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APOCALYPSE NOW di Francis Ford Coppola

28 Lug

opening scene

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THE OUTSIDERS di Francis Ford Coppola (1983)

12 Feb

Morandini: I ragazzi del titolo sono i greasers: ispano-americani, capelli lunghi e imbrillantinati, sono poveri e hanno per nemici la banda dei soc(ials), che abitano dall’altra parte della città (Tulsa) e sono invece bianchi e benestanti. Le due bande si dividono il territorio e le ragazze e spesso, quando vengono a contatto, è la rissa. Da un romanzo scritto da una furba sedicenne che si firma Susan E. Hinton, uscito nel 1967 e venduto subito in quattro milioni di copie. È un West Side Story senza balletti e, purtroppo, con le musiche di Carmine Coppola al posto di Leonard Bernstein. La tenerezza e il rispetto per i personaggi evitano il manicheismo. Giovani attori tutti bravi, Matt Dillon fin troppo.

Film TV: I miti dei ragazzi della 56esima strada, quelli che arrivano dalla zona operaia della città, sono il rock’n’roll, le ragazze e la violenza urbana. E di tragedia si tratta: riduzione coppoliana di un romanzo di S.E. Hinton (la stessa autrice di “Rusty il selvaggio“), un film che non vuole essere affatto uno spaccato sul malessere giovanile ma un melodramma urbano alla Nick Ray (quello di “Gioventù bruciata”). Commovente la colonna sonora, cast di giovani attori che saranno famosi. Particina anche per Tom Waits.

APOCALYPSE NOW di Francis Ford Coppola (1979)

30 Nov

Film TV: Al capitano Willard è affidata la missione di raggiungere Kurtz nel suo territorio e di eliminarlo. Sarà un viaggio terribile, punteggiato di insidie e, ancor più, avvelenato da molteplici orrori. Coppola traspone “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad nell’intricato, immondo verminaio della guerra del Vietnam, realizzando un formidabile film bellico che è, anche e soprattutto, un percorso sconvolgente nei torbidi abissi della coscienza umana.

Morandini: Saigon; il cap. Willard dei servizi speciali riceve l’ordine di risalire un fiume della Cambogia, raggiungere il colonnello Kurtz, che sta combattendo una sua feroce guerra personale, ed eliminarlo. Ispirato a Cuore di tenebra (1902) di Joseph Conrad, sceneggiato da John Milius, splendidamente fotografato da Storaro, è il più visionario e sovreccitato film sul Vietnam, trasformato in mito. Delirante, eccessivo, diseguale, ricco di sequenze straordinarie, assai discusso e talvolta estetizzante nel suo ostentato brio stilistico, nella sua spropositata ambizione di grandiosa complessità. È una riflessione amara, forse disperata, sull’imperialismo USA, erede del colonialismo europeo, sulla follia omicida della civiltà occidentale, sul legno storto dell’umanità.

THE CONVERSATION di Francis Ford Coppola (1973)

18 Set

Morandini: (…) è un thriller che anticipa i tempi (Watergate) e le mode, rimanda al cinema di Antonioni (fotografia funzionale di Bill Butler), ma anche agli incubi allucinati di un Kafka tecnologicamente aggiornato. Uno dei migliori film USA degli anni ’70 con un Gene Hackman perfetto come antieroe dell’era elettronica. Apparizione non accreditata di Robert Duvall.

Mereghetti: Evidentemente influenzato dall’atmosfera di paranoia e disillusione prodotta dallo scandalo Watergate, il film si svolge come una sorta di incubo, in una dimensione di “realtà irreale” che fa sentire la sua minaccia, ma si camuffa dietro elementi occulti, magistralmente sintetizzati nella disperata solitudine della scena finale. Al centro c’è la figura di Harry un uomo che si è volontariamente emarginato col suo comportamento antisociale, ossessionato dal bisogno di proteggere gelosamente una vita privata in evidente conflitto con l’illegalità della sua professione e che non riesce a veder chiaro nei nastri che registra perché non vede chiaro in se stesso. Straordinario il lavoro fatto, col direttore del suono Walter Murch, su una colonna sonora elaboratissima e complessa. Titanica l’interpretazione di Gene Hackmann.

YOUTH WITHOUT YOUTH di Francis Ford Coppola

17 Set

da Cahiers du Cinema n.628

Colpo di fulmine di Jean-Philippe Tessé  (trad. Eugenio Renzi)

Francis Ford Coppola è tornato, a dieci anni da L’Uomo della pioggia. Torna dalla Romania, dove è stato girato Un’Altra Giovinezza, Youth without Youth, tratto dal racconto di Mircea Eliade, con una squadra tecnica quasi interamente autoctona e una macchina da presa digitale. Coppola ha da molto tempo preso le distanze da Hollywood, installandosi a San Francisco, in una sorta di Utopia ribattezzata Zoetrope. Rompendo il silenzio, sceglie come pulpito il ventre dell’Europa, un paese in pieno boom cinematografico. Bisogna prendere le misure di questo spostamento sul mappamondo, che ne precede un altro (un prossimo film in Argentina) e che ha seguito nell’itinerario del cineasta l’abbandono (definitivo) dell’ambizioso progetto rincorso per tanti anni, rinviato sine die, Megalopoli. Se ne concluderà che il maestro ha voluto, allontanandosi da ogni cosa, offrirsi una nuova giovinezza, duplicando in tal modo il percorso del proprio personaggio. Non è l’impressione che da il film. E se lo guardiamo con l’ossessione per l’inedito, una prima sorpresa ci attende : più che un nuovo inizio, Un’altra giovinezza si presenta come una sintesi, quasi un film ricapitolativo, dove Coppola sembra aver riunito tutti i suoi temi in una sola storia – si tratta forse del più coppoliano dei suoi film.


Considerate semplicemente il quadro. Nel 1938, un uomo anziano colpito da un fulmine ringiovanisce di colpo conservando la coscienza dei propri 70 anni (cfr. Peggy Sue si è sposata) ; sapiente specializzato nello studio delle lingue, si intestardisce fino all’ossessione (tipo La conversazione) per scoprire il proprio Santo Graal, l’apparizione del linguaggio, che è l’oggetto del suo libro, la sua grande opera incompiuta ; per soddisfare la propria ricerca, risale il fiume del tempo (vedi Apocalypse Now), incontrando sul proprio cammino una donna che sposa e vampirizza (Dracula di Bram Stoker), per strapparle il segreto degli Dei ; alla fine non gli resta che contemplare che la desolazione del proprio impero di carta (Il padrino. Parte terza), ecc.
Quest’uomo senza età, Dominic Matei (un brillante Tim Roth), vede nella propria giovinezza ritrovata solo il favore di un rinvio, un bonus di tempo per terminare la propria opera. Del ringiovanimento del corpo sembra disinteressarsi ; il miracolo di una tale metamorfosi è una colpo di fortuna unico, ma che quasi lo mette in difficoltà, quando i nazisti si mettono sulle sue tracce per scoprire il suo segreto. L’uomo senza età non sarà un supereroe, tutt’al più un super linguista, allo stesso modo Matei evita ogni elogio entusiasta della propria nuova giovinezza perché vede in questa non un candore, uno stato di natura precedente all’apprendimento ma , la contrario, un periodo di intensificazione della conoscenza. Non si abbandona al godimento del corpo rinfrancato : uscito dalla clinica nei propri abiti di anziano signore, Matei ha già l’aria di un professore in pensione. Soprattutto, c’è un angolo morto in questo regalo della sorte : Matei è ringiovanito, ha ritrovato i suoi trent’anni, ma non è tornato indietro nel tempo. Il suo corpo è sì più giovane, ma solitario: il mondo non lo ha seguito. Il tema della seconda opportunità, sul quale si cimentava Peggy Sue si è sposata, non ha più corso qui. Il salto indietro riguarda soltanto le arterie, gli occhi, questi hanno la forza e l’acutezza dell’età, ma non si troveranno più davanti a loro la donna che Dominic amava a vent’anni e che si è allontanata da lui. Questa donna rimarrà una frase scolpita in una medaglia : « With love, forever ». Che regalo crudele : ringiovanire in un mondo rimasto adulto, e sempre pronto a cedere alla guerra ; ritornare indietro, ma non poter rivivere i propri vent’anni ! Il fulmine è un solo un mezzo miracolo : anche se l’età si divide in due, non ci si immerge due volte nello stesso fiume.
La seconda vita del professor Matei è solitaria, non può fare altro se non rimettersi al lavoro. Ha dalla sua parte un corpo rinvigorito, una schiena raddrizzata, una camminata più vivace, una resistenza e soprattutto una disposizione decuplicata allo studio. Con sessant’anni davanti a sé per terminare il libro, è come invincibile. Presto, è sicuro, scoprirà il Graal : l’apparizione del linguaggio, questa ulteriore scintilla, quest’altro fulmine che fece passare i nostri antenati dai grugniti animali al logos. Il ripiegamento nell’età, che vi rende improvvisamente intoccabili, è un delirio simile a quello di Kurtz, in Apocalypse Now. Risalite il fiume, risalite tempo : scoprirete lo stesso mostro. Qui, prende la forma di un doppelganger, un doppio di sé in guisa di proiezione allucinata. Questo doppio, è il Kurtz di Matei – e bisognerà ucciderlo. Come Kurtz, si rivela un po’ deludente. Malgrado i giochi di prestigio e le rose fatte apparire per magia, non si tratta di un Mefistofile o di un Diavoletto, piuttosto di un parassita. Mentre Matei dorme, si reca nella stanza accanto per dormire con la seducente spia nazista. Non è il momento più riuscito del film. Il raddoppiamento permette tuttavia al personaggio di aggirare la maledizione del regalo ricevuto dal cielo. Questa giovane donna un tempo amata e che egli non rivedrà mai più riappare anche lei sotto forma di un doppione : un’altra donna, giovane, interpretata dalla stessa attrice. Ancora un doppio colpo. Il fuoco che consuma Veronica non la fa cambiare di stato, ma lei scopre in sé uno strano talento, la glossolalia. Meraviglia della metempsicosi : Veronica è abitata da Rupini, una principessa indiana morta secoli prima, e che comincia, attraverso la sua bocca, un viaggio a ritroso verso la giovinezza del linguaggio. La notte, Veronica è in stato di trance, parla sanscrito, poi babilonese, egiziano, armeno e altro. Viaggio spossante : la notte, mentre va indietro nel tempo, Veronica invecchia.
All’immagine dell’eroe, raddoppiato in un erudito meticoloso e nel suo alter ego immaginario, Un’altra giovinezza è diviso tra un’inclinazione seria, vedi laboriosa (la ricerca della grande opera, quella di Coppola) e un gusto più avventuroso per la trivialità del racconto e dei suoi ambienti. Si tratta di una vecchia ambivalenza coppoliana, questo recupero da parte dello spettacolare del raccoglimento intimo. Ma bisogna notare come Coppola filmi la propria storia alla maniera di un serial. L’episodio romeno convoca nazisti da operetta che spuntano dall’ombra, una svastica ricamata sulla giarrettiera della spia, un revolver che salta fuori da sotto il mantello per esser tenuto ad altezza dell’anca, un sapiente pazzo che conduce nel suo laboratorio degli esperimenti scientifici, e i bagliori prodotti da questi illuminano la sua risata demoniaca. Più tardi, grande sterzata in India sulle tracce di Rupini : un’avventura alla Tintin, con tanto di orientalista italiano, un impomatato e sfortunato attore romano truccato poi da monaco tibetano. Spesso il film sfocia nel grottesco o si impantana nell’erotismo, non senza una certa ingenuità. Quale fulmine ha colpito Coppola ? Lo si sente toccare il cuore della sua opera con un dito, Un’altra giovinezza doveva essere il suo grande film definitivo, un coronamento. Invece è un cantiere attraversato da folgorazioni dove il regista tenta dei matrimoni (tra la luce filtrata digitale e le ombre espressioniste tornate indietro da Il Terzo uomo [Carol Reed, 1949 ; n.d.tr.], e delle inversioni letterali (immagini dei sogno filmate sotto sopra, camera in « plongée » su Tim Roth meditabondo nella vasca, la schiena verso il soffitto, che lo fa somigliare ad un bebè mentre fa il bagnetto). Il cineasta si è chiaramente divertito ad immergersi nelle atmosfere mitteleuropee della metà del secolo scorso ; e in nome di questi piccoli divertimenti, l’opera può aspettare. Un’altra giovinezza somiglia alla traduzione simultanea da una lingua straniera : un testo incerto, ancora aperto a diverse ipotesi. Qui c’è un profusione narrativa più densa ancora che ne Il padrino – mai Coppola aveva tessuto una trama così intricata. Questa profusione ricopre la molteplicità delle lingue. E il motivo per cui i passi di Coppola verso l’origine del linguaggio prende la forma di uno sciamanismo transumante, le tribolazioni di un cineasta italoamericano, tra Zoetrope, la Romania e (a breve) l’Argentina. Impossibile fondersi in una logica univoca (né il serial né il romanzo delle idee). Lo sciamanismo è una forma di pazienza : ci vuole una pazienza da vampiro per lasciarsi abitare dagli spiriti. Contrappasso della glossolalia che, facendo parlare tutte le lingue formula una promessa. Il linguaggio non è tanto una casa, ma una sala d’attesa : Dominic si siede, penna alla mano, pronto a trascrivere in geroglifici i flash di Veronica/Rupini.


È emozionante vedere Coppola tentare di prendere due piccioni con una fava, riassumere la propria opera e al tempo stesso abbandonarla per fuggire come un bambino nel sentiero più accidentato dell’intrigo internazionale. Niente di « megalopolitico » in questo, anche se il film disarciona per la sua maniera di impelagarsi in un pensiero magico che, al contrario degli altri film fantastici di Coppola, sbocca non nel sublime, ma in un immaginario Kitsch. Le sedute spiritiche con Veronica sono forse quanto c’è di meno riuscito ma anche di più appassionante nel film : nello sforzo di Matei per unificare il molteplice delle lingue grazie alle « visite » di Lupini nel corpo di Veronica, c’è senza dubbio un gesto prometeico, ma ci si può cogliere un mormorio più sognatore e più modesto dei mille viaggi possibili, attraverso i secoli e gli imperi, che il film non visiterà in ultima analisi se non di volata : un pugno di piani su Schiva in una grotta. Dopo dieci anni di silenzio, Coppola ritorna a questo punto di partenza : un nuovo sciamanismo che fa appello a miti arcaici e fumetti d’avventura, il brivido della storia e la ricerca di un amore perduto, il fracasso degli spiriti che verranno presto a farsi sentire attraverso la sua bocca.