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IO SONO L’AMORE di Luca Guadagnino (2009)

26 Set

Film TV: Casa Recchi. Specchi, fiori, denaro e freddezza. Emma e Tancredi, i loro figli, Elisabetta, Edoardo, Gianluca, i compagni e promessi sposi, i nonni, la genealogia e le future generazioni celebrano, tra le camere e i corridoi, i giardini innevati e le grandi cucine di villa Recchi, passaggi di consegne, avvicendamenti alla guida dell’impresa, strategie familiari e consolidamenti. Consolidamenti progressivi di ruoli sempre più raggelati dalla consapevolezza della classe di appartenenza, la grande borghesia industriale lombarda. Guadagnino infonde a ogni fotogramma un’idea e un’intuizione formale. Esplode i colori e canta spazi impossibili.Come in un intreccio folle di Visconti, Matarazzo e Fassbinder, scandaglia i cuori di un Paese giunto al capolinea del disastro etico. Come in uno specchio.

Morandini: Film sull’alta borghesia industriale sul quale un regista palermitano ha lavorato per 7 anni. Il patriarca Edoardo Recchi, malato, sta per lasciare il comando al più capace dei suoi eredi: il figlio Tancredi, o il nipote Edoardo Jr.? L’azienda è alle prese con la globalizzazione e la famiglia con problemi, conflitti, segreti, ipocrisie. Il figlio Gianluca, prediletto della madre anglorussa Emma, gestisce un ristorante con l’amico Antonio, chef di talento. Scritto dal regista con Barbara Alberti, Ivan Cotroneo e Walter Fasano, prodotto da Mikado, Rai Cinema e altri, esposto in Orizzonti di Venezia 2009, preziosa fotografia del francese Yorick Le Saux, è il più raffinato, ambizioso e maturo film di Guadagnino. L’hanno definito viscontiano, e non solo per i contenuti. Basterebbe l’interpretazione della Swinton (non doppiata) a dare l’acqua della vita a un film nella migliore tradizione di un mélo familiare, ma asciugato, stilisticamente omogeneo. Contagia in positivo gli altri, obbligandoli a un affiatato gioco di squadra. Film di uno snobismo cosmopolita dissonante nel panorama del cinema italiano. Costato 6 mesi di postproduzione per un montaggio che ha ridotto il materiale da 3 ore e 30 a 2. Si sente.

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THE TIME THAT REMAINS di Elia Suleiman (2009)

23 Set

Film TV: La storia recente dei palestinesi narrata, dalla fondazione di Israele a oggi, attraverso episodi quotidiani con spunti tratti dai ricordi del padre e della madre del regista. Il cineasta, a sette anni da Intervento divino, realizza un’opera di sorprendente classicità, tra piani fissi che sembrano estender(si) all’infinito nella profondità di campo e movimenti ritmici come la fuga, la marcia dei soldati, le traiettorie degli interni domestici, ma anche astratta, in cui il ricordo può con­fondersi con il sogno e il desiderio come quel memorabile momento del salto con l’asta che supera il muro costruito da Israele. Il silenzio diventa un urlo e una risata fragorosa e dolente. E dentro c’è l’inten­sità di tutta una vita.

Morandini: Chi ama l’umorismo di situazione di Tati e la comicità impassibile di Keaton, non perda il secondo film del palestinese Suleiman, dopo Intervento divino (2002) con cui ha molti punti di contatto. È un film sul tempo che passa, dedicato ai genitori. Dai racconti dell’uno e dalle lettere dell’altra l’autore ha allineato episodi familiari, situati a Nazareth nel 1948, nel 1970, nel 1980 e a Ramallah oggi. Ha un sottotitolo: Arab-Israelis, il termine ufficiale con cui gli israeliani indicano i palestinesi rimasti sulla loro terra. Tolto l’episodio del ’48, esplicitamente realistico e antisraeliano, è una commedia dove la violenza non è quasi mai esibita, ma una presenza costante con una catena di gag che spesso trovano nella ripetizione la fonte della loro buffoneria. È il ritorno di Suleiman, dopo anni di esilio, nella parte di sé stesso che continua a tacere perché, spiega da regista, il silenzio è molto cinegenico, un’arma di resistenza che destabilizza e fa impazzire i potenti.

EL SECRETO DE SUS OJOS di Juan José Campanella (2009)

3 Giu

Film TV:

Benjamín Esposito è ossessionato da un caso giudiziario di una donna violentata e uccisa a, lasciando un marito devastato e inconsolabile a covare vendetta e un assassino in libertà. 25 anni dopo, pensionato, Benjamín decide di colmare questo vuoto ritornando sulle tracce del caso.

José Campanella, maestro sconosciuto in Italia, ha il talento e il coraggio di chi affronta il cinema nella sua essenza, immergendosi nei suoi generi senza timore di sovvertirli e di giocare anche con se stesso, con i suoi film sentimentali che s’ammantano d’impegno.

HADEWIJCH di Bruno Dumont (2009)

21 Mag

Film TV: Scioccata dalla foga mistica, eccessiva e  cieca della novizia Hadewijch, la madre superiore decide di escluderla dal convento e di metterla alla porta e Hadewijch ritorna ad essere Céline, giovane parigina figlia di un diplomatico. Ma la sua passione per Dio, la sua rabbia e il suo incontro con Yassine e Nassir la portano, tra grazia e follia,  ad intraprendere un percorso decisamente rischioso. Dumont affronta la fede cieca, totale, carnale di una giovane che le istituzioni (ecclasiastiche, familiari) non comprendono e che l’estremismo islamico sposa, ammaestrando il suo istinto suicida, la sua voglia di annullamento. Rigoroso, lancinante, umanista.

CHLOE di Atom Egoyan (2009)

4 Apr

Oltre le superfici delle apparenze di Marzia Gandolfi

: se non hai visto il film, ti consiglio di rimandare la lettura a dopo la visione

Catherine è inquieta. Ginecologa di successo, madre di un adolescente e moglie di un professore, è convinta che l’aereo perso dal marito dissimuli un tradimento. David da parte sua incrementa la gelosia della moglie, incoraggiando con sguardi e ammiccamenti studentesse, cameriere, assistenti. Ossessionata e sospettosa Catherine assolda e retribuisce una giovane escort per sedurre il marito e avere i dettagli di un suo potenziale adulterio. Chloe, spregiudicata nei gesti e abile con le parole, avvia il gioco, approcciando David in un caffè e riferendo a Catherine particolari erotici della consumata infedeltà. Tra incertezze e rivalità, desideri e attrazioni niente è come appare e niente andrà come previsto.
Chloe, come pure le False verità, segnano uno scarto rispetto alla filmografia di Atom Egoyan, accumulando una serie di elementi di potenziale richiamo, anche pruriginosi, che sembrerebbero distinguerlo dal cinema introverso e problematico del regista armeno-canadese. Eppure anche questa volta Egoyan procede costantemente oltre le superfici delle apparenze, insinuando e confermando dietro il glamour, il sesso, la messa in scena della nudità e di rapporti omosessuali, i temi e gli stilemi consueti del suo cinema. Chloe dichiara l’esplorazione del mistero dell’individuo attraverso una composizione non lineare del racconto che rende conto della complessità del reale e della stratificazione temporale dell’esperienza.
Egoyan restringe progressivamente il cerchio d’azione e degli spazi, dalla strada alla casa, dalle architetture avveniristiche e dai paesaggi urbani di Toronto agli interni, mettendo a fuoco l’interiorità di personaggi repressi in pubblico e appagati in clandestinità. Mentre lo spazio viene sottoposto a un graduale processo riduttivo, il montaggio si frantuma con l’innesto di flashback e poi si ricompone a delineare l’interfaccia di passato e presente, di ciò che è stato o di ciò che probabilmente non è mai stato. Emotivamente fragili, perduti, ritrovati o sacrificati, i protagonisti di Egoyan precipitano in una crisi esistenziale e sentimentale che esploderà in un conflitto incrociato ed estenuante. Chloe aderisce a un genere preciso e a una drammaturgia riconoscibile: il family melodrama, territorio ideale e privilegiato su cui insediare personaggi a analizzarli al microscopio. Egoyan mette allora in scena l’amore e l’inganno, le scelte affettive sbagliate e l’inevitabile usura del tempo nei legami, il rimpianto per una perfezione che non esiste in un mondo finito e imperfetto e il superamento dei confini dell’altro, della sua intimità e della sua libertà interiore. Adottando il genere che più di altri simula l’ordine della vita, l’autore non è interessato a spiegare, interpretare o risolvere quanto a rappresentare gli scarti immaginari dei sentimenti.
Il cuore pulsante di Chloe è Julianne Moore, espressione massima di garbo e grazia, eleganza e sofisticazione, risvegliata dal torpore dei sentimenti dalla ninfetta bionda e splendente di Amanda Seyfried. Tra il corpo musicale di Chloe e i sensi inattivi di Catherine si “accomoda” il marito inafferrabile di Liam Neeson, capace di (ac)cogliere il (ritrovato) dinamismo emozionale della compagna e di ricongiungersi a lei dentro un dolce domani.

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ANTICHRIST di Lars von Trier (2009)

21 Mar

Giancarlo Zappoli: Un uomo, una donna. Un marito e una moglie che fanno l’amore con grande trasporto. Inizia così un percorso che condurrà entrambi in una casa nel bosco dove la tragedia è in agguato.
Lascia ch’io pianga/ mia cruda sorte/ e che sospiri la libertà” È con questi versi di Handel che si apre e chiude quello che Lars Von Trier afferma essere il più importante film di tutta la sua carriera. Noi diremmo di più: si tratta del film in cui il regista danese gioca finalmente con se stesso a carte totalmente scoperte. Ciò che veramente pensa delle complesse e comunque misteriose dinamiche che stanno alla base del rapporto uomo/donna viene finalmente depurato dalle tematiche sociali che in tutti gli altri film (perlomeno a partire da Europa) tentavano, invero senza riuscirci del tutto, di occultarlo. È nudo Von Trier questa volta. Non si limita a portare i suoi due attori all’estremo con scene che faranno abbassare lo sguardo a più di uno spettatore ma va oltre.
L’idea del film nasce da un lungo periodo di depressione e finisce con il costituire una sorta di tentativo di terapia su grande schermo. I detrattori del regista danese hanno ora una freccia in più al loro arco la cui punta è stata opportunamente avvelenata dallo stesso Von Trier. Perchè questo è senza dubbio il suo film più squilibrato e al contempo più ambiguamente sincero. L’ossimoro è funzionale all’intera filmografia del regista ma torna ad esserlo, con maggior forza, anche in questa occasione. Perchè qui viene portato all’ennesima potenza il terrore che Von Trier prova verso il femminile anche se poi tenta di occultarlo con la pretesa di aver mostrato un maschio che pretende di porre sotto totale controllo la propria compagna subendone le conseguenze. La Natura (vedi caso nome femminile al punto che la si definisce solitamente Madre) è nella sua visione una creatura di Satana e la donna finisce con l’esserne la più diretta e pericolosa espressione. Dafoe sullo schermo altri non è che un Von Trier più giovane che soccombe, dopo aver cercato la strada della razionalizzazione, alla ineludibile irrazionalità totale del femminino che ha una sola strada per non nuocere: negarsi e negare in modo definitivo la possibilità del piacere. Mai come in questa occasione è emerso il lato più oscuro (qualcuno dirà “malato”) di questo regista che forse grazie proprio ad Handel ci confessa il suo tormento: la sua è la dura sorte di chi soccombe quotidianamente a quella che sente come la gabbia di un corpo desiderante il sesso femminile. Con questo harakiri cinematografico ha inizio il tentativo di liberazione.

UP IN THE AIR di Jason Reitman (2009)

31 Gen

Marianna Cappi: Ryan Bingham è un uomo affascinante, un abilissimo tagliatore di teste ed è libero come l’aria. Nel cielo, appunto, trascorre la maggior parte del proprio tempo, in trasferte di lavoro. Jason Reitman sa creare dei personaggi che non si dimenticano in fretta, fuori dalla norma e sul bordo sdrucciolevole della morale, eppure pieni di naturalezza, grazie alla solidità delle sceneggiature e degli attori che chiama ad incarnarli. Questa volta fa addirittura un passo in più, confondendo testo e paratesto, assoldando lo scapolo d’oro di Hollywood per fargli interpretare il ruolo di un uomo che s’illude di poter stare da solo. Fuori di dubbio è anche il talento del regista per i dialoghi e il ritratto “senza filtro” delle piccole spietatezze quotidiane, siano esse d’ambientazione scolastica o professionale. Anche qui, Tra le nuvole segna un aumentato bisogno di veridicità e porta in scena un contesto attuale e una ventina di disoccupati veri, mescolati agli attori professionisti, ma non per questo indistinguibili.

Film TV: Ryan Bingham è un uomo d’affari specializzato in risorse umane. Il suo lavoro lo porta a viaggiare in continuazione in aereo e del resto il volare lo appassiona. La vicenda di Bingham, cinico redento, taglia come una lama rovente la carne putrida delle grandi problematiche contemporanee, a partire da quella del lavoro che viene meno, per arrivare al tema della riqualificazione delle persone, disorientate tutte, a partire da lui, e senza troppe possibilità di concreta solidarietà dagli altri. Tratto dall’omonimo romanzo di Walter Kirn

GIULIA NON ESCE LA SERA di Giuseppe Piccioni (2009)

31 Dic

Marzia Gandolfi: Guido è uno scrittore con una debole vocazione che cerca un coinvolgimento col mondo. Giulia ha una figlia adolescente che rifiuta il suo affetto e non le perdona di averla abbandonata, Cinque anni dall’ultimo film di Giuseppe Piccioni, non si può negare che Giulia non esce la sera si imponga per la sua capacità di guardarsi attorno, di comprendere meglio ciò che accade (soprattutto) in Italia, di mettere in discussione l’identità dei personaggi e di uscire “dalla chiusura domestica”. Giulia e Guido sono personaggi possibili che oscillano tra apertura e chiusura, sembrano sempre sul punto di aprirsi e di aprire ma poi ricadono nella “sicurezza” abitudinaria di una routine carica di solitudini e ostruzioni. Piccioni prova ad agevolare i rapporti e ad aprire varchi scegliendo, non a caso, un luogo-soglia liquido in bilico tra pubblico e privato. Le sue inquadrature privilegiano punti di vista che incorniciano Giulia e Guido davanti o dietro i vetri, fuori o dentro l’acqua, mettendo in contatto interno ed esterno. Piccioni scava con precisione e senza nessuna enfasi dentro la complessità della privazione (di maternità da una parte e di creatività dall’altra) di Giulia e di Guido, differentemente percepita, elaborata, disprezzata. Il film si insinua nei segni che dicono la difficoltà di una vita da vivere ancora e nonostante tutto. A raffreddare l’emozionalità calda del frangente e l’attimo della definitiva costrizione dei protagonisti a un destino che hanno volontariamente scelto per loro c’è l’acqua, l’acqua che fluidifica il rapporto dopo un lungo corteggiamento.

Film TV: Si conoscono in una piscina che Guido comincia a frequentare in un momento felice della sua carriera, preso dal desiderio di colmare una lacuna importante: imparare a nuotare. Un piccolo film che finalmente conferisce le lettere di nobiltà a una certa idea di minimalismo italiano tipicamente anni 80 (a suo modo un genere sui generis) diventato troppo presto maniera. Coadiuvato da un essenziale Valerio Mastandrea e da un’umbratile Valeria Golino, Piccioni realizza forse il suo film più compiuto. Un’opera viva e imperfetta che, nonostante qualche peccato veniale, convince.

VINCERE di Marco Bellocchio (2009)

30 Dic

Giancarlo Zappoli: (…) un film come al solito molto personale che denuncia però una costrizione in cui il regista non si trova a suo agio. La camicia di forza della Storia, con le sue date e i suoi avvenimenti, vincola la narrazione che tenta di liberarsene non riuscendovi sempre. Certo Bellocchio aveva già affrontato di recente la Storia con Buongiorno, notte ma lì aveva potuto lavorare da Maestro ri-costruendo. Qui non può farlo liberamente e se ne avverte la consapevolezza nella scelta stilistica di ricorrere a una modalità narrativa che gli sta particolarmente a cuore: l’opera lirica. L’intero film è costruito come un melodramma sia sul piano musicale che su quello della struttura, con la passione dominante all’inizio a cui seguono la disillusione e la morte.
Su tutto questo prevale però una lettura decisamente interessante e che mette in gioco la psichiatria e, ancor più, la psicoanalisi che studia il rapporto tra il potere e le masse. Mentre la follia diviene sempre più collettiva e partecipata nel Paese, ci suggerisce Bellocchio, diviene quasi indispensabile che la normalità (Ida) venga trattata come devianza. Mentre l’Italia corre verso il baratro della Seconda Guerra Mondiale la Dalser e suo figlio vengono fatti precipitare nella clausura degli Istituti. Dove non basterà l’ammonimento dello psichiatra: «Questo non è il tempo di gridare la verità. È il tempo di tacere, di recitare una parte». Chi non è disposto a piegarsi non può che essere stroncato oppure, come accade nell’immagine più intensa del film, non può che arrampicarsi su sbarre senza via d’uscita per gettare nella neve lettere che mai nessuno leggerà.

Film TV: La storia di Ida Dalser, la donna che conobbe Mussolini ben prima che egli fosse famoso, e che se ne innamorò, dandogli un figlio, ma che poi, dopo la Prima guerra mondiale, lo ritrovò sposato a Rachele. La sua battaglia per essere riconosciuta, la sua dolorosa vicenda umana. Un capolavoro imperioso, dal ritmo e dal montaggio (di Francesca Calvelli) futuristi, con una smagliante fotografia di Daniele Ciprì che rimanda al miglior Matarazzo (Vincere è anche uno struggente mélo), e una colonna sonora da Oscar (firmata da Carlo Crivelli) mixata in perfetta osmosi con un comparto di effetti sonori rari da rintracciare in un’opera italiana. Tutto Bellocchio in poco più di due ore (la psichiatria, la suggestione dei personaggi che fanno la Storia, il confronto con il cattolicesimo e il clero, le idee rivoluzionarie…) in un film da Cinema Muto spavaldamente urlato. Magnificamente devastanti Timi e la Mezzogiorno.

BELLAMY di Claude Chabrol (2009)

18 Dic

Alessio Gradogna: Bellamy è il film con il quale il maestro Chabrol ci ha salutato, prima della sua scomparsa. Un giallo-noir che vive del respiro a cui il cineasta francese ci ha abituato nel tempo, e che va a costituire un epitaffio sarcastico, disilluso e tanto, tanto affascinante. Tra Nimes e Montpellier, si racconta la storia di un commissario parigino, interpretato da un trattenuto e sempre carismatico Gerard Depardieu, il quale si trova a lottare con un fratello nullafacente e autodistruttivo, e nel contempo indaga su un caso di omicidio/suicidio. Un film sottile, mellifluo, ironico e ricco di sfumature, che va a costituire l’ultimo e prezioso tassello di un percorso autoriale che per oltre quattro decenni ha saputo scavare nelle pieghe dell’animo umano con classe pura e cristallina. Una pellicola preziosa, che scivola con dolcezza verso la sua amara conclusione, nella quale il regista ci da il suo addio attraverso una frase splendida e più che mai rappresentativa del suo cinema: “ho trovato una grande forma di dignità nel disprezzare me stesso“.

Giancarlo Zappoli: Come ogni anno in estate (e nonostante il desiderio della moglie Françoise che vorrebbe andare in crociera) il famoso commissario Bellamy si trasferisce da Parigi a Nimes. Qui viene posto sotto indiscreto assedio da uno sconosciuto il quale ha un segreto da rivelargli. Curioso com’è il commissario non resiste agli inviti dell’uomo e viene così a conoscenza di elementi che possono fare luce su un incidente stradale avvenuto in circostanze non del tutto chiare. Nel frattempo il fratello minore, alcolizzato e rancoroso, lo raggiunge creandogli non pochi problemi.
Claude Chabrol apre il film con un omaggio a ‘due Georges’ che hanno contato molto per lui. Uno è il cantautore Georges Brassens dalla cui tomba il film prende le mosse e l’altro è Georges Simenon alle cui atmosfere il regista vuole rifarsi. La provincia, con i suoi più o meno inconfessabili segreti, ha spesso attirato la sua attenzione e ora vi ritorna lavorando per la prima volta su uno dei monumenti del cinema francese, Gérard Depardieu, al cui personaggio offre elementi attingibili dal temperamento di entrambi (regista e attore). Ne emerge un ritratto complesso e tenero al contempo di un uomo che vorrebbe potersi abbandonare alla fiducia più totale (vedi l’erotica ma anche disarmata attrazione per la moglie) e che invece ha fatto del sospetto l’elemento di base della propria brillante resa professionale. Nel momento in cui un misero Mattia Pascal provinciale tenta il colpo della sua vita perché invaghito di una manicure che sa come manipolarne la debole personalità Bellamy si ritrova anche ad indagare su se stesso e sul proprio ruolo di fratello maggiore. È sicuramente più arduo portare a soluzione i ‘casi’ che segnano la propria vita che non quelli altrui. Il commissario avrà modo di accorgersene pagando di persona. Depardieu gli mette a disposizione la sua fisicità ingombrante da cui emana però un fascino intriso di dolcezza e di rabbia repressa, di luci e di ombre che solo un attore giunto ormai da tempo alla piena maturità espressiva riesce a rendere con tanta apparente naturalezza.