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DE ROUILLE et d’OS di Jacques Audiard

25 Ott

Un curioso aneddoto lega la protagonista Marion Cotillard, alla realizzazione del film. Nonostante in “Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno” la Cotillard avesse un piccolo ruolo, la produzione del blockbuster di Nolan aveva vietato per contratto a tutti gli attori del cast di assumere altri impegni in contemporanea con le riprese.

Per interpretare il film di Audiard, l’attrice ha mentito sulla data delle riprese e la stessa produzione francese ha dovuto avviare il tournage in gran segreto.

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DE ROUILLE et d’OS di Jacques Audiard (2012)

25 Ott

Marianna Cappi (MyMovies): Nel nord della Francia, Ali si ritrova improvvisamente sulle spalle Sam, il figlio di cinque anni che conosce appena. Senza un tetto né un soldo, i due trovano accoglienza a sud, ad Antibes, in casa della sorella di Alì. Tutto sembra andare subito meglio. Il giovane padre trova un lavoro come buttafuori in una discoteca e, una sera, conosce Stephane, bella e sicura, animatrice di uno spettacolo di orche marine…
A partire da alcuni racconti del canadese Craig Davidson, Audiard e Thomas Bidegain, già coppia creativa nel Profeta, traggono un racconto cinematografico a tinte forti, temperate però da una scrittura delle scene tutta in levare. La trama e la regia sono estremamente coerenti nel seguire uno stesso rischiosissimo movimento, che spinge il film verso il melodramma e non solo verso la singola tragica virata del destino ma verso la concatenazione di disgrazie, salvo poi rientrare appena in tempo, addolcire l’impatto della storia con “la ruggine” di un personaggio maschile straordinario, per giunta trovando un appiglio narrativo che tutto giustifica e tutto rilancia. Un equilibrismo che può anche infastidire ma che rende il film teso, malgrado alcune mosse prevedibili.

 

Film TV: Audiard è proprio quell’autore solitario e spericolato che riesce a fare la spola tra la rassegnazione e il desiderio, tra i corpi che si spengono e quelli che sbocciano, tra l’energia rabbiosa delle braccia e la mutilazione dei femori, tra le ossa che si assottigliano e arrugginiscono e quelle che errano o crescono, smarrite e indifese, come accade nel suo bellissimo film dove un pugile con bambino, senza bussola e lavoro, trova la felicità e il suo posto nel mondo incontrando una donna senza più gambe. È straordinario come Audiard sappia fare uso delle pure sembianze fisiche della violenza e dell’amore per raccontare che in un mondo senza futuro, senza economia, senza protezione, l’unica certezza sia la capacità di usare il proprio corpo e i propri sentimenti senza guardare in faccia nessuno.

UN PROPHETE di Jacques Audiard

18 Nov

Metamorfosi di un genere tra Francia e America di Giacomo Calzoni di Sentieri selvaggi

Nell’articolo “Dov’è il poliziesco?” (Nocturno n. 41, dicembre 2005) Pier Maria Bocchi tirava le somme di un certo cinema di genere, soprattutto americano, che non sembrava affatto godere di buona salute. Scriveva: “le regole servono per essere scardinate, ma le regole servono anche per essere riseguite, rielaborate, rinventate”. Appunto. Una volta comprovato e messo per iscritto che il thriller (o l’action, o il noir) made in U.S.A non riesce più a essere specchio riflesso della contemporaneità (tranne alcune eccezioni), né campo di battaglia delle fondamenta e delle contraddizioni del Grande Paese, cosa rimane? Ora che il cinema americano sembra essere stato sorpassato, doppiato dalle produzioni televisive, dove rivolgere lo sguardo? Mentre il noir di Hong Kong arranca nel tentativo di riacquistare quel prestigio (definitivamente?) perduto con l’handover del 1997 e fatica non poco a ritagliarsi uno spazio nei mercati occidentali, quasi a subire un esilio distributivo forzato (nonostante nell’ex colonia britannica si continui a fare grande cinema, sebbene in maniera diversa e nettamente inferiore rispetto alla new wave degli anni Ottanta), la Francia e i suoi polar ci ricordano che i generi esistono ancora.

Opere come Il profeta sono la dimostrazione che, appunto, le regole esistono in virtù della loro rivoluzione. Il film di Audiard si colloca in quel sottogenere che è il film carcerario, e ne esce come l’ideale punto di non ritorno: nell’arco delle sue due ore e mezzo di durata nessun personaggio pronuncia mai le parole “fuga” o “evasione”, perché il suo universo è tale e quale tanto dentro che fuori le sbarre. Se si pensa ai luoghi comuni del genere, dal classico Fuga da Alcatraz al melodrammatico Le ali della libertà, dall’esistenzialista A trenta secondi dalla fine fino a Nick mano fredda, il motore narrativo è costituito dal gesto o dalla preparazione dell’evasione. In Audiard questa non avrebbe senso, perché il suo carcere è già espressione di una nazione, il risultato di una società e di una politica. Senza ergersi a giudice, senza moralismi di sorta: Il profeta è innanzitutto un poema della Francia contemporanea, la Francia divisa tra arabi, magrebini e còrsi; la Francia costruita (nel senso letterale del termine) da braccia algerine ma pronta a nascondere la “feccia” (Sarkozy dixit) entro i confini delle banlieu. Come sopravvivere quindi in un mondo dove i buoni soccombono e il male vince sempre la sua partita, se non seguendo il flusso e imparando a stare dalla parte del più forte? Il processo di formazione del protagonista Malik è scarno, freddo, impietoso, assolutamente lontano da qualsiasi eroismo alla Melville: nel carcere/mondo si uccide per non essere uccisi, si impara la lingua, i dialetti. Si ascolta e si guarda. La “mano negra” di Audiard è sempre là, attenta: segue ogni gesto, ogni sguardo, registra fedelmente le dinamiche interne della prigione e i suoi riti, per aprirsi poi inaspettatamente a squarci di poesia inediti.

Nella sequenza iniziale ci filtra il mondo esterno attraverso le sbarre della camionetta della polizia, e una volta rinchiusi dentro insieme a Malik ci dimentichiamo di dove siamo. Non facciamo più caso alle celle, alle mura decrepite e sporche, alle docce squallide, perché fuori il mondo libero prosegue ed estende le stesse regole della galera. La Francia de Il profeta ci sembra allora come l’America de Il corridoio della paura di Samuel Fuller: un territorio dominato da paure e rancori, incapace di affrontare i propri problemi per poi trasformarli quindi in dèmoni, gli stessi contro i quali si punta il dito ignorandone la genesi. Il polar è oggi per il cinema francese la forma più assoluta e compiuta tramite la quale poter parlare al proprio pubblico, cosa che nel cinema americano sembra dote purtroppo sempre più rara.

UN PROPHETE di Jacques Audiard

15 Nov

Un profeta dell’identità perduta di Francesco Maggi di Sentieri Selvaggi

Al diavolo la falsa utopia di un paese multirazziale pronto ad accogliere i suoi figli illegittimi per chiuderli nelle banlieue e buttare via la chiave. Un tempo per la rivoluzione servivano braccia e non cervelli. Ora per sopravvivere nella Francia in stile ‘sarko’ serve la forza di una ‘profeta’. Non la voce instancabile di un combattente pronto ad immolarsi, ma il lucido e machiavellico sacerdote di una nuova era. Il profeta del regista Audiard incarna ‘l’uomo nuovo’ di questa complessa fase storica, la sua personalità non eleva gli spiriti ma meglio di altri sa capire e prevedere dove il tessuto sociale sprofonda e marcisce e lì, in quel luogo senza leggi e padroni, lui guiderà la rinascita sociale.

Il bisogno di chi viene da lontano è conoscere e capire la sua identità. Il ladro rifugiato semi analfabeta maghrebino Malik che arriva nel penitenziario francese provvisto solo di qualche straccio e una vecchia banconata che puzza ancora del deserto  algerino, la nasconderà dentro le scarpe, dovrà iniziare da capo la propria educazione antropologica all’umanità. La sua permanenza all’interno della comunità di banditi, ladri, stupratori, spacciatori non dipenderà dalla cristologica capacità di resistenza passionale al dolore, ma dalla sua darwiniana evoluzione verso la sopravvivenza. Per uscire vivi da Sodoma e Gomorra non servirà la fuga dalle mura della città, ma l’adattamento violento e camaleontico all’ambiente e ai suoi slang. Il profeta di Audiard non predica il suo verbo, non ne conosce alcuno di quelli parlati dai suoi compagni di gabbia, ma con un taglio secco e sanguinoso recide, nella primissima parte del film, la gola ad un detenuto. Unica scelta per non finire schiacciato dal clan còrso che l’ha scelto come killer/vittima. Il suo battesimo nella babilonia viscerale e multiculturale degli ultimi di Francia è quello di tagliare/togliere la voce al prossimo per poter restare, da vivo, all’inferno. Da quel momento Malik si impossessa dell’anima della sua vittima, del suo spirito e, con il procedere della sua identità musulmana, sarà il suo compagno nei momenti di solitudine. Come per i tanti profeti di questo mondo lo sono stati gli spiriti eletti. Il giovane maghrebino Malik senza patria e lingua, ma sporco del sangue del suo ‘fratello’, ha avuto il suo battesimo. E ora può iniziare la sua scalata lenta e costante nel mondo dei grandi.

Potrà impare a parlare e ad ascoltare le tante lingue che popolano le babilonie di Francia. Malik ‘il profeta’ sarà prima lo schiavo del boss dei còrsi, Cèsar Luciani (uno straordinario Niels Arestrup, attore del nord europa, alle prese con un’identità altra) il padrino del carcere. Da lui e dalla sua piccola enclave di ex terroristi ora dediti al riciclaggio di denaro, apprenderà come muoversi in quell’ambiente per gestire i traffici nel mondo. Le sue orecchie apprenderanno il còrso, la lingua neolatina ancora diffusa in molte parti della Corsica, e usata dai gangster per parlare tra di loro (così vicina all’italiano da essere un simbolico ‘slang’ come il siciliano dei mafiosi in pellicola). Luciani gli ordini ai suoi li dà in còrso, proprio come lo stanco Napoleone si rivolgeva ai suoi fedelissimi quando era costretto al confino fuori dalla Francia o come le smorsicature anglo-sicule del Brando/Corleone. E proprio come l’imperatore Luciani comanda la sua enclave sfidando i nemici musulmani, l’altra identità che il profeta incrocerà nel suo viaggia all’inferno. I còrsi e i ‘fratelli’ musulmani stringono nelle mani i gendarmi francesi, e con loro la piccola Francia rappresentata da Audiard. Malik, come una spugna bulimica assorbirà le due culture, le due lingue, le loro parole e i loro segnali codificati. Come un vestito fresco di sarto queste  identità si plasmeranno al suo spirito di ‘uomo nuovo’ e nella sua anima si intrecceranno fondendosi in una cultura ‘altra’. Malik, il giovane arabo bianco, che se la fa con i còrsi, anche se la sua terra è il deserto e il futuro scritto nelle brutali banlieue di Francia, non tralascia nulla in questa educazione poco sentimentale. Studia nella scuola del penitenziario per imparare a scrivere nell’alfabeto dei carcerieri (ma anche quello del mondo di fuori con cui fa affari), fa suo il codice del padrino Cèsar sempre più dipendente dal giovane Malik, quasi fosse un vecchio ateo che ha smarrito la retta via.

Il profeta attraversa il suo inferno parlando tutte le lingue e vestendosi dell’anima mulitetnica figlia delle colonie d’oltralpe. Audiard impressiona di fotogramma in fotogramma, ma solo dopo due terzi della pellicola ha finalmente deciso: Malik è l’unico protagonista assoluto di questo microcosmo appestato di violenza dove còrsi, musulmani africani e neri caraibici, sono disperati Caino nella babilonia che sputa fuoco e vomita vendetta. Lui, Malik, è ora pronto (e lo è anche il regista) per affrontare il mondo lì fuori, che non aspetta altro che l’avvento di un profeta. Si chiudono le porte di Sodoma e si aprono quelle del paradiso. Dove la famiglia e il suo ricco business l’aspettano. Il ragazzo fattosi uomo è finalmente in grado di parlare tutti i dialetti del mondo. La torre di Babele non è mai crollata, ma è lì davanti a lui pronta per essere scalata. Tutti attendono la parola del Profeta.

UN PROPHETE di Jacques Audiard

13 Nov

Il miracolo di Audiard di Aldo Spiniello da Sentieri Selvaggi

Come fuggire la paura? Ognuno segue la sua strada, ma l’orizzonte appare limitato. Si provi pure a ridimensionare le ombre, definirne i contorni, posizionare le luci in modo da ridar nitore alle cose e lasciar svanire gli spettri. Ma se, nonostante gli sforzi, i fantasmi restano al nostro fianco, proprio qui alle spalle, allora non resta che sfidarne la ‘presenza’, accettare la normalità al tempo concreta ed evanescente dell’incubo. Occorre farsi forza. O forse, diventar forte, il più forte. Imparare ad anticipare le mosse del mostro, relegarlo in un labirinto, addormentarlo in una sfera di cristallo dove ogni movimento è controllato. Almeno sino all’arrivo di un nuovo liberatore, che rimetta in moto il cosmo, sino a farne saltare la costruzione. E’ un gioco ripetuto: imparare col sangue, superare i maestri e i nemici, crescere, crescere, crescere sino all’apice, per poi un giorno cadere. La legge criminale, forse, è il precipitato perfetto delle regole della natura, lo schema che cristallizza la tragedia delle dinamiche umane.  

 Jacques Audiard, al quinto lungometraggio, probabilmente realizza il suo miracolo. Un’opera di due ore e mezza che corre veloce come un treno, un siluro che s’immerge nelle acque melmose eppur attraenti del milieu, per poi risalire, sino a sfiorare la vertigine di un destino universale. Si parte da una sceneggiatura originale di Abdel Raouf Dafri, che, dopo l’exploit di Nemico pubblico n.1, appare sempre più l’ultimo algido cantore del mondo della mala. Lo slang è la chiave che apre la porta della fiducia, il segno dell’appartenenza. E il sapere traccia la via della liberazione. L’agnello diventa lupo. Ma non basta per sopravvivere. Il lupo deve farsi profeta, vedere prima e dire prima, conoscere il corso delle cose e controllare gli eventi. Si fa strada nella giungla, tra boss corsi e maghrebini, marsigliesi e italiani. Sembra di essere nel mondo di Giovanni o Jean-Claude Izzo, un universo criminale da far girare la testa e accapponare la pelle. Ma ancora una volta nessun romanticismo. Nel cuore degli uomini non si avverte più l’eco di un onore perduto. Qui si decifra e parla la lingua criminale, ma i codici non contano più, se non come simboli di una gerarchia che, per natura, aspira all’eterna immobilità.

Audiard sembra, ad ogni istante, reiventare il genere carcerario. Se da un lato il suo sguardo inquadra le dinamiche interne di uno spazio chiuso, dall’altro la sua mente è sempre proiettata oltre le mura, là dove la vita continua e si concretizzano gli affari. Si concentra sulla testa della piovra, ma lascia intuire la mostruosità dei tentacoli. Mostra le cicatrici del corpo, ma, come in trasparenza, guarda ai brividi dell’anima. Il suo cinema è un’osmosi, un occhio puntato sul confine, sul filtro tra il dentro e il fuori, tra la bruta nettezza del reale e la deformità del sogno. E nell’incredibile finale, ci appare finalmente chiara la doppia visione del profeta, che riconosce, in un sol quadro, ciò che si nasconde dietro gli eventi, dentro l’amore, dentro la vita.