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THE WOMAN IN THE WINDOW di Fritz Lang

31 Dic

analisi di Alessandra Cavisi di C’era una volta il cinema

: se non hai visto il film, ti consiglio di rimandare la lettura a dopo la visione

Uno stimato criminologo rimasto in città dopo la partenza di moglie e figli per le vacanze, passa una notte molto particolare: fermatosi ad ammirare il ritratto di una donna, se la ritrova alle sue spalle e si fa convincere ad uscire a prendere qualcosa da bere e poi ad andare nel suo appartamento. Qui l’uomo verrà assalito dall’amante dell’avvenente signorina e per difendersi sarà costretto a pugnalarlo con delle forbici. Nascondere il cadavere e non attirare i sospetti della polizia sarà molto difficile, soprattutto quando un terzo personaggio farà la sua comparsa per ricattare i due complici dell’omicidio.

Nonostante appartenga al periodo americano del regista tedesco Fritz Lang, “La donna del ritratto” porta con sé molto dell’espressionismo che contrassegna l’arte cinematografica del suo paese d’origine. Attraversato da atmosfere surreali e oniriche, accompagnate da una splendida fotografia che gioca abilmente con le luci e le ombre e da un’ambientazione prevalentemente notturna, “La donna del ritratto” è un grande noir che coinvolge e affascina non solo per le caratteristiche succitate, ma anche per la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto il protagonista magistralmente interpretato da Edward G. Robinson, e per il dilemma etico che lo contrassegna. Come rapportarsi alla decisione presa dal professore di sbarazzarsi del corpo e continuare come se niente fosse? E’ possibile condannare totalmente questo uomo comune, nel quale lo spettatore può facilmente immedesimarsi, per un omicidio commesso in preda al terrore di perdere la propria vita? Insomma, non è facile rapportarsi eticamente con quanto viene narrato nella pellicola, visto che man mano che il tempo passa e che gli indizi vengono a galla, i due complici sconosciuti scendono sempre più negli “inferi”, anche a causa di uno spregevole ricattatore nei confronti del quale non ci sarà altro da fare se non continuare ad uccidere… Laddove sembra che il tutto stia per terminare in maniera beffarda, punitiva e moralistica nei confronti dell’atteggiamento tenuto dal protagonista, Lang ribalta completamente le carte in tavola, forse spinto dalla produzione a non proporre un finale così cinico e crudele. Il risultato, seppur apparentemente imposto, è quello non solo di aver evitato il pericolo di demonizzazione del male a tutti i costi, ma, paradossalmente, di mostrare quanto il male a volte possa avere un fascino tutto particolare, tanto da indurre l’uomo a sognarlo come un’avventura appassionante, seppur pericolosa.

Parlare di sogno, ovviamente, non è un caso, dato che sin dall’inizio con una strizzatina d’occhio di classe il regista ci regala un’importante inquadratura con il protagonista che parla al suo uditorio e la lavagna alle spalle sulla quale campeggia il nome di Freud. Ed è proprio la coscienza dell’uomo comune messa a contatto con le aspirazioni più recondite ad essere raccontata in questo film. E’ da quando la donna si avvicina quasi sinistramente al protagonista, comparendo come un fantasma riflessa sulla vetrina nella quale è esposto il suo ritratto, che ci accorgiamo dell’estrema straordinarietà degli eventi che stanno per susseguirsi sullo schermo. A partire dal fatto che la bellissima donna si interessi così tanto ad un uomo di mezza età non così avvenente, passando per l’estrema sbadataggine di un criminologo nel condurre i sospetti dell’amico ispettore di polizia su di lui (mostra apertamente il graffio che si è fatto sul luogo in cui ha nascosto il cadavere poi ritrovato, accompagnando l’amico in ricognizione sul luogo del ritrovamento lo precede dirigendosi direttamente sul punto in cui aveva lasciato il cadavere, e via dicendo), arrivando alla crudele decisione di ammazzare anche il ricattatore, proveniente da un uomo prima di allora mite e onesto.
E’ inutile, allora, indignarsi per il finale solo apparentemente deludente, visto che per tutto il film Lang non fa altro che condurci per mano verso una determinata interpretazione dei fatti. Inoltre la soluzione narrativa da lui adottata è raccontata in un sublime momento registico che, senza stacco di montaggio alcuno, ci porta dalla condizione onirica del protagonista al ritorno vero e proprio alla realtà.
“La donna del ritratto” è uno dei più classici e indimenticabili esponenti del cinema noir che si fa apprezzare per tutti gli aspetti succitati e si fa ricordare anche con un sorriso grazie alla simpatica ironia che accompagna le battute finali del film, quando il protagonista, ancora una volta fermo ad ammirare il ritratto che ha scatenato il tutto, viene avvicinato da un’altra bella donna, ma fugge via a gambe levate, invocando quella saggezza che per tutto il film, invece l’aveva abbandonato.
Saggezza che, invece, contraddistingue l’abile mano registica di un magnifico Fritz Lang qui ad una delle sue prove più suggestive e in qualche modo visionarie.

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M di Fritz Lang (1931)

16 Dic

Mereghetti: Lang continua a impiegare con maestria le metafore visive e le immagini evocative che avevano fatto grande il muto (celebre la successione della sedia vuota, della scala deserta e della palla, che suggerisce per litote l’omicidio della piccola Else) e insieme si vale in modo assai moderno delle risorse del sonoro (l’urlo della madre che rimbomba nei luoghi vuoti). A caratterizzare il mostro, un uomo grigio e anonimo (perciò tanto più terrificante) è proprio il motivetto che fischia. Dopo i film su Mabuse, Lang umanizza il mostro e lo rende vittima nella scena del processo. In cassetta esiste una versione doppiata in italiano vergognosamente sforbiciata (96′ contro 117′) che viene proposta anche in tv. (ndr: la data del commento è 1998, speriamo che il dvd nel frattempo abbia reso giustizia all’opera).

Piero di Domenico: Nel 1931 Fritz Lang gira M – Il mostro di Dusseldorf, in cui un ignoto assassino (con il volto indimenticabile di Peter Lorre) violenta e uccide numerose bambine senza lasciare alcuna traccia. Nella città viene allora organizzata una fitta rete di ricerche a cui partecipano anche i mendicanti e i criminali. Così si scopre il primo indizio: l’assassino quando avvicina le vittime fischietta un macabro motivo, tratto dal Peer Gynt di Grieg. Uno dei primi film parlati di Lang in cui si fondono le tecniche altamente espressive del cinema muto con la stupefacente modernità di un sonoro capace di raggelare. Ispirato a una vicenda reale, Lang riprende i suoi temi preferiti, come il contrasto tra giustizia ufficiale e giustizia privata, ed esalta gli effetti fotografici e quelli sonori, realizzando l’antesignano dei film sui serial-killer, divenuti negli ultimi anni un vero e proprio genere.

Morandini: Un ignoto maniaco, che violenta e uccide bambine, semina la paura a Düsseldorf. La polizia ordina retate nell’ambiente della malavita i cui capi, danneggiati negli affari, decidono di reagire organizzando una caccia all’uomo con i mendicanti della città. Primo film sonoro di Lang che ne scrisse la sceneggiatura con la moglie Thea von Harbou ispirandosi a un fatto di cronaca. Esordio di Lorre (vero nome: Laszlo Löwenstein, di origine ungherese), probabilmente nel primo personaggio di deviante sessuale nella storia del cinema. Su una tematica che gli è cara (opposizione tra giustizia ufficiale e giustizia privata, senso della colpevolezza universale), Lang fa un film di taglio realistico che nell’uso della luce (fotografia di F.A. Wagner) non trascura le esperienze espressionistiche, calibrando suspense, cadenze del poliziesco, dramma sociale. Il “tema dell’assassino” è fischiettato dallo stesso Lang; l’idea del tribunale dei criminali deve qualcosa al Brecht di L’opera da tre soldi. Un classico.

Film TV: Un maniaco infanticida (Lorre) si aggira imprendibile per Düsseldorf. L’allarme generale e la mobilitazione della polizia disturbano le attività dei ladri e dei barboni della città che decidono di fare giustizia a modo loro. Capolavoro dove tutto concorre a un’intensa progressione drammatica, fino al vibrante, quasi insostenibile finale. Lorre è straordinario, la sperimentazione col sonoro (allora una novità) già arditissima, con l’assassino che fischietta “Peer Gynt”.

THE WOMAN IN THE WINDOW di Fritz Lang (1944)

24 Nov

Morandini: Solo in città, un criminologo di mezza età, padre di famiglia, fa amicizia con una ragazza che lo coinvolge in un omicidio. Un incubo. Superlativo noir di Lang dallo stile inesorabile, scritto e prodotto da Nunnally Johnson, da un romanzo di J.H. Wallis. Il tema centrale è quello del doppelgänger con la sua problematica del doppio, del bene e del male, dell’Ego e del Superego. Può essere interpretato come un romanzo di apprendimento il cui protagonista ha voluto dare un’occhiata dall’altra parte dell’abisso e ha imparato la lezione. Il labile confine tra innocenza e delitto e la potenziale colpevolezza di chiunque sono due temi tipici di Lang. La continuità con i suoi film tedeschi è palese. “La sorpresa finale … è di quelle che fanno epoca e viene imitata ancora oggi in televisione” (G. Amelio). Fotografia: Milton Krasner.

Film TV: Fritz Lang, il regista, uno fra i celebri transfughi dalla Germania nazista, realizzò negli Stati Uniti film di alterno valore. Questo è uno dei suoi più riusciti, per la complessità dei temi affrontati, per la ricerca di un adeguato stile narrativo e per il notevole apporto degli interpreti, tutti attori di ottimo mestiere molto abilmente guidati in ruoli impegnativi.

THE WOMAN IN THE WINDOW di Fritz Lang (1944)

18 Set

Morandini: Superlativo noir di Lang dallo stile inesorabile, scritto e prodotto da Nunnally Johnson, da un romanzo di JH Wallis. Il tema centrale è quello del doppelganger con la sua problematica del doppio, del bene e del male, dell’Ego e del Superego. Può essere interpretato come un romanzo di apprendimento il cui protagonista ha voluto dare un’occhiata dall’altra parte dell’abisso e ha imparato la lezione. Il labile confine tra innocenza e delitto e la potenziale colpevolezza di chiunque sono due temi tipici di Lang. La continuità con i suoi film tedeschi è palese.

Mereghetti: Dal romanzo Once off Guard di JH Wallis (sceneggiato da Nunnally Johnson, qui anche produttore), un noir avvincente che ripropone il tema più caro al regista: il sottile confine tra innocenza e colpevolezza, raccontato con una narrazione minuziosamente realistica, ma sviluppato con un andamento potentemente onirico. Uno dei migliori ritratti del grigiore borghese e di quello che potrebbe nascondere dietro la sua faccia rispettosa. Il finale a sorpresa, spesso criticato (ma girato magistralmente con un’unica inquadratura, grazie a dei vestiti che si staccavano e che potevano essere tolti a Robinson durante i pochi secondi in cui la macchina da presa era fissa sul primo piano) è stato difeso da Lang come “l’unico in grado di rendere plausibile l’intera storia”.