello). L’affiatato trio degli interpreti fa il resto.

Film TV: Catherine, borghese e colta, paga Marlene, che di professione fa l’entraîneuse, per andare a letto con suo marito Bernard dopo aver scoperto che la tradisce. Il film è girato bene, interpretato meglio, dialogato con cura, ricco di puntigliose osservazioni sull'”essere donna oggi”: emancipata e sicura di sé, di fronte a temi come il tradimento e il desiderio. Tutto con misura e pudore, anche perché la Béart, pur bellissima, si concede poco. Insomma, niente da dire sulla confezione e la ricchezza di argomenti, ma l’interesse rimane moderato.

DOPO MEZZANOTTE di Davide Ferrario (2003)

20 Gen

Morandini: Dice il narratore: “Forse sono i luoghi che raccontano le storie meglio dei personaggi”. Certi luoghi. Come la Mole Antonelliana, contenitore e, forse, maga ispiratrice di questa commedia di garbo sottile e ironico dove si racconta una triangolare storia d’amore. Prodotto a basso costo e scritto dal regista, questo “piccolo film gentile” (D. Ferrario) funziona a molti livelli: sagace mescolanza di commedia, melodramma, contrappunto cinefilo con citazioni dell’amato Buster Keaton e di Il fuoco di Pastrone; impiego del digitale con una HD-TV Sony (Dante Cecchin) per gli esterni di una Torino nebbiosa e notturna come per gli scenografici interni incantati della Mole; alta definizione dei personaggi/interpreti tra cui, oltre al keatoniano Pasotti, bisogna segnalare la prova della teatrante Francesca Inaudi. Un po’ ridondante lo spazio concesso alle musiche colte di Banda Ionica, Daniele Sepe e Fabio Barovero. La voce off del commento straniante è di Silvio Orlando.

Film TV: Martino è il custode notturno della Mole Antonelliana, sede del Museo del Cinema. Dopo mezzanotte diventa il regno di Martino, felice di essere circondato dalle ombre dei film muti che proietta solo per sé. Alta definizione, produzione in proprio, premi su premi all’estero, attori all’altezza; musiche singolari (Banda Ionica, Daniele Sepe), voce narrante di Silvio Orlando e in più Buster Keaton nume tutelare e antisentimentale. Risultato: un film davvero indipendente, giusto, tenero, bello.

GOODBYE LENIN di Wolfgang Becker (2003)

26 Nov

Giancarlo Zappoli: Campione di incassi in Germania. Che fare quando la storia va avanti per tenere tranquilli coloro i quali credevano di essere nel giusto? Raccontargli menzogne come gli venivano raccontate prima. Con la non secondaria differenza che a Lenin si è detto goodbye ma il futuro non è rose e fiori. Satira ben calibrata quella di questo film che i tedeschi ( e in particolare i berlinesi) hanno gradito moltissimo. Nel film non c’è un pacchetto di caffè o di sigarette che non ricordi loro un passato recente e non piacevole.

Morandini: Conclusione di amaro patetismo retrospettivo, ovvero: come arrivare alla verità attraverso la menzogna. Commedia agrodolce che diverte, commuove e fa pensare, grazie al personaggio della madre, meno comunista di quel che sembra. Il merito è della sceneggiatura di Bernd Lichtenberg che parte da uno spunto simile a quello di Underground di Kusturica. Al suo 3° lungometraggio per il cinema, Becker, anche cosceneggiatore, controlla il traffico, ma fa poco per evitare o coprire i passaggi cuciti col filo bianco.

Film TV: Qualche mese dopo il crollo del Muro, Christiane si sveglia dal coma. Per evitarle emozioni troppo forti, Alexander cerca di mantenere in vita il passato mettendo in atto ogni possibile stratagemma. Ma il mondo è irreversibilmente cambiato…  Il film è simpatico, anche se per lo spettatore italiano non potrà mai avere lo stesso valore catartico che ha avuto in patria. Talvolta, però, la regia un po’ grigia brucia le possibilità della storia, procedendo senza gran ritmo.