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REPULSION di Roman Polanski

4 Ago

Indagine nei meandri della psiche di Chiara Renda

: se non hai visto il film, ti consiglio di rimandare la lettura a dopo la visione

Repulsione, ovvero storia di una nevrosi, quella di Carol Ledoux, avvenente estetista ossessionata dagli uomini. Il secondo lungometraggio di Roman Polanski, il primo girato fuori dalla Polonia, è una lenta discesa di una donna verso la follia più estrema. Dall’occhio atterrito di Carol adulta che fa da sfondo ai titoli di testa fino ad arrivare all’occhio diabolico della bambina che è stata, nel finale, Polanski registra un tortuoso percorso in una psiche sempre più disturbata. E lo ambienta tra le quattro mura (crepate) di un appartamento, luogo chiuso, tetro e claustrofobico che spesso di qui in avanti sarà teatro delle ossessioni e delle allucinazioni dei suoi personaggi (Rosemary’s Baby, L’inquilino del terzo piano). I rari momenti all’esterno, per strada o nel salone estetico in cui la ragazza lavora, sono altrettanto angoscianti e non rappresentano certo una tregua, né per Carol né per lo spettatore. E allora si ritorna in casa, quella casa che Carol condivide con una sorella così diversa da lei.


I problemi aumentano proprio quando quest’ultima decide di partire per un viaggio con il suo amante sposato, lasciandola sola in casa con un coniglio in putrefazione. Da qui inizia la sua confusione tra realtà e allucinazione e la progressiva discesa agli inferi della sua mente, in cui Polanski fa intuire, senza mai rivelare, un trauma trascorso che l’ha irrimediabilmente segnata fino a trasformarla in una bellissima e catatonica bambola assassina.
Scritto dal giovane Polanski insieme a Gérard Brach, con cui a Parigi aveva già collaborato per un episodio di Le più belle truffe del mondo (1963), Repulsion è un’asfissiante opera di realismo fantastico e psicologico che atterrisce grazie alla forza espressionistica del bianco e nero fotografato da Gilbert Taylor, alle soluzioni visive ardite e macabre, oltre naturalmente alla magistrale interpretazione di una spaventosamente imbambolata Catherine Deneuve, dolce e agghiacciante insieme. Con quest’opera, vincitrice dell’Orso d’argento a Berlino 1965, Polanski dà il via alla sua perversa e malata indagine nei meandri della psiche umana, rappresentata dagli spazi angusti di squallidi appartamenti popolati da vicini di casa benpensanti e da anziane signore imbellettate e ficcanaso, troppo sorridenti e troppo truccate per non avere nessun sospetto su un budino preparato da loro. Rosemary lo sa bene.

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REPULSION di Roman Polanski (1965)

4 Ago

Film TV: La belga Carole vive con la sorella a Londra, dove lavora come manicure. Fredda e poco espansiva, reagisce con crescente disagio alle avance degli uomini… Polanski , al primo fim realizzato fuori dalla Polonia, porta alla superficie delle cose un interno delirio psicologico e trasforma la normalità in un film dell’orrore. La banalità del quotidiano diventa inferno dell’anima. Catatonia, crudeltà e tenerezza si contendono il volto della Deneuve. Orso d’argento al Festival di Berlino.

Morandini: La lenta discesa di Carol Ledoux verso la dissociazione psichica. Lasciata sola in casa dalla sorella, è vittima di incubi, allucinazioni sessuofobiche, deliri. Opera di realismo psicologico, ma anche fantastica dove la poetica degli oggetti, costante nel suo cinema, acquista una forza visionaria in cui si sentono le influenze dell’espressionismo tedesco, di Cocteau, dei macabri marchingegni del cinema di spavento e dell’orrore. È la descrizione “del paesaggio del cervello di Carol” (Polanski), ma anche l’analisi puntigliosa dell’itinerario sociale ed esterno da lei compiuto per “arrivare a sé stessa”. Magistrale fotografia di Gilbert Taylor, musiche di Chico Hamilton. E una Deneuve di straziante intensità.

LE LOCATAIRE di Roman Polanski (1976)

30 Mar

Film TV: Un modesto impiegato di origini polacche, Trelkovski, è in cerca di un appartamento a Parigi. Ne trova uno di una ragazza, Simone Choule, che ha tentato il suicidio gettandosi dalla finestra. Tratto da un romanzo di Roland Topor, è uno dei più alti risultati della poetica polanskiana della quotidianità che si fa incubo. Nelle versioni italiana, francese e inglese, il regista ha doppiato se stesso.

Morandini: Dal romanzo Le locataire chimérique di Roland Topor: preso in affitto, in una vecchia casa di Parigi, un appartamento la cui inquilina precedente s’è uccisa buttandosi dalla finestra, un giovane archivista… Ammirevole, soprattutto nella prima parte, per la sagacia con cui è suggerita l’atmosfera dell’appartamento, per il modo in cui Polanski interpreta la figura un po’ dostoevskiana del protagonista, per la perizia dell’operatore Sven Nykvist. Inventa la paura dove non c’è. Nella seconda parte, invece, il fantastico si fa un po’ meccanico e ripetitivo. Polanskiano al 100 per cento, comunque.

ROSEMARY’S BABY di Roman Polanski

9 Gen

analisi di Alessandra Cavisi di C’era una volta il cinema

 : se non hai visto il film, ti consiglio di rimandare la lettura a dopo la visione

Un horror che fa dell’essenzialità, dell’eleganza, dello stile e della raffinatezza il suo marchio di fabbrica. Un film polanskiano al 100% che fa del non visto e della potenza evocatrice dello stesso il suo stendardo e che si connota soprattutto per le sue atmosfere angoscianti, tipicamente hitchcockiane, e delle suggestioni metaforiche che contiene nella riproposizione di tematiche di genere, quali, come in questo caso, la divagazione sul Male, sul Demonio, sulle pratiche magiche e sulle stregonerie varie. Come dimostra questo capolavoro polanskiano, così come molte delle altre pellicole di Polanski (soprattutto la gemella “L’inquilino del terzo piano”), il Male per questo regista è la borghesia, il convenzionalismo, le costrizioni sociali, l’imposizione culturale e comportamentale. Ecco che allora in “Rosemary’s baby” i cattivi assumono il volto di due strambi, ricchi e borghesi vecchietti (tra cui una Ruth Gordon da antologia), vicini di casa pedanti e invadenti, ma anche di un marito-attore (un fin troppo sornione John Cassavetes), smanioso di fare successo e di calcare sempre più palchi e schermi televisivi. Si fa tutto per imporre la propria visione del mondo e della società e per fare la scalata al successo insomma. Si fa tutto per costringere chi esce fuori dagli schemi a rientrarci potentemente, con qualsiasi mezzo.

La povera Rosemary, protagonista egregiamente e perfettamente interpretata da un’esile, sensuale, ma al tempo stesso molto materna Mia Farrow, sarà la vittima sacrificale di questa metafora della società che ci opprime (viene costretta non solo alla gravidanza, come si vedrà dopo anch’essa frutto del Male, ma anche ad un certo regime alimentare, ad una certa condotta nella gestione delle cure mediche, ecc…), e quando tenterà di opporsi seppur a piccoli passi (vedasi il taglio di capelli che la rende leggermente più mascolina e che quindi assume il significato di una piccola ribellione nel voler assumere il controllo), le cose andranno sempre peggio. Il tutto si conclude, secondo Polanski e il suo finale superficialmente orrorifico (magnificamente tra l’altro), ma approfonditamente “teorico”, con l’impossibilità del singolo di affrontare la massa, visto che la ribellione di Rosemary alla natura della sua gravidanza e al frutto della stessa, non durerà molto, dato che la sua natura di madre (anche questo ruolo viene inscritto negli schemi sociali preponderanti) avrà il sopravvento, facendole accettare il ruolo per lei, ma non da lei, stabilito.

Ma al di là dell’interessantissimo impianto concettuale della pellicola, “Rosemary’s baby” è un piccolo gioiellino proprio per lo stile che lo contrassegna, a partire da una regia claustrofobica e inquietante (che si destreggia magistralmente all’interno del condominio e dell’appartamento dapprima lugubre e poi sempre più borghese dei due coniugi), da una fotografia cupa e angosciante, dalle atmosfere coinvolgenti (ad un certo punto veniamo imprigionati nella stessa spirale di sospetti e paranoie della protagonista, cominciando addirittura a dubitare sulla natura dei fatti che ci vengono mostrati), e dalle caratteristiche particolari che ne innalzano il valore stilistico e formale: vedasi lo straordinario incubo della donna che si immagina posseduta da una creatura mostruosa, il suo graduale deperimento fisico durante i mesi della gravidanza che sono per antonomasia quelli della floridezza e della salute, e lo sconvolgente finale con la donna che armata di coltello e disperazione si reca (tramite un passaggio segreto, tipico espediente orrorifico) nel luogo dell’adorazione del frutto del Male. E’ qui che Polanski mette le carte in tavola restituendoci il valore di un certo tipo di cinema essenziale nella sua forma, ma complesso nella sua sostanza: tutto l’orrore della “creatura” appena nata ci viene mostrato semplicemente dall’urlo di terrore della madre che lo guarda disteso su una culla completamente nera sulla quale è appeso un crocifisso al contrario. A noi spettatori non è dato modo di osservare, ma solo di intuire tramite le reazioni dei protagonisti, in questo caso dipinti nella loro ridicolezza di buffi e innocui vecchietti, ripresi nei loro salotti con le loro tazze da tè, riuniti attorno alla culla in estatica contemplazione. Con una singola scena dall’irresistibile retrogusto ironico, Polanski riesce egregiamente a compiere un’operazione di impareggiabile ridicolizzazione del Male, la borghesia appunto.

ROSEMARY’S BABY di Roman Polanski (1968)

18 Dic

Film TV: Guy è un attore teatrale, sua moglie si chiama Rosemary ed è in attesa di un bambino. I vicini, i Castevet, sono cordialissimi, per quanto un po’ invadenti. E Rosemary è un tantino apprensiva e paranoica, anche se bisogna capirla se nel suo stato si mette in po’ in ansia. Forse il film fondativo dell’horror moderno e forse il capolavoro di Polanski. La tensione (insostenibile) è creata a partire da un minuzioso realismo, e una New York luminosa e affollata diventa il luogo del terrore per eccellenza, della convivenza di paure ancestrali e fobie metropolitane. Sconvolgente il finale quasi “minimalista”.

Mereghetti: Il film dell’orrore dell’era Watergate, tratto dall’omonimo romanzo di Ira Levin che Polanski sceneggia con fedeltà e mette in scena con sobrietà, rinunciando del tutto agli effetti speciali consueti per il genere. L’unico film in grado di reiterpretare la lezione hitchcockiana in chiave personale e in rapporto al clima della società. Su un realismo descrittivo di fondo, Polanski innesta progressivamente un’angoscia surreale, tanto fantastica quanto inquietante, resa intensa dall’umorismo beffardo, dalle acute osservazioni psicologiche e da un senso di ambiguità diffusa e persistente. Passata alla storia del cinema horror la scena dell’evocazione del diavolo per l’accoppiamento infernale.

Morandini: Realtà o psicosi? Il polacco Roman Polanski, al suo primo film made in USA dopo tre britannici, affascinato dal senso di mistero che serpeggia nel romanzo di Ira Levin, ne cava un memorabile esempio di cinema della minaccia e ripropone il tema dell’ambiguità fino a farne la struttura portante della narrazione. È “un incubo cinematografico dove la possibilità di orientarsi tra fantastico e reale è persa sempre, mentre resta a dominare la scena la sensazione di angoscia ridotta al grado zero e perciò ancor più inquietante” (S. Rulli).

Rudy Salvagnini: Capolavoro di sottile ambiguità e caposaldo del filone demoniaco e paranoico, riesce a evitare schematismi e trappole etico-religiose grazie a una sapiente autoironia che non diminuisce mai l’efficacia del racconto. La demonizzazione dei vicini di casa, sorridenti e appiccicosi, è una delle cose più riuscite, assieme alla demonizzazione della famiglia e dell’amore coniugale. Tutta la città diventa un unico luogo di perversione, senza alcuna possibilità di scampo. Il film riesce a comunicare una ficcante sensazione di solitudine e di oppressione, mettendo a contatto l’ancestrale paura del diavolo con il traffico indifferente di Manhattan. Guida per molti autori successivi, ha lanciato definitivamente, anche dal punto di vista commerciale, Polanski. Ha inoltre segnato la carriera della fragile Mia Farrow e rilanciato come caratterista la vispa Ruth Gordon, vincitrice con questo film di un Oscar come miglior attrice non protagonista. Un mustassoluto, anche per le cupe ed efficacissime atmosfere create dall’ottimo William A. Fraker. Prodotto da William Castle. Esiste un seguito televisivo inedito da noi: Look What’s Happened to Rosemary’s Baby, diretto nel ’76 da Sam O’Steen

CHINATOWN di Roman Polanski (1974)

18 Set

Morandini: Film profondamente Chandleriano senza Chandler, dunque foscamente romantico. Chandleriano è anche l’umorismo che ne sorregge il pathos nella descrizione di un mondo corrotto non solo politicamente in cui la presenza del male, incarnato dal vegliardo capitalista John Huston, è ossessiva e sinuosa, mostruosamente ambigua. Pur senza abbandonarsi a esercizi di nostalgica archeologia, fece scuola nel campo della rivisitazione del cinema nero.

Mereghetti: L’inappuntabile ricostruzione filologica di ambienti e atmosfere del vecchio noir viene vivificata, anche grazie a un cast carismatico, dalla descrizione di un mondo corrotto non solo politicamente, nel quale la presenza del male diventa ossessiva e sinuosa, mostruosamente ambigua, davvero diabolica e trova nel personaggio del capitalista Noah Cross (interpretato dal regista John Huston) una rappresentazione indimenticabile.

FilmTV: Riuscitissimo tour de force di Polanski attraverso gli archetipi del noir classico. Tutti gli ingredienti canonici vi compaiono, funzionando anche grazie all’eccellente sceneggiatura (premiata con l’Oscar) di Robert Towne. Nicholson è perfetto, la Dunaway pure. Cameo di Polanski.

Sara Sagrati: Polanski sceglie un detective dal nome aspro, Jake Gittes e lo butta nella mischia di un’indagine che arriva fino all’incesto e alla depravazione economica. America degli anni ’20, da cui scaturisconotutte le grandi imprese edili e architettoniche di una Los Angeles in pieno sviluppo. Un’occasione ghiotta per speculatori, affaristi e uomini senza scrupoli, qui identificati in Noah Cross, imprenditore e padre luciferino. Torbido, malsano e ossessivo nei toni, in grado di essere anche anche un film di grande (possibile) intrattenimento.