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I TRE VOLTI DELLA PAURA di Mario Bava

31 Ago

Ossessioni cupe e sapienza pittorica di Rudy Salvagnini

Film in tre episodi. Nel primo (Il telefono), Rosy (Michèle Mercier) torna a casa dopo una serata e viene minacciata da qualcuno al telefono. Impaurita, chiede aiuto a un’amica. Nel secondo (I wurdalak), Vladimir (Mark Damon) arriva in casa di una famiglia il cui patriarca, Gorca (Boris Karloff), sta per tornare dopo essere stato a caccia di un terribile vampiro, ma il tempo passa e il pericolo che egli stesso possa tornare come vampiro aumenta. Nel terzo (La gocciad’acqua), un’infermiera sfila un anello a un’anziana appena morta, ma tornata a casa si sente minacciata da una presenza ultraterrena. Capolavoro di Bava che riesce a cogliere elementi di grandissimo interesse visuale in ciascuno dei tre diversissimi racconti.

Campione di economia narrativa e maestro del colore come pochi, arricchisce di suggestioni cupe e oscure le immagini con una sapienza pittorica che si adatta alle singole storie, dal thriller claustrofobico, alla storia gotica di vampiri alla spettrale vicenda di un redde rationem dopo la morte. Con un’ottima sceneggiatura alla quale collabora Alberto Bevilacqua, Bava riesce anche a esprimere momenti di geniale ironia metacinematografica svelando il trucco che c’è dietro l’immagine irreale e tempestosa, in una chiusa rimasta nella storia. Boris Karloff aggiunge un tocco di classe ulteriore interpretando con sobria minacciosità il ruolo del capofamiglia che torna là dove non dovrebbe. Grande atmosfera, grande senso del cinema. Il racconto di Aleksej Tolstoj alla base dell’episodio con Karloff sarebbe stato lo spunto per La notte dei diavoli di Ferroni. Per l’edizione americana, l’AIP, come testimoniato dal super bavologo Tim Lucas in un lunghissimo articolo su Video Watchdog, alterò per motivi commerciali l’ordine degli episodi in questa successione: La goccia d’acqua, Il telefono, I Wurdalak

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I TRE VOLTI DELLA PAURA di Mario Bava (1963)

31 Ago

Film TV: Film in tre episodi: Nel “Telefono” (tratto da F.G. Snyder, anche se dichiara di esser tratto da Maupassant) una è minacciata un’amica con telefonate anonime. In “I Wurdalak” (tratto da Aleksej Tolstoj) si narra di una famiglia che cade preda di una forma di vampirismo: uccidono chi hanno amato di più. Nella “Goccia d’acqua” (che risulta tratto da Cechov) un’infermiera ruba l’anello a una morta ignorando che la defunta era una medium. Episodi in realtà quasi apocrifi. Bava realizza un film inquietante e sorprendente anche per lo svelamento finale del cinema come “trucco”. L’episodio del telefono è un concentrato di suspence. L’episodio più bello è quello con Karloff, che fa anche da ironico narratore. In America fu initolato “Black Sabbath“, e da qui prese nome il famoso gruppo musicale.

Morandini: Sceneggiato da Marcello Fondato con il contributo di Alberto Bevilacqua, Ugo Guerra e del regista, sono 3 racconti con un prologo e un epilogo presentati da Karloff. L’attribuzione a Maupassant del primo e a Cechov del terzo è apocrifa; il secondo è tratto da La famille du Vourdalak, scritto in francese da Aleksej Tolstoj, lontano parente dell’autore di Guerra e pace. La paura è assente dal primo; il secondo non è affatto male, ma ha il guaio di assomigliare troppo a un Corman-Poe; il più pauroso è il terzo con cui si entra nel fantastico puro. Almeno l’atmosfera è cechoviana.

SEI DONNE PER L’ASSASSINO di Mario Bava

7 Giu

dal sito della Cineteca di Bologna:

Dopo lo scandaloso La frusta e il corpo e il seminale La ragazza che sapeva troppo, nel 1964 la filmografia di Mario Bava si ritrova impreziosita da una nuova gemma.

Realizzato con l’appoggio del fido Ubaldo Terzani e contraddistinto da un inusuale utilizzo del colore, Sei donne per l’assassino propone, fin dalla prima inquadratura, qualcosa di completamente diverso dall’ ormai prevedibile horror di marca nazionale. La lunga carrellata posta ad apertura della sequenza dei titoli di testa sembra anticipare sinteticamente il senso dell’intero film – modelle in carne ed ossa ridotte a manichini senza vita, tanto da Bava quanto dall’ assassino mascherato del suo film – chiarendo nel contempo, in filigrana, un metodo di lavoro che il regista rispetterà per il resto della propria carriera.

Ambientata in un atelier di moda tutt’altro che rassicurante e dotata di un’atmosfera mai così malata, la pellicola mette in scena una girandola di macabri delitti nei quali le diverse modalità di svolgimento si scontrano con un’ossessione per la ritualità, destinata a condurre innegabilmente verso un unico assassino. Autoreferenziale e citazionista, il film sfrutta situazioni solitamente già viste per conferirgli uno slancio nuovo e originale. Poco importa, dunque, se alla seconda vittima viene riservato lo stesso trattamento della Asa (Barbara Steele) de La maschera del demonio (1960) o se la cornetta del telefono assurge al ruolo di portatrice di suspense e terrore – come ne I tre volti della paura (1963, episodio Il telefono) . Al di là del principio realtà, ciò che conta davvero è l’effetto. La conquista del pubblico non bada alla mancanza di logica.

L’anomala ambientazione della vicenda – di lì a poco destinata a trovare nel primissimo Argento il più fedele adepto – agevola, come conseguenza, la costruzione di una galleria di caratteri difficilmente così nevrotici, ambigui e avidi di potere e ricchezza.

Un po’ thriller e un po’ poliziesco, Sei donne per l’assassino esplicita una visione del mondo amara e pessimista che Bava non esiterà a riproporre nei lavori successivi. Un mondo in preda al caos in cui i cattivi vincono e i buoni – sempre che ne esistano ancora – soccombono.
L’atelier, i suoi manichini, i tendaggi e gli ornamenti dai colori incredibilmente saturi, si limitano ad incrementare l’intensità di una suspense che solo le accorte soggettive e gli studiatissimi movimenti di macchina (marchio di fabbrica baviano) sono in grado di creare.

SEI DONNE PER L’ASSASSINO DI Mario Bava (1964)

2 Ott

Morandini: Il film codifica il thriller all’italiana, già sperimentato dal regista in La ragazza che sapeva troppo (1963) di cui condivide la debolezza logica della storia, cioè della sceneggiatura di Marcello Fondato. Fonte di ispirazione per D. Argento. Bava ne approfitta per testare, con Ubaldo Terzano, l’impiego del colore con un irrealismo che diventa barocchismo senza freni e seminare false piste: i personaggi si confondono tra loro e con i manichini dell’atelier: “Il pathos della morte e lo shock del sadismo, in questo modo, vengono messi a distanza.” (A. Pezzotta).

Film TV: Direttore della fotografia, prima che regista, Mario Bava si dimostra ancora una volta un pittore dell’inquadratura e sceglie per le sequenza dei delitti tavolozze cromatiche antinaturalistiche e violente. Sei donne per l’assassino, in questo senso, è un’opera visionaria che inaugura il thriller all’italiana.

Mauro Gervasini: (…) anche se non è di Bava la prima “soggettiva dell’assassino” (già Ulmer in Black Cat degli anni ’30 se ne servì) all’epoca dell’uscita di questo film quella sequenza risultò rivoluzionaria. La matrice di tutto quello che diventerà il giallo argentiano nasce tutta da qui, a partire dalla rielaborazione in chiave pop dei motivi cromatici. Una scena di questo film, quella della vasca da bagno, è citata anche da Pedro Almovar in Matador.

Mereghetti: Giallo senza troppa logica, girato con uno stile personale, delirante e barocco, che sembra pop art ante litteram. Merita di essere ricordato anche come l’ispiratore inconfessato dei primi film di Dario Argento (la soluzione è la stessa del L’uccello dalle piume di cristallo).