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PADMA NADIR MAIJHI di Goutom Ghosh (1993)

6 Nov

Daniele Torri: Immagini che scorrono a pelo d’acqua alternate a sequenze in esterni o cavallo dell’ingresso di abitazioni di fortuna, sempre in balia delle perturbazioni. Ci si immerge una sola volta, l’interno è acquatico ma soprattutto umano, ma la purificazione interiore (che equivarrebbe ad un peccato esteriore) non si completa e sull’imbarcazione che lascia una riva sempre con la prospettiva di ri-approdarvi, sta l’essenza di un film molto umano al di là dell’organizzazione civile di una società, quasi lontana da quella occidentale. Vedere su un monitor scene di mondi in cui il monitor non è previsto, instaura una trasfigurazione alla quale è necessario adeguarsi. La sequenza in cui Kabir e sua cognata Kabila dialogano camminando ed alternando la loro posizione rispetto al sole, controcampo ideale rispetto allo spettatore (quindi angolazione illuminata), è impagabile.

enrico ghezzi introducing FuoriOrario: (…) forse è una mia fissazione, legata all’importanza del fiume, del passare del fiume, del compensarsi nel fiume sia del mondo dello stratificato, del morto, dell’annegato come del sorgente, del rigenerante, del mai uguale, mai lo stesso punto; benché il fiume poi sia lo stesso. Quindi proprio un’idea di cinema: di mutevolezza continua e nello stesso tempo sempre la stessa cosa. Il battelliere del fiume Padma, ci porta vicinissimo a questa sostanza del fiume; non come esplorazione di un altro elemento, il confronto e quindi la lotta fiammeggiante tra elementi diversi: l’aria, l’acqua, la storia, il navigare, lo scivolare, l’attraversare l’acqua, l’usarla come barriera o farne metafora, oppure davvero lo sparire in essa ed essere inghiottiti dal fiume. Invece il fiume è davvero una sorta di frame perfetto; è il cinema in quel frame che è sempre lo stesso eternato e poi replicato all’infinito dalla televisione. E poi invece questa univocità, questa permanenza del frame, è quella che permette la pluralità, quella che mostra una sorta di desiderio. Naturalmente sappiamo che tutto questo è finto, ogni film è finto, è voluto, ogni film sa bene che la macchina da presa è stata portata lì da un regista o da un produttore o da un attore che vuol fare un reportage. E’ messa lì, quindi c’è già un atto di finzione operata dall’uomo della macchina da presa, anche se quest’uomo fosse un angelo, un diavolo, un extraterrestre o un burattino. In ogni caso, filmare un fiume (ricordo un film limite ad esempio di Jean Renoir) perché il fiume davvero o ci si butta rischiando l’annegamento per fare l’amore oppure se ne percorrono le rapide e riuscire a sentirlo solo come presenza, come staticità (che è una scommessa ad esempio del River indiano di Renoir) , ingaggiare una battaglia, un braccio di ferro con il fiume sullo schermo, è davvero provare a giocare questa partita col cinema stesso, con lo schermo stesso, col passaggio dentro di questa corrente continua di immagini di cui invece il battelliere è il regista. Il regista è solo il battelliere, non è colui che la determina apparentemente con un gesto di imperio, di conoscenza, di preveggenza, NO. E’ proprio il battelliere che attraversa, che aiuta qualche destino. Il regista diventa strumento di un amore del proprio destino da parte di personaggi, da parte del battelliere, da parte del regista stesso e da parte del fiume; cioè del senso stesso mobile.

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SHORT CUTS di Robert Altman (1993)

26 Lug

Film TV: Nella Los Angeles contemporanea (spruzzata continuamente di insetticida dagli elicotteri per eliminare la cosiddetta mosca della frutta) seguiamo le storie di alcune persone concatenate da apparenti casualità. Per un verso o per l’altro queste storie (e altre ancora) si intrecciano per culminare nella sequenza del terremoto di pochi anni prima. Altman costruisce un affresco spietato (dai racconti di Raymond Carver) nel quale i personaggi non sembrano più avere una via d’uscita se non quella di girare a vuoto intorno a loro stessi per soddisfare solo bisogni primari, senza prospettive, né ideali. L’America e i suoi figli, finito il sogno, si risvegliano nell’incubo di una società cui sembra negato ogni futuro.

Morandini: Da 9 racconti (e dalla poesia Lemonade: l’episodio con Jack Lemmon) di Raymond Carver. Nella sua mescolanza di generi e di toni questo grande capitolo della saga americana di Altman è una commedia umana dove si può trovare di tutto, come nella vita. Come Carver – di cui sviluppa i racconti, modificandoli e allacciandoli l’uno all’altro – il regista non interviene a commentare i fatti: si limita a raccontarli con lucidità, dolente partecipazione e una libertà che lascia allo spettatore la possibilità del giudizio. Si apre con un minaccioso volo di elicotteri e si chiude con una scossa di terremoto a Los Angeles, dove si svolgono le storie (ambientate da Carver a Seattle o Portland). C’è chi ha trovato quest’affresco troppo amaro, impietoso, disperato. Altman non ha bisogno di alzare la voce per fare l’apocalittico.

PHILADELPHIA di Jonathan Demme (1993)

15 Mar

Morandini: Brillante avvocato di Philadelphia è licenziato per inefficienza e inaffidabilità dal prestigioso studio legale dove lavora. Prima produzione di alto costo (25 milioni di dollari) sull’Aids, è una lezione di tolleranza, una requisitoria sui pregiudizi, un’arringa contro l’ingiustizia affidata a uno straordinario Tom Hanks, interprete simpatico e “leggero”, e a Denzel Washington, l’avvocato che lo difende. L’ottima sceneggiatura di Ron Nyswater affidata alla sobria regia di Jonathan Demme diventa qualcosa di più di un onesto esempio di cinema civile: ne fanno testo alcune scene memorabili, la festa gay e la sequenza in cui Hanks ascolta Maria Callas in Andrea Chenier (quarto atto) di Giordano, e la colonna musicale in cui Mozart, Spontini, Cilea, Catalani s’alternano a Bruce Springsteen, Peter Gabriel, Neil Young.

Film TV: Andrew Beckett è un giovane e brillante avvocato, tra i collaboratori di punta di uno dei più prestigiosi studi legali di Philadelphia, ma viene licenziato in tronco… Il primo merito del film è la validità della sua battaglia. “Philadelphia” affronta senza tergiversare o scadere di tono il problema e lo svolge con vigoria e lucidità, forte di una sceneggiatura robusta e impeccabile e di interpreti che vi profondono il meglio delle loro alte capacità. Oscar per Tom Hanks e per la canzone “Streets of Philadelphia” di Springsteen (ma in colonna sonora c’è anche anche “Philadelphia” di Neil Young).

MANHATTAN BY NUM8ERS di Amir Naderi (1993)

15 Feb

Film TV: Un giorno di fuoco per George Murphy, un cronista disoccupato che sta per essere buttato fuori di casa… Al primo film statunitense, Amir Naderi gira una commedia newyorkese dai toni kafkiani, tessuta da angoscia e senso di soffocamento. Regna un senso di alienazione, in cui la metropoli, da sfondo diviene incubo in cui il protagonista smarrisce la propria identità.

gparker (sonovivoenonhopiupaura): Infiniti giri, diversi quartieri, diverse persone di Manhattan, da Wall Street ad Harlem (sempre con Gato Barbieri in sottofondo), dai barboni agli uomini d’affari, l’Odissea alla ricerca dell’amico che potrebbe salvarlo dallo sfratto diventa un incubo. Vagamente il pensiero può andare a Il Segno Del Leone, l’esordio di Rhomer al cinema, per come la città in sè e nel corso di un lasso breve di tempo (qui un giorno, lì pochi giorni) possa trasformare un uomo.

CALENDAR di Atom Egoyan (1993)

12 Dic

Film TV: Il rapporto tra una donna e suo marito, un fotografo, che sta realizzando un calendario con le illustrazioni di antiche chiese armene. La donna si innamora della guida, e lui potrà solo ricostruire la storia a posteriori, sulla base dei video di viaggio. Il regista di Black Comedy tra ricerca delle radici etniche e critica dell’istituzione familiare, mezzi di comunicazione invadenti e deriva dei sentimenti.

Morandini: Un fotografo canadese e sua moglie, di origine armena, si recano nella patria degli avi per fotografare antiche chiese. La donna s’innamora di una guida locale, ma il fotografo se ne rende conto soltanto quando, rientrato in Canada, esamina i video che ha realizzato. Film in cui Egoyan affronta direttamente le sue origini armene e vi compare come attore, anzi protagonista. Opera di transizione tra la sperimentazione concettuale del periodo giovanile e una narrazione più classica e semplice, ma sempre tesa alla forza delle immagini. I suoi personaggi corrispondono ai tre livelli dell’identità armena: l’autista rappresenta quella nazionalista; la traduttrice quella della diaspora; il fotografo (Egoyan) quella degli armeni integrati in un’altra cultura. Non a caso ha filmato Samuel Beckett in Krapp’s Last Tape (2000).

Mereghetti: La metafora non potrebbe essere più chiara: chi ha gli occhi incollati all’obiettivo non vede niente. Egoyan sintetizza i suoi temi tipici (i sentimenti nell’epoca della riproduzione tecnica, la perdita delle radici, l’incomunicabilità fra sessi) con un tocco di autoironia che nei film precedenti latitava e si districa agilmente in un puzzle di passato  presente, cinema e video, finzione e realtà. Il medium privilegiato, questa volta è comunque il telefono, presenza invadente che non fa che ricordare al protagonista la sua solitudine. Non per tutti i gusti o per chi si aspetti una storia chiara e lineare, ma non si tratta neanche di sterile accademismo d’avanguardia.

A PERFECT WORLD di Clint Eastwood (1993)

21 Set

Morandini: Film d’inseguimento senza suspence in cui i meccanismi dell’azione violenta lasciano il posto alla tenerezza. Contano i personaggi e la sconsolata analisi morale della società USA. Su una bella sceneggiatura di John Lee Hancock Eastwood conferma, dopo Gli spietati, di essere arrivato al culmine della sua maturità registica.

Mereghetti: Un film sulla disillusione e sul cinismo degli Stati Uniti: a pochi giorni dall’assassinio di Dallas, Eastwood frantuma con sarcasmo e amarezza la possibilità di credere in qualsiasi valore di giustizia e tolleranza. Costruito con la struttura circolare del flashback, che conduce il road movie nel vicolo cieco del melodramma, la storia di un loser dal cuore tenero diventa la tragedia di chi è destinato alla sconfitta, sconsolata analisi morale di un’America dai padri assenti o violenti, a cui non basta una fuga per tentare di cambiare il proprio destino.