Tag Archives: Martin Scorsese

ALICE DOESN’T LIVE HERE ANYMORE di Martin Scorsese (1974)

17 Giu

Film TV: Vedova dopo un matrimonio sfortunato, Alice, insieme con il figlio Tom, si mette in viaggio per Monterey, sua città natale. Lungo il percorso, madre e figlio si fermano ad Albuquerque, dove la donna viene assunta come cantante in un motel. Ripreso il viaggio, i due si fermano ancora: per racimolare soldi Alice si fa assumere da un ristorante… Un giovane ma già graffiante Scorsese ci propone questa cronaca di frustrati del sogno americano, votati a una vita mediocre. Il film diede alla (ovviamente più edulcorata) serie Tv “Alice“.

Morandini: Scorsese on the road al seguito di Ellen Burstyn (che ebbe meritatamente l’Oscar), attraverso l’America provinciale delle autostrade. Un tema vecchio trattato in modi nuovi.

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THE LAST TEMPTATION OF CHRIST di Martin Scorsese (1988)

20 Mag

Mereghetti: La tentazione è quella che il Messia vive sulla croce, quando inn un’allucinazione si vede scendere a far l’amore con Maria Maddalena e negarsi al sacrificio per una vita normale e serena, circondato dai figli e segnato dal tradimento del suo compito. Film scandalo, tratto dall’omonimo romanzo di Nikos Kazantzakis (sceneggiato da Paul Schrader) e linciato a scatola chiusa dal fanatismo cattolico, segna il coronamento di un progetto lungamente covato. Scorsese presenta un Cristo atipico che, lontano dall’agiografia come dalle facili letture rivoluzionarie, vive dei rovelli e della poetica del regista: il retaggio della religiosità italoamericana di Brooklyn, la cultura rock, l’amore per il cinema, la costante (in tutti i suoi precedenti personaggi) di un tormentato rapporto con il proprio destino. Tutto ciò nel contesto di un film visionario che non concede nulla all’allettamento estetico dello spettatore. Ottima la musica dalle sonorità africane di Peter Gabriel. Il regista Irvin Kershner interpreta Zebedeo.

IL GATTOPARDO di Luchino Visconti (1963)

22 Gen

Morandini: Dal romanzo postumo (1958) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sceneggiato da Visconti, Suso Cecchi D’Amico, P. Festa Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa. Mentre nel 1860 Garibaldi e le sue camicie rosse avanzano in Sicilia, il principe Fabrizio di Salina si rassegna all’annessione dell’isola e del suo feudo di Donnafugata allo Stato Sabaudo. Splendida e fastosa illustrazione del passaggio della Sicilia dai Borboni ai sabaudi e della conciliazione tra due mondi affinché “tutto cambi perché nulla cambi”, è un film sostenuto dalla pietà per un passato irripetibile che ha il suo culmine nel ballo, lunga sequenza che richiese 36 giorni di riprese. Visconti volle nella colonna sonora di Nino Rota un valzer inedito di G. Verdi.

Mereghetti: (…) fedele e sfarzosa illustrazione del passaggio della Sicilia dei Borboni a quella dei Sabaudi; dietro la messinscena fastosa, il regista è riuscito tutto sommato a non tradire lo spirito scettico e amaro dell’omonimo romanzo, anche se, da intellettuale di sinistra, forse ha un po’ forzato il senso della critica all’immobilismo e al trasformismo politico. Visconti non sbaglia quasi nulla nella ricostruzione storica, aiutato dalle scenografie di Mario Garbuglia e dai costumi di Piero Tosi filologicamente curatissimi. Abile uso degli spazi, belle scene di massa e splendida fotografia di Giuseppe Rotunno. Impeccabile la direzione degli attori, tutti perfettamente calati nella parte.

Film TV: Dal notissimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, un capolavoro di spettacolare ricostruzione storica e di sottile introspezione psicologica. Grandi interpreti guidati da una regia magistrale in una cornice sontuosa e affascinante. Visconti pose, come sempre, una cura maniacale nei dettagli della scenografia e dei costumi. Produzione costosissima benché interamente italiana, il film si ripagò appena delle spese nonostante il grande successo che ottenne in Italia e all’estero e la Palma d’oro conseguita a Cannes.

Martin Scorsese: Visconti passò molti anni a tentare un adattamento di Proust per il grande schermo. In un certo senso ci riuscì con questo stupefacente arazzo cinematografico in cui ogni gesto, ogni parola, la disposizione di ogni oggetto in ciascuna stanza richiama in vita un mondo perduto. Il Gattopardo è un epica del tempo. La sua lentezza, che culmina in un maestoso crescendo nella lunga sequenza del gran ballo, è governata dai ritmi di vita dell’aristocrazia fondiaria siciliana.

SHUTTER ISLAND di Martin Scorsese

19 Gen

Shutter Island di Claudio Bartolini da Film TV

Sarà anche didascalico, sarà pure lungo, avrà uno sviluppo narrativo telefonato, ma Shutter Island è e rimane un film colossale nel senso più puro e (cine)linguistico del termine. Ogni movimento di macchina, ogni inquadratura dal basso, ogni campo lungo sulle scogliere spente sembra voler schiacciare lo spettatore e una volta annichilito, portarlo di forza dentro il meccanismo mentale di Teddy Daniels, inceppato fin dalla prima inquadratura. Al di là dei corpi messi in campo e delle magistrali interpretazioni dei comprimari di lusso Ben Kingsley e Max von Sydow, ciò che eleva e caratterizza questo film è soprattutto la tavolozza cromatica messa in campo da Robert Richardson, che forza i grigi e smorza la vita dei colori fino al loro annullamento, configurando un paesaggio (cerebrale) vuoto e per questo inattaccabile. Scorsese ha ancora da insegnare, nonostante sia da qualche tempo uscito dalle grazie della “moda critica”. Un ulteriore attestato di grandezza.

SHUTTER ISLAND di Martin Scorsese (2010)

17 Gen

La scala a chiocciola di Scorsese di Edoardo Becattini

Nel 1954, i due agenti federali Teddy Daniels e Chuck Aule vengono inviati con un battello a Shutter Island, a largo della costa est, per investigare sull’improvvisa scomparsa di una pericolosa infanticida residente presso l’istituto mentale Ashecliffe, Rachel Solando. Scorsese, oltre ad averne curato in prima persona il restauro, struttura il suo Shutter Island come quella stessa infinita scala a chiocciola che viene percorsa da Vicky nel finale del film The Red Shoes. per Scorsese quella spirale infinita rappresenta la capitolazione di un tipo di cinema che non è più riproducibile nell’era della simulazione e della ripetizione.

La spirale è quindi la forma che sceglie per raccontare questa gothic novel che accumula strato dopo strato suggestioni, visioni, ricordi, angosce e paranoie per arrivare ad una soluzione finale che cerca di sciogliere i misteri e di sorprendere lo spettatore con un twist non troppo imprevedibile. Ma manipolare lo spettatore non è mai stato uno dei passatempi preferiti di Scorsese, quanto piuttosto l’idea di raccontare dei personaggi manipolati dall’impossibilità di aderire alla realtà. Con Shutter Island, il regista italo-americano arriva in un certo senso a proporre la definitiva consacrazione dell’uomo avulso dalla realtà e della follia come forma unica di sopravvivenza. Per dare enfasi all’idea, riprende il suo personaggio quasi sempre per tagli trasversali o obliqui, insistendo nel catturarlo dal basso verso l’alto per enfatizzarne la distanza. Il personaggio di DiCaprio diviene così l’ennesimo man of violence della sua filmografia, colui che lotta brutalmente per cancellare la sua memoria e restare attaccato al proprio mondo. Ma eliminare i ricordi (le immagini, il cinema) significa inevitabilmente creare dei fantasmi, manipolare una serie di immagini preconosciute della Storia (cosa che fa nei ricordi dei campi di concentramento con il carrello che segue un’esecuzione quasi coreografica dei gerarchi nazisti all’ingresso del campo di Dachau) e, in ultima analisi, confessare l’impossibilità di far pace con la verità.

Da questo punto di vista, Shutter Island porta a compimento un discorso che Scorsese pare condurre da quando il suo cinema si è fatto più ampio, più accademico: l’incapacità di raccontare un mondo dove non domina solo la violenza, ma soprattutto la dissimulazione, di immaginare qualcosa di nuovo laddove tutto appare una ripetizione, un rifacimento. In fondo alla sua scala a chiocciola fatta di mistero e di suspense, Shutter Island pare raccontare proprio questo: nell’era contemporanea, il sonno della ragione non genera più mostri, ma fantasmi, doppi, simulacri di qualcosa che è già stato visto o vissuto.

THE AVIATOR di Martin Scorsese (2004)

5 Nov

Morandini: Frammenti di un ventennio di vita di Howard Hughes (1905-76), erede di una famiglia di petrolieri, produttore a Hollywood e regista (2 film), aviatore, ideatore di aerei di avanguardia, proprietario della compagnia aerea TWA: tormentata lavorazione di Gli angeli dell’inferno (1927-30); amori con attrici (Jean Harlow, Katharine Hepburn, Ava Gardner, ecc.); scontri con la censura per Il mio corpo ti scalderà (1943); inchiesta parlamentare sui finanziamenti pubblici durante la guerra; accuse di corruzione; morte sfiorata in un incidente aereo nel ’46; l’affiorare delle crisi paranoiche e fobiche; l’autodifesa vincente nell’udienza del ’47. “C’è troppo Howard Hughes in Howard Hughes”, dice K. Hepburn e, senza volerlo, denuncia i limiti e gli eccessi del film. Il personaggio è sicuramente nelle corde di M. Scorsese e della sua poetica. Da faccia d’angelo a maschera del dolore, DiCaprio vi fa l’interpretazione della sua carriera. Ma non basta a farne un film riuscito: il suo punto debole è la sceneggiatura di John Logan (The Gladiator). Di questo personaggio misogino, visionario, autodistruttivo e paranoide le componenti principali sono il volo, il cinema, il denaro e le donne. D’accordo: è un’altra storia del sogno americano trasformata in incubo. Manca, però, un vero rapporto drammatico tra il piano pubblico e quello privato: gli aspetti più negativi di Hughes sono omessi o sorvolati. Le sequenze memorabili non mancano, ma nemmeno Scorsese riesce a ridare nuova vita a icone celebri come i divi degli anni ’30, riducendoli, tolta la Hepburn di C. Blanchett, a caricature, statuine o comparse.

Giancarlo Zappoli: Signore e signori Howard Hughes: produttore, appassionato di aviazione, affetto da disordine ossessivo-compulsivo. Sono queste tre caratteristiche che debbono avere stimolato Martin Scorsese ad affrontare il primo film biografico della sua carriera, inteso in senso classico e quindi escludendo Toro scatenato. Nell’ostinato giovane produttore di film che hanno fatto la storia del cinema come Angeli dell’inferno e Scarface, nell’esperto aeronautico capace di prevedere e di rischiare sul futuro dell’aviazione civile ha visto uno di quei personaggi capaci di ‘sporcarsi le mani’ per il raggiungimento di un obiettivo. Un ‘bravo ragazzo’ avido di potere e al contempo dotato di qualità, un ‘toro scatenato’ pronto a cadere ma anche a risorgere (come gli accadrà di fronte alla commissione senatoriale che lo accusa di corruzione e contro la quale ribalterà l’accusa). Ma è certo nell’ultima caratteristica del personaggio che Scorsese ha trovato il proprio fulcro. Non a caso la prima immagine che vediamo è quella di un preadolescente nudo che viene lavato accuratamente dalla madre con un sapone nero per preservarlo dalle malattie. Le ‘madri’ mafiose che preparano la salsa di pomodoro vengono sostituite da questa giovane donna che lascerà un segno indelebile in un figlio che si ritroverà, adulto, nuovamente nudo a combattere con le ossessioni che sono entrate nella sua pelle con la schiuma di quel sapone da cui non saprà mai separarsi. Ma queste ossessioni si accompagnano con forza visiva straordinaria ad altre. Una per tutte: il frantumarsi delle lampade incandescenti dei flash dei fotografi in una sequenza degna di Welles. Il tutto (ma c’è molto di più grazie anche al cast che vede svettare tra i coprotagonisti Cate Blanchett in un ruolo difficile come quello di restituirci senza limitarsi ad imitarla una donna del calibro di Katharine Hepburn) ripreso con un lavoro sui colori che ci offre una visione come quella che il pubblico degli anni 30/40 aveva del cinema. Per concludere non si può non dire di Leonardo DiCaprio. Superato il rischio di non poter più fare cinema perché incatenato ai ruoli alla Titanic o alla Romeo l’attore torna a farsi dirigere da Scorsese al quale offre in guizzi improvvisi il trascorrere dello sguardo dalla più docile seduttività al lampo di follia sofferente. Grazie a lui Scorsese ha potuto tornare a far visita al Travis di Taxi Driver. Ma questa volta è ai comandi di un aereo che non riesce a staccarlo dal terreno del suo mal di vivere. La rivisitazione del ‘sogno americano’ ha un nuovo capitolo.

Film TV: Un atto d’amore di strabiliante perizia tecnica; talmente tanta che il gelo della ricostruzione filologica spegne le fiamme delle passioni. A differenza di qualsiasi altro film di Scorsese, non ha cuore, non ha dolore. Ma l’energia nervosa su cui si costruisce non riecheggia nella pancia e nell’anima.

Fabio Ferzetti: Gli piacevano il volo, il cinema e le donne, non necessariamente in quest’ordine. Amava le imprese impossibili, le sfide alle convenzioni, la ricerca di tutto ciò che era nuovo e pericoloso. Ma il volo era il piacere perfetto, quello che riassumeva tutti gli altri. Perfetto e solitario. Piacere alle donne non era un problema. Alto un metro e 93, ricchissimo, atletico, Howard Hughes era abbastanza stravagante e ostinato per sedurre chiunque, anche se mai troppo a lungo. Ma negli aerei non era secondo a nessuno. Grande pilota e progettista di velivoli rivoluzionari, fondò compagnie aeree, comprò la Twa, stabilì diversi record in campo aeronautico e soprattutto costruì e pilotò due apparecchi destinati a fare epoca. Il primo per la velocità inaudita (come disse il grande regista Howard Hawks, che se ne intendeva: «Niente era omologato in quell’apparecchio. Nessun altro avrebbe saputo cosa diavolo fare»). Il secondo perché era lungo quanto un campo da foootball ma volò per un miglio appena, naturalmente pilotato da Hughes. Poi tornò al suolo per restarci ed essere beffardamente ricordato come “The Spruce Goose”, l’oca di legno.
Ricostruito in grandezza naturale dallo scenografo Dante Ferretti, l’HK-1, alias Spruce Goose , troneggia nel film di Scorsese sul giovane Hug hes, The Aviator. Ma se guardiamo all’erratica e scintillante carriera cinematografica del pilota-regista-produttore, sono altri i voli che gli avrebbero spalancato le porte di Hollywood. E pensiamo naturalmente a Hell’s Angels , Gli angeli dell’inferno, leggendario film d’aviazione a sua volta celebrato da Scorsese. Messo in cantiere nel 1927, quando Hughes non aveva ancora 23 anni, Hell’s Angels fu una delle imprese più folli che il cinema ricordi. A immagine e misura del suo regista e produttore. Dopo quasi quattro anni di riprese infatti era arrivato il sonoro e Hughes dovette cercare un’americana per sostituire la protagonista Greta Nissen, dal pesante accento svedese. Trovò un’oscura ma provocante biondina di nome Jean Harlow.
Il resto, come si dice, è storia. La Harlow era così esplosiva che per lei fu coniata l’espressione “sex-appeal”. Le scene aeree magnifiche e così realistiche da costare la vita a quattro stuntmen, anche se Hughes le girò in prima persona. Così come fu sempre lui a sborsare i quattro milioni di dollari necessari a ultimare l’impresa (all’epoca un film costava circa 75.000 dollari). Nel frattempo Hughes mise in cantiere un altro film epocale, il magnifico e violentissimo Scarface , ispirato ad Al Capone. E ci volle tutto il suo peso e la sua astuzia per sostenere una lunga battaglia contro la censura. Ma stavolta il regista era un altro Howard, Howard Hawks. Prima boicottato. Poi assunto. Nasceva lo Hughes seconda maniera.