Tag Archives: Daniele Torri

LOST HIGHWAY di David Lynch

30 Nov

dal PressBook del film: “Se questo film potrebbe aver avuto luogo da un’altra parte? Forse si, ma non sono sicuro di come sarebbe potuto riuscire. Gli spazi, la luce, le distanze; tutte queste cose vengono dalla consapevolezza che del fatto che tu sei in cerca di cose per sviluppare al meglio le tue idee. Per me Los Angeles era il posto adatto. Pete and Fred vivono le stesse situazioni, ma le vivono in modi differenti. Sono entrambi vittime in modo differente dei loro mondi. Metà film è immagine, l’altra metà è suono e devono interagire. Continuo a dire che ci sono una decina di suoni che possono risultare funzionali e se trovi uno di quelli, ci siamo. Ma ce ne sono a migliaia che non vanno bene… quindi devi continuare a lasciare che ti parlano fino a che non lo senti.

trad. Daniele Torri

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PADMA NADIR MAIJHI di Goutom Ghosh (1993)

6 Nov

Daniele Torri: Immagini che scorrono a pelo d’acqua alternate a sequenze in esterni o cavallo dell’ingresso di abitazioni di fortuna, sempre in balia delle perturbazioni. Ci si immerge una sola volta, l’interno è acquatico ma soprattutto umano, ma la purificazione interiore (che equivarrebbe ad un peccato esteriore) non si completa e sull’imbarcazione che lascia una riva sempre con la prospettiva di ri-approdarvi, sta l’essenza di un film molto umano al di là dell’organizzazione civile di una società, quasi lontana da quella occidentale. Vedere su un monitor scene di mondi in cui il monitor non è previsto, instaura una trasfigurazione alla quale è necessario adeguarsi. La sequenza in cui Kabir e sua cognata Kabila dialogano camminando ed alternando la loro posizione rispetto al sole, controcampo ideale rispetto allo spettatore (quindi angolazione illuminata), è impagabile.

enrico ghezzi introducing FuoriOrario: (…) forse è una mia fissazione, legata all’importanza del fiume, del passare del fiume, del compensarsi nel fiume sia del mondo dello stratificato, del morto, dell’annegato come del sorgente, del rigenerante, del mai uguale, mai lo stesso punto; benché il fiume poi sia lo stesso. Quindi proprio un’idea di cinema: di mutevolezza continua e nello stesso tempo sempre la stessa cosa. Il battelliere del fiume Padma, ci porta vicinissimo a questa sostanza del fiume; non come esplorazione di un altro elemento, il confronto e quindi la lotta fiammeggiante tra elementi diversi: l’aria, l’acqua, la storia, il navigare, lo scivolare, l’attraversare l’acqua, l’usarla come barriera o farne metafora, oppure davvero lo sparire in essa ed essere inghiottiti dal fiume. Invece il fiume è davvero una sorta di frame perfetto; è il cinema in quel frame che è sempre lo stesso eternato e poi replicato all’infinito dalla televisione. E poi invece questa univocità, questa permanenza del frame, è quella che permette la pluralità, quella che mostra una sorta di desiderio. Naturalmente sappiamo che tutto questo è finto, ogni film è finto, è voluto, ogni film sa bene che la macchina da presa è stata portata lì da un regista o da un produttore o da un attore che vuol fare un reportage. E’ messa lì, quindi c’è già un atto di finzione operata dall’uomo della macchina da presa, anche se quest’uomo fosse un angelo, un diavolo, un extraterrestre o un burattino. In ogni caso, filmare un fiume (ricordo un film limite ad esempio di Jean Renoir) perché il fiume davvero o ci si butta rischiando l’annegamento per fare l’amore oppure se ne percorrono le rapide e riuscire a sentirlo solo come presenza, come staticità (che è una scommessa ad esempio del River indiano di Renoir) , ingaggiare una battaglia, un braccio di ferro con il fiume sullo schermo, è davvero provare a giocare questa partita col cinema stesso, con lo schermo stesso, col passaggio dentro di questa corrente continua di immagini di cui invece il battelliere è il regista. Il regista è solo il battelliere, non è colui che la determina apparentemente con un gesto di imperio, di conoscenza, di preveggenza, NO. E’ proprio il battelliere che attraversa, che aiuta qualche destino. Il regista diventa strumento di un amore del proprio destino da parte di personaggi, da parte del battelliere, da parte del regista stesso e da parte del fiume; cioè del senso stesso mobile.

NOSFERATU, EINE SYMPHONIE DES GRAUENS di Friedrich Wilhelm Murnau

4 Nov

Daniele Torri: Cos’è che può attrarre due entità a miglia di distanza? Una sequenza mirabile datata 1922 ci rimanda l’interpretazione che Murnau trasse dal Dracula di Bram Stoker; un montaggio alternato tra la dimora del vampiro impegnato nella spedizione notturna e l’amata della vittima che geme tra spasmi, capogiri e sonnambulismo. Ogni azione del vampiro ha un contrappunto ed una reazione nei gesti di lei (l’ombra delle mani aleggiante sull’uomo addormentato e le mani in egual modo protese di lei nel tentativo di un salvataggio impossibile) e così, nel momento in cui il Conte Orlok si volta, come richiamato dal niente, in controcampo Ellen è rivolta proprio verso di lui: due figure rappresentate nella stessa stanza, nonostante lo spazio (e forse il tempo) che li rende lontani.

BLADE RUNNER di Ridley Scott

25 Ott

La vita eterna dell’androide Roy di Daniele Torri

: se non hai visto il film, ti consiglio di rimandare la lettura a dopo la visione

E’ tempo di morire…” l’ultima immagine che rimanda un Rutger Hauer a capo chino che se ne andrà via come lacrime nella pioggia. Finisce qui la presenza del personaggio a cui Ridley Scott attribuisce il monologo più roboante del cinema moderno. In realtà, mentre la pioggia rimbalza sulla sua nuca sorridente e rassegnata, avviene il trapasso eccezionale che trasforma la fine in un inizio consentendo al profilo di Roy, bianco come un monumento rinascimentale, di divenire immortale. Merito del regista, averlo ucciso senza farcelo veder morire nella prima edizione (dove è la voice off a decretarne la morte) come nel director’s cut, addirittura migliore in quanto lo spiro è lasciato all’intuizione. Facile ma non decretata.

« I’ve seen things you people wouldn’t believe. Attack ships on fire off the shoulder of Orion. I watched c-beams glitter in the dark near the Tannhauser Gate. All those… moments will be lost… in time, like tears… in rain. Time to die. »

THE LUCKY ONE di Arnold Aldridge (2011)

22 Ott

Daniele Torri: Le torri gemelle almeno sono cadute insieme. La visione di un crollo al cospetto della caduta di un contatto per disperdersi tra le macerie del tempo che passa, depistando il ricordo e ponendolo sul parallelo di astratto e concreto, come quelle cinque dita appoggiate a una finestra. Ancora una volta Aldridge imbraccia la camera per domandarsi (e domandare) cosa sarebbe stato se…

VERBATIM ALPHA di Arnold Aldridge (2011)

22 Ott

Daniele Torri: Un gioco sospeso tra il destino e la rabbia. Organizzato a spirale, un corto che discende nello stomaco e mette alla prova la persona. Se potessimo tornare indietro, cambieremmo veramente le nostre azioni? E le nostre vite? E quelle degli altri? “Trust no-one! Not even yourself!” è una voce che rimbomba nella mente e da cui viene da fuggire più che da loschi figuri armati e nemici.

TERRAFERMA di Emanuele Crialese (2011)

1 Ott

Daniele Torri: Un racconto di vita che prova ad emergere, come certe verità che forzatamente sommerse, negate anche da loro stesse, ma che come corpi immersi in un liquido, tendono a salire. Il film di Crialese sale fino al punto di estinguersi su un’inquadratura celestiale quasi si sia cercato il punto di vista degli dei. La terraferma non esiste (o almeno non si vede), il mare ha le sue regole e nel faccia a faccia tra il vecchio e il finanziere si ha la sensazione di dimensioni parallele collimate erroneamente nello stesso periodo storico.

ROUTE IRISH di Ken Loach (2011)

26 Lug

Daniele Torri: “Wrong time, wrong place“. Cosa può capitarti in zona di guerra, in tempo di guerra? Un uomo di quarant’anni incravattato in chiesa e irrimediabilmente disteso all’interno di una bara si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Così per tutto il film tanti altri personaggi, protagonisti principali come comparse per raccontare in ambienti senza regole dominati da chi le regole se le inventa su misura per poi imporle. E sotto tortura ognuno ti rilascia la verità che vuoi sentirti dire, ma questo non consola, non redime, non vendica, non risarcisce. Aumenta solo la sensazione di non essere giusto, al posto giusto e al momento giusto e ci rimane in pancia una domanda: “cos’è successo il 1(1) settembre?

 

WINTER’S BONE di Debra Granik (2010)

21 Lug

Film TV: La vicenda di Ree Dolly, una ragazza di sedici anni molto determinata che vive nelle Ozark Mountains – la regione montuosa tra il Missouri e l’Arkansas –  e che si occupa della madre, psichicamente sofferente, e dei due fratelli più piccoli. La situazione si complica quando scopre che la loro casa e la loro terra sono state impegnate dal padre… Un film ancorato alla propria radice letteraria (il libro omonimo di Daniel Woodrell, edito da Fanucci), capace però di trascendere la pura narrazione per estendersi a un’idea di estetica. Il freddo che diventa immagine. Il colore delle ossa che impregna l’aria (la regista Debra Granik, bravissima, viene dalla fotografia).

Daniele Torri: Bel film di montagna dove l’uomo (la donna) convive con gli animali e con essi si seleziona. L’amore per cavalli e cani non impedisce alla protagonista Ree di sparare agli scoiattoli per insegnare ai suoi cuccioli come squartarli e cucinarli. Parole come pan-cake o burro di arachidi (una in inglese e una in italiano nel doppiaggio) sono talmente di fantasia da venir utilizzate come nomi di animali o di peluches. Sulle Ozark bisogna sopravvivere al freddo come alla fame, gli esseri umani si danno la caccia come le bestie e l’unica via d’uscita (certo non di fuga) è avere i boschi dalla propria.

JOHNNY STECCHINO di Roberto Benigni (1991)

30 Giu

Daniele Torri: Si comincia con le difficoltà di un autista “particolare” ad integrarsi e ad avere rapporti con le donne, accompagnato dall’amico Lillo con i suoi problemi di diabete; si chiude in modo favolesco con la risoluzione presunta di entrambe le situazioni. Johnny Stecchino è una favola ambientata ai giorni nostri in cui Benigni fa dell’ingenuità e dello sdoppiamento il suo strumento per aprirci i cuori e farci ridere. Il tema principale è l’obiettivo mafioso di utilizzare un sosia per sfuggire alle beghe che procura il pentimento, ma la storia si articola sui continui richiami alle caratteristiche di Dante (l’ingenuo sosia) da cui scaturiscono una serie di situazioni estremamente divertenti come la serata a teatro o il continuo consumo di cocaina a mo’ di antidoto al diabete.

La scelta dei personaggi risulta piuttosto felice (almeno nei 4/5 principali) con l’ottimo zio-complice a far la parte del servo tonto come qualcuno che in passato abbia usufruito dei servigi del Johnny Stecchino in auge e se ne ritrovi schiavo per sempre, fino a venire ucciso ad obiettivo raggiunto. C’è poi l’amico Lillo che è l’unica persona con la quale il protagonista si trova veramente a suo agio tanto da andargli in casa ed accompagnarlo alla stazione e vero fulcro della storia in quanto le banane, i dolci e i pensieri di Dante ci vengono introdotti in sua presenza. La Maria interpretata da Nicoletta Braschi è ben descritta alla cena a casa del ministro, quando la moglie del questore facendo una confidenza al presunto Johnny Stecchino, ma parlando a tutti gli spettatori, la racconta come una donna dal ruolo invidiatissimo in quanto irraggiungibile, proprio come la considera il marito regista. Un film che scorre allegramente e dove alla fine ogni nodo in una maniera o nell’altra arriva al pettine lasciando alla fine il tempo che ha trovato all’inizio; questo offre spazio anche all’eventuale interpretazione che quanto accada tra l’introduzione e la risoluzione sia soltanto un sogno del protagonista in cui può sprigionarsi (nel ruolo di Johnny) il lato del carattere che viene a mancargli nella vita di tutti i giorni. L’apparizione improvvisa alla festa dell’assicuratore Randazzo o il coro finale degli animali nel negozio di parrucchiere sembrerebbero rinforzare questa ipotesi. Il giudizio personale è molto positivo, soprattutto a posteriori pensando che ci troviamo davanti ad uno degli ultimi Benigni spensierati e scanzonati.