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PINA 3D di Wim Wenders (2011)

15 Nov

Marianna Cappi (mymovies): In Pina e per Pina, il regista tedesco ritrova dunque la materia che sa impastare, l’emozione e l’energia che mancavano da tempo al suo cinema (fatta salva l’ispirata eccezione di Non bussare alla mia porta). Portando i componenti dell’ensemble di Wuppertal in locations industriali o naturali (che evocano i migliori scatti del Wenders fotografo) dà nuova vita ai passi di danza, per contrasto o più spesso in ragione di una tensione condivisa, che invoca e provoca il limite, delle forze umane e naturali, e spazza via dal progetto ogni aura mortifera o agiografica.

 

Andrea Fornasiero (FilmTV): Un documentario che trasuda la passione e l’affetto di un omaggio sentito, capace attraverso l’intensità e la varietà dei balli e delle ambientazioni, di reinventarsi ogni pochi minuti e ammaliare anche lo spettatore più disinteressato. Il 3D trova dunque un’applicazione d’autore e Wenders ne sfida i limiti nel rappresentare il movimento, scegliendo focali ampie che mimino le caratteristiche dell’occhio umano e facendo danzare anche la macchina da presa, per mantenere vivo il senso della profondità. Come se regista e coreografa dialogassero un’ultima volta in un ballo a due.

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PEARL JAM – TWENTY di Cameron Crowe (2011)

24 Ott

Marco Chiani (MyMovies): Nascita e gloria dei Pearl Jam, rock band tra le più influenti degli anni Novanta che contribuì alla nascita del fenomeno grunge. Dalle ceneri dei Mother Love Bone, di cui facevano parte il chitarrista ritmico Stone Gossard e il bassista Jeff Ament, all’incontro con il solista Mike McCready e poi con il cantante Eddie Vedder, il documentario analizza i momenti salienti della costituzione del gruppo, il successo planetario dell’album Ten, le lotte per allontanare la popolarità attraverso venti anni di storia, nove album in studio e 60 milioni di copie vendute.
Da sempre legato ai Pearl Jam, il cui cameo nel suo secondo lungometraggio Singles – L’amore è un gioco ne aiutò la distribuzione in sala, il regista si avvicina al privato di ogni componente, finendo col dotare ciascuno di una precisa e riconoscibile identità.

Film TV: Non sorprende che a celebrare la band sorta dalle ceneri dei Mother Love Bone e dei Green River sia proprio Crowe. L’approccio è affettuoso, improntato alla complicità, gli eccellenti materiali di repertorio scelti con cura e montati con gusto anche se Pearl Jam Twenty non si discosta dal formato canonico del docurock. Una scelta, se si vuole, consequenziale con il neoclassicismo dei Pearl Jam (che sognano una discografia fitta come quella dei Grateful Dead) e che oggi incarnano l’ideale di rock americano come probabilmente nessuna band prima di loro.

MIDNIGHT IN PARIS – Woody Allen (2011)

23 Ott

Mariuccia Ciotta (Film TV): Sceneggiatore di Hollywood in vacanza con fidanzata e futuri suoceri, tronfi borghesi “criptofascisti”, tutto shopping, antiquari e grand hotel, Gil fugge in un’altra dimensione. A mezzanotte, la zucca si trasforma in carrozza e lo rapisce nell’ultramondo di una Parigi mitica… Figurine incollate agli stereotipi, esilaranti e amate caricature che dicono quel che ti aspetti in un gioco di humour e malizia, «Piacere, Ernest Hemingway», ecco il macho “coraggioso” e sbeffeggiato, tra tigri impagliate e fughe africane. Il pantheon di Woody Allen è infiltrato di nostalgia e del desiderio di dare carne e sangue alle divinità, come in La rosa purpurea del Cairo, e di trasformarle in amici da bar, compagni di oggi. Cole Porter intanto suona Let’s Do It. Woody Allen rievoca la Parigi di Minnelli (Brama di vivere) e di Huston (Moulin Rouge) e come sempre è preso dalla frenesia di ritrovare la sua age d’or, nascosta tra gli scaffali della libreria Shakespeare & Company sulla rive gauche o nei giardini di Versailles.

Giancarlo Zappoli: Gil (sceneggiatore hollywoodiano con aspirazioni da scrittore) e la sua futura sposa Inez sono in vacanza a Parigi con i piuttosto invadenti genitori di lei. Woody Allen ama Parigi sin dai tempi di Hello Pussycat e ce lo aveva ricordato anche con Tutti dicono I Love You. Nella sequenza di apertura fa alla città una dichiarazione d’amore visiva che ricorda l’ouverture di Manhattan senza parole. Ma anche qui c’è uno sceneggiatore/aspirante scrittore in agguato pronto a riempire lo schermo con il suo male di vivere ben celato dietro lo sguardo a tratti vitreo di Owen Wilson.

 

THIS MUST BE THE PLACE di Paolo Sorrentino (2011)

21 Nov

Film TV: Cheyenne, un facoltoso ex-divo del rock, ora stanco e svogliato, apprende che il padre, con cui era in disaccordo, è malato e sul punto di morire. Corre quindi da lui nella speranza di riconciliarsi ma arriva troppo tardi.

C’è tutto il cinema di Sorrentino e c’è altro, non è la sua opera migliore, ma forse la sua più matura e consapevole, quella che verrà amata e celebrata col tempo (come “Paris, Texas” del citato Wenders, di cui qui ritroviamo Harry Dean Stanton). Allo stesso tempo non c’è la struttura circolare, vorticosa a cui il cineasta ci ha abituato: la centralità del personaggio attorno a cui tutto precipita o cambia, qui trova un percorso orizzontale, lineare, in cui luoghi, personaggi e storie vengono solo sfiorati, lasciandoti un paio di volte con l’amaro in bocca.

THE LUCKY ONE di Arnold Aldridge (2011)

22 Ott

Daniele Torri: Le torri gemelle almeno sono cadute insieme. La visione di un crollo al cospetto della caduta di un contatto per disperdersi tra le macerie del tempo che passa, depistando il ricordo e ponendolo sul parallelo di astratto e concreto, come quelle cinque dita appoggiate a una finestra. Ancora una volta Aldridge imbraccia la camera per domandarsi (e domandare) cosa sarebbe stato se…

VERBATIM ALPHA di Arnold Aldridge (2011)

22 Ott

Daniele Torri: Un gioco sospeso tra il destino e la rabbia. Organizzato a spirale, un corto che discende nello stomaco e mette alla prova la persona. Se potessimo tornare indietro, cambieremmo veramente le nostre azioni? E le nostre vite? E quelle degli altri? “Trust no-one! Not even yourself!” è una voce che rimbomba nella mente e da cui viene da fuggire più che da loschi figuri armati e nemici.

TERRAFERMA di Emanuele Crialese (2011)

1 Ott

Daniele Torri: Un racconto di vita che prova ad emergere, come certe verità che forzatamente sommerse, negate anche da loro stesse, ma che come corpi immersi in un liquido, tendono a salire. Il film di Crialese sale fino al punto di estinguersi su un’inquadratura celestiale quasi si sia cercato il punto di vista degli dei. La terraferma non esiste (o almeno non si vede), il mare ha le sue regole e nel faccia a faccia tra il vecchio e il finanziere si ha la sensazione di dimensioni parallele collimate erroneamente nello stesso periodo storico.

NEIL YOUNG LIFE di Jonathan Demme (2011)

20 Set

dal sito della Cineteca di Bologna: Nell’ultimo atto della trilogia dedicata a Neil Young, Demme racconta il ritorno del cantante sessantacinquenne nella sua Toronto in occasione di due concerti alla Massy Hall. Le immagini e le note provenienti dal palscoscenico si fondono con alcune sequenze on the road in cui Young a bordo della sua Ford Corwn Victoria del 1956 attraversa l’Ontario ricordando gli anni della formazione. “Tutto è cambiato… è tutto nella mia testa” dice guardando un bulldozer all’opera.

Jonathan Demme alla proiezione dell’evento a Bologna (18 settembre 2011): Se non vi piaciono le canzoni dove abbonda l’utilizzo reiterato della chitarra distorta, vi consiglio di andare alla biglietteria e farvi rimborsare i soldi del biglietto. Ma se la chitarra distorta vi piace e parecchio, beh… allora con questo film vi divertirete. Buona visione.

ROUTE IRISH di Ken Loach (2011)

26 Lug

Daniele Torri: “Wrong time, wrong place“. Cosa può capitarti in zona di guerra, in tempo di guerra? Un uomo di quarant’anni incravattato in chiesa e irrimediabilmente disteso all’interno di una bara si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Così per tutto il film tanti altri personaggi, protagonisti principali come comparse per raccontare in ambienti senza regole dominati da chi le regole se le inventa su misura per poi imporle. E sotto tortura ognuno ti rilascia la verità che vuoi sentirti dire, ma questo non consola, non redime, non vendica, non risarcisce. Aumenta solo la sensazione di non essere giusto, al posto giusto e al momento giusto e ci rimane in pancia una domanda: “cos’è successo il 1(1) settembre?

 

HABEMUS PAPAM di Nanni Moretti (2011)

16 Apr

Giancarlo Zappoli: Non è necessario fare riferimento a La messa è finita per leggere questo film. Erano altri tempi ed altro cinema. Anche per Nanni Moretti. Che qui torna con forza sul tema della profonda solitudine dell’essere umano ma sa che non la si può ipostatizzare assolutizzandola. C’è una bellissima scena in cui, mentre sta facendo giocare i cardinali a pallavolo, l’analista afferma che la tremenda verità che Darwin ci ha lasciato è che nulla ha un senso. Proprio in quel momento lui, terapeuta privo dell’augusto paziente, sta cercando di darne uno a quegli uomini che non vengono descritti né alla Dan Brown né ridicolizzati. Si sorride e si ride certo anche delle loro debolezze ma sono e restano delle persone. Il Papa poi (interpretato da un sempre più grande Michel Piccoli) non è un uomo che dubita della propria fede come sarebbe stato facile pensare. Non è Pietro che, invitato da Cristo a camminare sull’acqua per raggiungerlo, affonda perché di fatto non crede al potere del suo Signore. Questo Papa, dallo sguardo intenso e dal sorriso luminoso, non è un pavido ma un umile. Conosce i propri limiti e anche le proprie passioni. Come quella del teatro che ha covato da sempre. È da questa consapevolezza che, progressivamente, gli deriva una grande forza.