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THE SHINING di Stanley Kubrick (1980)

18 Mag

Rudy Salvagnini: Jack, uno scrittore frustrato, assume l’incarico di guardiano di un hotel chiuso per la stagione invernale in una località isolata sui monti e vi si reca accompagnato dalla moglie Wendy e dal figlioletto Danny. Prescindendo dalla meccanica di una trama prettamente di genere, Stanley Kubrick costruisce con genialità un film singolare e affascinante, pieno di innovazioni tecniche e di immagini memorabili. Il peso della frustrazione che fa impazzire Jack si inserisce e si fonde nelle suggestioni della memoria e nel fascino del passato che, all’Overlook Hotel, acquista una fisicità propria. Lucido e geometrico, non è un film di facili emozioni ed è certamente carente sotto il profilo della suspense, però resta, come quasi tutti quelli di Kubrick, un’esperienza indimenticabile. Jack Nicholson fornisce un ritratto sfaccettato, anche se “esagerato” in un’interpretazione che ha fatto scuola. Stephen King non fu soddisfatto del tradimento del romanzo operato da Kubrick e lo disse pubblicamente, tanto da occuparsi personalmente della sceneggiatura del remake televisivo di Mick Garris (1997).

Morandini: Dal romanzo di Stephen King: sotto l’influenza malefica dell’Overlook Hotel sulle Montagne Rocciose dove s’è installato come guardiano d’inverno con moglie e figlio, Jack Torrence sprofonda in una progressiva schizofrenica follia che lo spinge a minacciare di morte i suoi cari. Più che un film dell’orrore e del terrore, è un thriller fantastico di parapsicologia che precisa, dopo 2001: odissea nello spazio e Arancia meccanica, la filosofia di Kubrick. L’aneddotica di Stephen King diventa fiaba e rilettura di un mito, di molti miti, da quello di Saturno a quello di Teseo e del Minotauro, per non parlare del tema dell’Edipo. Il prodigioso brio tecnico-espressivo è al servizio di un discorso sul mondo, sulla società e sulla storia. Totalmente pessimista, Kubrick nega e fugge la storia, ma affronta l’utopia riaffermando che le radici del male sono nell’uomo, animale sociale, ma non negando, anzi esaltando, la possibilità di una riconciliazione futura, attraverso il bambino e il suo shining (luccicanza) e quella di una nuova e diversa concordia. Abbreviato di 4 minuti dallo stesso Kubrick. La durata di 120 minuti è quella di un’edizione italiana non approvata dal regista-produttore. Ottimo doppiaggio di Giancarlo Giannini per Nicholson.

Film TV: Jack Torrance, per trovare il giusto isolamento che gli permetterà di scrivere il suo romanzo, accetta l’incarico di custode invernale di un enorme albergo tra le montagne. Lo seguono la moglie e il figlioletto Danny. Quest’ultimo possiede poteri paranormali che gli permettono di vedere nel passato e nel futuro. In questo film cupo, claustrofobico, Kubrick prende di petto il genere horror (tratto da un romanzo di Stephen King), per piegarlo al proprio genio. Film fatto di segnali ambigui, dove l’orrore è tanto più profondo quanto meno interpretabile (realtà, allucinazione?), “Shining” si muove tra favola e racconto gotico, con momenti memorabili: le chiacchierate tra Torrance e il fantasma del barista, Danny che si aggira nei corridoi sulla sua biciclettina e l’inseguimento finale nel labirinto innevato.

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LOLITA di Stanley Kubrick (1962)

28 Gen

Morandini: Dal romanzo (1955) di Vladimir Nabokov: intellettuale cinquantenne si fa mettere i sensi in fantasia da un’aizzosa quattordicenne… Poco apprezzato dalla maggior parte dei pedanti critici dell’epoca, il primo film britannico di Kubrick migliora ogni anno che passa: anche a livello stilistico e drammaturgico, la scrittura filmica rivela le sue qualità, reggendo il confronto con la capziosa prosa di Nabokov. Più che un dramma, è una inventiva e persino divertente commedia nera in cui si riconoscono diversi temi del successivo cinema kubrickiano. Recitazione ad alto livello con un Sellers straordinario nel suo proteiforme istrionismo. Durante le riprese la Lyon aveva 13 anni, ma col suo sessappiglio ne dimostrava 3 o 4 in più.

Farinotti (mymovies): Il romanzo di Nabokov ridotto in immagini sontuose, ma non sempre ispirate, da Stanley Kubrick. È forse l’opera meno interessante dell’autore di 2001 Odissea nello spazio, ridotto a fare l’illustratore, ancorché prestigioso.

Film TV: Un capolavoro di Kubrick del 1962, uno dei suoi film più lucidi (nella costruzione narrativa) e cinici (nella rappresentazione dell’America borghese e della miseria morale dei personaggi). Geniale il personaggio di Quilty nell’interpretazione di Peter Sellers.

Mereghetti: L’autodistruzione di un intellettuale rappresentata con entomologico cinismo: Vladimir Nabokov è riuscito nel difficile compito di adattare il suo romanzo ( a cui ha tolto l’annunciata morte – castigo della ragazza ), e Kubrick ne ha reso bene la mistura di satira e deformazione grottesca con cui insegue una delle linee di forza del proprio cinema: la caparbietà ossessiva con cui i suoi personaggi percorrono le proprie strade. Rispetto al romanzo, Quilty diventa il motore segreto della storia, cinico e mostruoso doppio del professor Humbert: ” nella satira dell’America espressa nel film, Quilty è la minaccia che incombe, l’ombra inseguitrice, la spia di una società la cui corruzione supera quella delle sue vittime ” e la cui autorità è stigmatizzata nella scena del congresso di poliziotti. Così Mason, per quanto all’altezza del ruolo, si fa spesso rubare la scena dall’ambiguo e prometeico Sellers, il cui istrionismo prefigura quello del ‘ Dottor Stranamore ‘. Sue Lyon col lecca lecca a forma di cuore ha fatto epoca, ma la sua carriera è praticamente finita qui e il film è uno dei meno erotici che si possa immaginare su un tale soggetto.

EYES WIDE SHUT di Stanley Kubrick (1999)

7 Gen

Farinotti (mymovies): Questo film ha chiuso tre parabole: ricerca, carriera e vita. È quasi naturale che Kubrick, dopo tanto rigoroso, totale, maniacale e mistico impegno, non gli sia sopravvissuto. Qui pone il suo suggello, la verità ultima, sul sesso, che è certamente più importante, per fare un solo esempio, della fantascienza. Il regista si ispira a un racconto di Arthur Schnitzler, Doppio sogno, ambientato nella Vienna degli anni venti, e traspone la vicenda nella New York dei giorni nostri. Alta borghesia, alto censo, belle case, bella gente. Il resto è ormai cronaca-leggenda, appunto: i quasi tre anni di lavorazione, certi attori assunti poi protestati, come Keitel e Malkovich, e le crisi matrimoniali-sessuali di alcuni protagonisti, a cominciare dalla coppia regina Tom-Nicole. Chissà se è tutto vero.

Morandini: A Manhattan (ricostruita in studio a Pinewood, GB) alla fine del ‘900, la quieta vita di una giovane e agiata coppia entra in crisi quando cominciano a incrociarsi desideri, fantasie sessuali, adulteri sognati o mancati. Pur nella sua sostanziale fedeltà, l’ultimo film di Kubrick, sceneggiato con Frederic Raphael, reinventa il romanzo breve Traumnovelle (1926) di Schnitzler. Opera imperfetta, un po’ ripetitiva e incompiuta (nel montaggio) che a livello stilistico rifiuta ogni pathos, è leggibile in chiave ironica, psicanalitica, politica, persino filosofica come suggerisce il titolo: per vedere meglio, per accedere a un’“altra” visione, bisogna tenere gli occhi ben chiusi. Fondato sul numero 2 (la coppia, lo specchio, il doppio, ecc.), è un film che trasuda denaro nella sua impietosa descrizione dei rapporti di classe, di censo, di potere, soprattutto sui poveri e sulle donne e sui loro corpi.

Film TV: Bill, un medico senza alcuna qualità, entra in crisi quando la moglie Alice gli racconta i suoi sogni di tradimento e quando una sua paziente gli confessa il suo amore davanti al cadavere del padre. Alice e Bill sono presi in ostaggio dalla trama suadente del testo di Arthur Schnitzler, “Doppio sogno” e guardati a vista dagli occhi di Kubrick e dalla sua volontà di raccontare la sessualità, della malattia e dell’ibernazione delle passioni. L’apparente tema centrale del film, come sempre nella folgorante filmografia kubrickiana, è in ritardo e in anticipo. In una New York prenatalizia, artificiale e tetra, nonostante le luci colorate e bianchissime, Bill, capirà, forse, che il sesso è una sciarada, una messa in scena, una cerimonia agghiacciante come certi horror degli anni Cinquanta e Sessanta.

BARRY LYNDON di Stanley Kubrick (1975)

23 Dic

Morandini: Dal romanzo (1844-56) di William M. Thackeray: peripezie di Redmond Barry, irlandese del Settecento, avventuriero e arrampicatore sociale. Il fascino freddo del film nasce dalla distanza e dalla sordina con cui Kubrick espone le vicissitudini del suo antieroico personaggio, smentite soltanto nei suoi rapporti col figlioletto. Elogiato per il suo versante plastico-figurativo come uno splendido album d’immagini, non è un’opera formalista, ma un discorso complesso di cui “protagoniste… sono le leggi economiche, la struttura sociale, le barriere di classe” (PierGiorgio Bellocchio), esposte con una lucidità e una durezza insolite nel genere del film in costume. Musica adattata (Leonard Rosenman: Bach, Paisiello, Händel, Mozart, Federico il Grande e, anacronisticamente, Schubert).

Film TV: Un ennesimo capolavoro di Stanley Kubrick, amara riflessione sulla storia e il potere. Memorabile il lavoro sulla luce e sul colore, ottenuti utilizzando illuminazioni naturali in alcuni casi anche a “lume di candela”. Fiasco al botteghino, ma Oscar alla fotografia, all’adattamento musicale, alla scenografia e ai costumi.

Mereghetti: (…) dietro l’eccelso splendore formale (straordinari i lenti zoom all’indietro che a partire da un particolare svelano il panorama o la scenografia che lo circonda) non fu apprezzato il pessimismo diffuso sulle possibilità dell’uomo di conquistare un reale progresso. Ogni scena è stata girata con luce naturale.

FULL METAL JACKET di Stanley Kubrick (1987)

30 Nov

Film TV: Al campo di addestramento dei marines di Parris Island il sergente Hartman imperversa. Insulta le reclute, le schiavizza, le angaria con ogni mezzo. Il loro unico compagno deve essere il fucile, l’unico scopo diventare delle macchine da guerra. Nella seconda parte del film Joker, assegnato alla sezione propaganda, ritrova in Vietnam il suo vecchio compagno “Cowboy” e ne segue il reparto in alcune azioni di guerra. È un film senza eroi, senza nessuno in cui identificarsi, senza speranze e soprattutto senza retorica, in un Vietnam minuziosamente ricostruito eppure quasi astratto.

Morandini: Dal romanzo The Short Timers di Gustav Hasford: in un campo di addestramento dei Marines nel South Carolina diciassette giovani civili vengono trasformati in combattenti (macchine da guerra e di morte); partito per il Vietnam, Joker, uno dei diciassette, lavora per un giornale militare e si trova coinvolto nell’offensiva del Tet (1968). Per la prima volta in venticinque anni Kubrick fa i conti con la realtà di oggi, nuda e cruda, andando al di là del Vietnam per prendere a bersaglio l’atrocità del secolo, il tempo sporco della Storia. Iperrealistico, è un film in prosa asciutta, quasi sciatta, di una secchezza fertile, attraversato da una gelida brezza di umor nero sulla violenza dell’istituzione militare. Diffama la guerra e l’esercito. Girato interamente in Inghilterra.