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ROCCO e I SUOI FRATELLI di Luchino Visconti

1 Giu

L’influenza maggiore l’ho subita da Verga di Luchino Visconti

In ogni cosa che facciamo c’è sempre un grano di qualche altra che l’ha preceduta e le suggestioni possono arrivarci, senza che ce ne accorgiamo, da mille direzioni e da grandi lontananze. Per Rocco, una storia a cui pensavo già da molto tempo, l’influenza maggiore l’ho forse subita da Giovanni Verga: I Malavoglia, infatti, mi ossessionano sin dalla prima lettura. E, a pensarci bene, il nucleo principale di Rocco è lo stesso del romanzo verghiano: là ‘Ntoni e i suoi, nella lotta per sopravvivere, per liberarsi dai bisogni materiali, tentavano l’impresa del “carico dei lupini”: qui i figli di Rosaria tentano il pugilato: e la boxe è il “carico dei lupini” dei Malavoglia. Così il film si imparenta a La terra trema – che è la mia interpretazione de I Malavoglia – di cui costituisce quasi il secondo episodio. A questa “ossessione” determinata dalla maggiore opera dello scrittore siciliano, si sono aggiunti altri due elementi: il desiderio di fare un film su una madre che, sentendosi quasi padrona dei propri figli, ne vuole sfruttare l’energia per liberarsi dalle “necessità quotidiane”, senza tener conto della diversità dei caratteri, delle possibilità dei suoi ragazzi, per cui mira ambiziosamente troppo in alto e viene sconfitta; e poi mi interessava anche il problema dell’inurbamento, attraverso cui era possibile stabilire un contatto tra il Sud pieno di miseria e Milano, la modernamente progredita città del Nord. In queste mie necessità si sono poi inseriti altri motivi: alcuni che risalgono alla Bibbia e a Giuseppe e i suoi fratelli di Mann, altri che s’identificano nella mia ammirazione per lo scrittore Giovanni Testori ed il suo caratteristico mondo ed, infine, ad un personaggio dostojewskiano che, per più aspetti, rassomiglia interiormente al Rocco del mio film: il Myskin de L’idiota, il rappresentante più illustre della bontà fine a se stessa.

Di qui, da tutte queste sollecitazioni, spesso inavvertibili, è nata la storia di Rocco e i suoi fratelli. La storia di Rosaria, una donna lucana energica, forte, testarda, madre di cinque figli, “forti, belli, sani” che sono per lei come le cinque dita della mano. Morto il marito, attratta dal miraggio della grande città del Nord, per fuggire la miseria si trasferisce a Milano. Ma la città non consente a tutti e cinque i ragazzi la stessa identica sorte: Simone, che sembra il più forte e che in realtà è il più debole, si perde e uccide una mondana. Rocco, il più sensibile, il più spiritualmente complesso, ottiene un successo che per lui – che si ritiene responsabile delle disgrazie di Simone – è una forma di autopunizione: diventerà celebre attraverso il pugilato, un’attività che gli ripugna perché, quando egli è sul ring, di fronte all’avversario, sente scatenarsi dentro un odio per tutto e per tutti; un odio da cui egli rifugge quasi con orrore. Ciro, il più pratico, il più saggio ed il più concreto dei fratelli sarà l’unico ad inurbarsi completamente, a diventare una unità della comunità milanese, conscio dei suoi nuovi diritti e dei suoi nuovi doveri. Il più piccolo, Luca, forse un giorno tornerà in Lucania, quando anche laggiù le condizioni di vita saranno mutate, mentre Vincenzo si accontenterà di una vita modesta ma sicura al fianco di sua moglie.

Ho fatto un sopralluogo a Milano per attingere dalla carne viva della città alcuni elementi e identificare gli ambienti, i luoghi in cui avrebbero vissuto i miei personaggi (la periferia dai grandi casoni grigi, Roserio, la Ghisolfa, Porta Ticinese, ecc.): e, sulla base di questi elementi ho scritto insieme con Suso Cecchi D’Amico, Festa Campanile, Franciosa e Medioli una prima sceneggiatura. Poi nuovo sopralluogo a Milano: e questo secondo viaggio è servito per mettere meglio a punto sia i personaggi che le situazioni. Ad esempio, nella prima stesura, avevamo sottolineato la nostalgia dei meridionali che vivono a Milano per la loro terra. Parlando con molti di essi ci siamo resi conto, invece, che non lascerebbero mai la città, che mai tornerebbero ai loro paesi d’origine, perché – dicono – meglio arrangiarsi a Milano che patire in paese. E in base a questa realtà nuova abbiamo notevolmente modificato il testo della prima stesura.
Altro elemento che abbiamo captato è stato quello del sistema usato dai meridionali per avere una casa: ed anche di questo abbiamo tenuto conto nelle correzioni e nelle modifiche. Infine eravamo in cerca di un finale diverso, più moderno, di quelli previsti dal trattamento e dalla prima sceneggiatura poi. Infatti in una stesura Rocco moriva durante un combattimento, disputato pur sapendo di non essere in condizioni fisiche adatte a boxare; in un’altra si faceva arrestare in luogo del fratello. Alla fine abbiamo trovato l’attuale finale (l’accettazione, come autopunizione, di un’attività tutt’altro che congeniale) che mi sembra assolutamente privo della melodrammaticità del primo e della meccanicità artificiosa del secondo”.

Naturalmente subirà una ulteriore trasformazione durante la lavorazione: perché essa mi servirà solo come base di massima: e su questa base, volta per volta, inventer ancora, tenendo particolarmente conto degli elementi estemporanei, costituiti dai luoghi, dagli ambienti e soprattutto dalle necessità drammatiche del racconto. Ho sempre fatto così per ogni mio film. Rosaria è una di quelle “madri” che, come Maddalena in Bellissima, crede nei propri figli quasi con la furia di una scatenata; anche lei è sconfitta: e, in più di Maddalena, per la sua origine, recita sempre: recita la gioia ed il dolore, quasi dilatando all’esterno i sentimenti che sente dentro.

dal libro Rocco e i suoi fratelli, Cappelli, Bologna 1978

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ROCCO e I SUOI FRATELLI di Luchino Visconti

1 Giu

Mereghetti: Il film mette a confronto una storia di miseria meridionale con la civiltà occidentale del Nord, vista nei suoi due aspetti più forti: fabbrica e coscienza proletaria per alcuni, marginalità e autodistruzione per altri. Il regista milanese racconta la sua città con gli occhi degli emigrati (gelida, ostile, respingente) e ne fa il teatro di passioni irrefrenabili e arcaiche, tornando ancora una volta al tema portante della sua cinematografia: la deflagrazione dell’istituzione familiare, coerentemente a una scelta stilistica che gli fa prediligere la descrizione dei travagliati sentimenti dei protagonisti alla morale delle soluzioni possibili.

Sospeso tra mito e storia, Rocco e i suoi fratelli è un capolavoro con innumerevoli influssi letterari, ma sono soprattutto avvertibili le influenze di Mann e Dostoevskij (la crisi di un gruppo di famiglia, il contrasto tra un Bene e un Male assoluti), legati tra loro da una struttura narrativa che s’ispira (come quasi sempre in Visconti) al melodramma. Nadia è una sorta di Carmen moderna e la sua morte all’Idroscalo è uno dei momenti più toccanti e indimenticabili del nostro cinema (e non solo). Cast tutto eccellente, montaggio di Mario Serandrei, splendido bianco e nero di Giuseppe Rotunno, colonna sonora di Nino Rota. La censura si scagliò contro il film, costringendo i proiezionisti ad annerire la scena dell’Idroscalo.

ROCCO e I SUOI FRATELLI di Luchino Visconti (1960)

1 Giu

Film TV: La famiglia Parondi è arrivata dal Sud a Milano, dove vive in misere condizioni. Film prediletto da Visconti, vi si riflette il dramma dell’emigrazione meridionale; straordinaria la capacità di vedere Milano attraverso gli occhi di questi “dannati della terra” costretti allo sradicamento per sopravvivere. Una tragedia greca in abiti moderni.

Morandini: Ispirato ai racconti di Testori (Il ponte della Ghisolfa, 1958). Una famiglia di contadini lucani si trasferisce a Milano negli anni del boom economico e si disgrega, nonostante gli sforzi della vecchia madre per tenerla unita. Nelle cadenze di un romanzo di ampio respiro narrativo con ambizioni tragiche e risvolti decadentistici, è il più generoso dei film di Visconti, quello in cui, con qualche schematismo, passioni antiche e problemi moderni sono condotti a unità. La congerie delle numerose e talvolta contraddittorie fonti letterarie (Mann, Dostoevskij) trova ancora una volta il suo punto di fusione nel melodramma, nella predilezione per i contrasti assoluti. Quella dell’Idroscalo è una delle più tipiche scene madri di Visconti. Osteggiato dai politici e bersagliato dalla censura, il film incassò nelle sale di seconda e terza visione più che in quelle di prima, in provincia più che nelle grandi città. La vicenda giudiziaria continuò fino al 1966 quando Visconti fu assolto in modo definitivo. Nel 1969 la censura ribadì il divieto ai minori di 18 anni e nel 1979 fu allestita una nuova edizione per il passaggio in TV con altri tagli.

BELLISSIMA di Luchino Visconti (1951)

13 Apr

Morandini: Il regista Alessandro Blasetti cerca una bambina per un suo film. Per fare in modo che la figlioletta sia scelta, un’infermiera proletaria… Impietosamente satirico sul mondo del cinema come “fabbrica dei sogni”, ma anche critico sui metodi del neorealismo, oggi appare soprattutto come un ritratto di donna, la Maddalena Cecconi di una splendida, veemente Magnani. La sua scena sul fiume con Chiari è da antologia. Partito da un soggetto di Zavattini, sceneggiato con Suso Cecchi D’Amico e Francesco Rosi, Visconti racconta la realtà popolare piena di contraddizioni con occhi sempre lucidi, talvolta impietosi. Fotografia: Piero Portalupi, Paul Ronald. Musiche: Franco Mannino con brani di “L’elisir d’amore” di Donizetti.

Film TV: Maddalena Cecconi, moglie di un capomastro romano, tenta di far entrare sua figlia Maria, di otto anni, nel mondo del cinema e la porta a Cinecittà per un provino. Anna Magnani dà qui una delle sue più intense interpretazioni, aiutata da una sceneggiatura (di Suso Cecchi D’Amico, Francesco Rosi e dello stesso regista, da un’idea di Cesare Zavattini) che ne valorizza il temperamento.

IL GATTOPARDO di Luchino Visconti (1963)

22 Gen

Morandini: Dal romanzo postumo (1958) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sceneggiato da Visconti, Suso Cecchi D’Amico, P. Festa Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa. Mentre nel 1860 Garibaldi e le sue camicie rosse avanzano in Sicilia, il principe Fabrizio di Salina si rassegna all’annessione dell’isola e del suo feudo di Donnafugata allo Stato Sabaudo. Splendida e fastosa illustrazione del passaggio della Sicilia dai Borboni ai sabaudi e della conciliazione tra due mondi affinché “tutto cambi perché nulla cambi”, è un film sostenuto dalla pietà per un passato irripetibile che ha il suo culmine nel ballo, lunga sequenza che richiese 36 giorni di riprese. Visconti volle nella colonna sonora di Nino Rota un valzer inedito di G. Verdi.

Mereghetti: (…) fedele e sfarzosa illustrazione del passaggio della Sicilia dei Borboni a quella dei Sabaudi; dietro la messinscena fastosa, il regista è riuscito tutto sommato a non tradire lo spirito scettico e amaro dell’omonimo romanzo, anche se, da intellettuale di sinistra, forse ha un po’ forzato il senso della critica all’immobilismo e al trasformismo politico. Visconti non sbaglia quasi nulla nella ricostruzione storica, aiutato dalle scenografie di Mario Garbuglia e dai costumi di Piero Tosi filologicamente curatissimi. Abile uso degli spazi, belle scene di massa e splendida fotografia di Giuseppe Rotunno. Impeccabile la direzione degli attori, tutti perfettamente calati nella parte.

Film TV: Dal notissimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, un capolavoro di spettacolare ricostruzione storica e di sottile introspezione psicologica. Grandi interpreti guidati da una regia magistrale in una cornice sontuosa e affascinante. Visconti pose, come sempre, una cura maniacale nei dettagli della scenografia e dei costumi. Produzione costosissima benché interamente italiana, il film si ripagò appena delle spese nonostante il grande successo che ottenne in Italia e all’estero e la Palma d’oro conseguita a Cannes.

Martin Scorsese: Visconti passò molti anni a tentare un adattamento di Proust per il grande schermo. In un certo senso ci riuscì con questo stupefacente arazzo cinematografico in cui ogni gesto, ogni parola, la disposizione di ogni oggetto in ciascuna stanza richiama in vita un mondo perduto. Il Gattopardo è un epica del tempo. La sua lentezza, che culmina in un maestoso crescendo nella lunga sequenza del gran ballo, è governata dai ritmi di vita dell’aristocrazia fondiaria siciliana.