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THE QUIET MAN di John Ford

2 Set

Un film perfetto in tutti gli aspetti di Pino Farinotti (mymovies)

Anni Venti. Sean Thornton torna in Irlanda, terra della sua famiglia, per stabilirvisi, dopo aver fatto fortuna – come pugile – a Pittsburg. Viene accolto dalla comunità con grande curiosità e con un po’ di sospetto. Ma quando Sean decide di comprare la casa dov’era nato diventa simpatico a tutti. Deve però battere la concorrenza di Denhaer, uomo rozzo e prepotente, ma fratello della bellissima… Maureen O’Hara. Uno dei più grandi film americani, intelligente, felicissimo e nostalgico. Un atto d’amore di Ford verso la terra della sua famiglia. Lo straniero Wayne, americano pragmatico, si scontra con la scomoda tradizione irlandese e scopre che, tutto sommato, la vita era bella anche se guidata da riti e condizionamenti a prima vista inutili. Un film perfetto in tutti gli aspetti, a cominciare da quello figurativo, grazie alla campagna irlandese, ai corsi d’acqua, ai ponti e alle case di mattoni. Ruolo determinante ha la colonna sonora (Young) ispirata ai canti popolari di quella terra. E Ford non perde di vista nemmeno i grandi temi, condotti con ironia e semplicità e proprio per questo ancora più efficaci, come quando la comunità cattolica si finge protestante per impedire che il pastore venga trasferito per mancanza di fedeli. Doverosa la citazione dei due grandi protagonisti, al meglio delle loro possibilità (Wayne amoroso era una sorpresa per tutti), ma anche quella dei caratteristi, indimenticabili: Barry Fitzgerald, Victor McLaglen e Word Bond. Tutti purissimi fordiani. Premio Oscar a John Ford. Negli anni Ottanta un documentario ci ha riportato le atmosfere dell’ Uomo tranquillo. Una troupe è andata in quei luoghi. Abbiamo rivisto il pub dove beveva Fitzgerald, la chiesa dove Wayne toccò la mano di Maureen, il ponte che guarda la casa dei Thornton, i fiumi e le case. Tutta la zona vive di quel film, i turisti ci vanno in pellegrinaggio. Non c’è più Wayne, non c’è più Ford. Ma ci sono ancora.

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JULES ET JIM di Francois Truffaut (1962)

24 Giu

Film TV: Il rapporto di profondo affetto che lega due amici, il francese Jim e l’austriaco Jules, viene bruscamente sconvolto dal folgorante incontro con Catherine, la donna della quale entrambi si innamorano. Ciò nonostante, né la comune passione né lo scoppio della Grande Guerra – che li vede su fronti contrapposti – riusciranno a dividerli… Truffaut (e il cosceneggiatore Jean Gruault) adattano il romanzo omonimo di Henri-Pierre Roché e ne traggono un film libero e struggente, nel quale il lavoro sulle figure del linguaggio cinematografico produce, a tratti, momenti di emozione pura (la prima apparizione di Catherine, la corsa sul ponte). Epocale.

Farinotti (mymovies): La donna conduce sempre la situazione, è lei al centro del sistema e si permette tutto. Passeggia con i suoi due uomini vestita da uomo, coi baffi. La Moreau, che canta la canzone Le tourbillon, divenne uno dei grandi segnali della mitologia femminile di quel decennio. Nel 2002 Jules e Jim è stato ridistribuito nel circuito delle sale, con grande promozione. Davvero un’iniziativa inconsueta, che ha riguardato pochissimi titoli. La riproposta è servita a capire che il film è un magnifico esercizio grafico che ha smarrito quasi tutta la linfa vitale e la realtà. Catherine è un disegno, una proposta letteraria valida in quel momento. Il disegno è sbiadito, la letteratura manca della fase introspettiva, che rimane nel libro e lo rende un po’ più credibile del film. Il tempo ha davvero giocato contro. Jules e Jim rimane soprattutto un riferimento di studio, di accademia, di nostalgia. Emerge la tendenza francese dell’originalità a oltranza, dell’imprevedibilità a tutti i costi, del terrore di essere normali. La Moreau fu personaggio antipatico, magari odioso ai non trasgressivi. Ma un’eroina.

Morandini: Nella Parigi del 1912 Catherine s’innamora di due studenti, un francese e un austriaco, legati da una profonda amicizia fondata sull’amore per la letteratura. È, forse, il film più felice di Truffaut, certamente uno dei più rappresentativi con Jeanne Moreau nel suo personaggio più mitico. L’originalità e la stessa crudeltà della storia vi sono raccontate col massimo di pudore e di misura in dialettica contrapposizione fra trasgressione e norma, tra gioioso lirismo e profonda angoscia di morte. Dolce, nitido, di aerea leggerezza e armoniosa costruzione. Bellissima la fotografia di Raoul Coutard.

SMULTRONSTÄLLET di Ingmar Bergman

17 Mag

Una vedibilità in prospettiva ancora quasi intatta di Pino Farinotti (mymovies)

Momento davvero importante per il professor Isaak Borg, settantotto anni, che sta per essere insignito di un prestigioso premio alla sua carriera di medico all’università di Lund, in Svezia. La giornata comincia con un brutto sogno: Isaak incontra un uomo senza volto in una via deserta, poi una cassa da morto scivola fuori dal carro funebre. Isaak si avvicina e dentro vede se stesso. Il viaggio verso Lund è lungo, il professore lo affronta in macchina, in compagnia della nuora Marianne. Film magico, sintesi di narrazione cinematografica ed espressione delle fondamentali correnti di cultura della prima metà del ventesimo secolo. Ecco dunque presente Freud (il sogno iniziale), Proust (la memoria del tempo felice), Kafka (lo smarrimento e la trasformazione) e poi la cultura nordica di uno Strindberg (il dolore e la morte). Il tutto sostenuto da uno stile puro e pulito, con suggestioni misurate e con introspezione scandita dal pensiero di Isaak. Il posto delle fragole è forse il titolo più rappresentativo dell’opera di Bergman e figura in tutte le classifiche. Inoltre offre una vedibilità in prospettiva ancora quasi intatta, caratteristica molto rara in un film legato a momenti culturali contingenti, dunque in divenire: oggi risulta didascalica e lontana la sequenza dei due ragazzi che si accapigliano sull’esistenza di Dio, ma era un problema sentito e personale del regista, figlio di un religioso. Il film vinse l’Orso d’oro al festival di Berlino e fu ritenuto il migliore dell’anno dalla critica internazionale.

DER BLAUE ENGEL di Josef von Sternberg (1930)

16 Apr

dal DVD edito da Ermitage Cinema: Un professore di liceo viene a sapere che i suoi allievi frequentano un locale equivoco, l’Angelo Azzurro, dove si esibisce una compagnia di artisti di varietà, tra cui la conturbante e cinica ballerina Lola Lola. Una sera si reca nel locale per sorprendere gli studenti… Il film impose la Dietrich all’attenzione internazionale e creò il mito della diva peccaminosa, capace di impersonare il torbido avvento dei tempi nuovi che decretavano la fine del decoro borghese. Il merito, oltre che del soggetto tratto da un romanzo di Heinrich Mann, è di von Sternberg che seppe trattare il volto, la figura e le lunghe gambe dell’attrice come un paesaggio, rendendo immortale la scena della canzone cantata dalla Dietrich a cavalcioni di una sedia.

Mereghetti: (…) la Dietrich è però limitata da un personaggio abbastanza convenzionale che solo la sua sensualità riesce a far dimenticare. Molto più composita la prova di Emil Jannings che nel descrivere il decadimento morale di un uomo tocca, nella scene finali, i vertici delle sue grandi interpretazioni mute.

Film TV: Uno dei film più famosi della storia del cinema, nonché pietra miliare nell’edificazione della leggenda personale di Marlene Dietrich. Vi si respira un erotismo vicino a quello dei dipinti di Toulouse-Lautrec. Il quadro della provincia tedesca è dipinto senza pietà.

Farinotti (mymovies): Marlene Dietrich arrivava nel momento più opportuno, a rappresentare qualcosa di ben più vasto di una parte in un film. Catalizzava fisicamente quella tendenza. Ne era, forse inconsapevolmente, una sorta di sintesi. Veniva da ruoli insignificanti e si trovò titolare di un personaggio, Lola Lola, che avrebbe costruito un precedente imprescindibile tramandato per decenni dalla stessa Dietrich e imitato con assoluta trasparenza. I grandi segni erano: cappello a cilindro, calze e giarrettiere nere, boa di piume. Di suo l’attrice ci mise una voce roca e profonda, una carnagione bianchissima di contrasto e due gambe notevoli.

Morandini: Capolavoro del primo cinema tedesco sonoro, trasformò in star una poco nota cantante e attrice, arricchì l’immaginario collettivo di un nuovo mito di donna fatale, non lontano dalla Lulu di Wedekind, segnò l’inizio del sodalizio von Sternberg-Dietrich, durato altri 7 film a Hollywood. Il turgido istrionismo masochistico di Emil Jannings s’oppone alla pura “apparenza” quasi grafica della Dietrich. Le memorabili canzoni sono di Frederick Hollander. Esiste una contemporanea versione inglese.

THE GRAPES OF WRATH di John Ford (1940)

13 Apr

Film TV: Dall’Oklahoma alla California a bordo di un vecchio camion. La famiglia contadina di Tom Joad, travolta come migliaia di altre dalla Grande Depressione del 1929, affronta un avventuroso viaggio verso la “terra promessa” dove ci sarà il lavoro. Un capolavoro di John Ford che ricrea, con eccezionale intensità, il clima del romanzo di John Steinbeck da cui è tratto. Un racconto per immagini magistrale nella sua impeccabile, rigorosa essenzialità; grandi interpretazioni di protagonisti e comprimari.

Morandini: Nei primi anni ’30, ridotta in miseria dalle tempeste di sabbia e da rapaci proprietari terrieri, una famiglia di agricoltori dell’Oklahoma si mette in viaggio con un camion verso la fertile California. Un classico del cinema sociale, tratto da un romanzo (1939) di John Steinbeck. Un poema di solenne pietà, un gran capolavoro dei film su strada. Considerato politicamente un conservatore, Ford diresse uno dei film più progressisti mai fatti a Hollywood anche perché riuscì a far coincidere il tema della famiglia, a lui caro, con quello della gente: alla fine i Joad entrano a far parte della famiglia dell’uomo. Lo sceneggiatore Nunnally Johnson modificò, su indicazione del produttore Zanuck (che girò personalmente il monologo di mamma Joad), il finale senza speranza di Steinbeck, in linea con l’ottimismo del New Deal. Straordinario bianconero di Gregg Toland (che, come disse Ford, non aveva nulla di bello da fotografare). Oscar per la regia e la Darwell. Sdoganato in Italia solo nel 1951. Vergognosamente classificato dal Centro Cattolico “adulti con riserva” perché pessimista.

Farinotti (mymovies): Tratto dal romanzo di John Steinbeck viene portato sullo schermo da un regista di pari grandezza e prestigio. Il film è rigorosissimo culturalmente e formalmente: sembra di guardare le vecchie foto dell’epoca. Il regista ha puntato sul particolare, sui piccoli discorsi di miseria visibile, lasciando che i grandi temi ne venissero di conseguenza. Il cinema accoglie nel suo mito alcune situazioni tanto forti e perfette da non essere ripetibili, come la sepoltura del vecchio nonno, oppure l’immagine del camion-casa nelle strade delle infinite pianure, il ballo di Fonda con la madre (Darwell, premio Oscar), o la scena finale di Tom che percorre la collina andandosene, mentre il sole sta nascendo. Furore non è un documento del cinema, è un documento generale di storia.

IL BIDONE di Federico Fellini (1955)

25 Mar

Morandini: Augusto, anziano bidonista che sente la miseria e l’abiezione del suo mestiere truffaldino. Dopo I vitelloni e La strada, Fellini ne riprende molti motivi tematici (solitudine, bisogno di comunicazione e di amore, desiderio di salvazione, la Grazia) e stilistici (passeggiate notturne, giostre di periferia, paesaggi dell’Appennino). È il più cupo e disperato di quest’ideale trilogia, e il meno riuscito a livello strutturale per un’incertezza tra il racconto di ambiente picaresco e la concentrazione drammatica su Augusto che punta sul tragico e scivola nel patetico. Memorabili almeno due sequenze: la festa di Capodanno nella casa del bidonista ricco e la truffa a danno dei baraccati, coincisa e feroce quanto l’altra è insistita e sarcastica. Scritto con Flaiano e Pinelli. Dopo le sfavorevoli accoglienze alla Mostra di Venezia, Fellini lo rimontò con M. Serandrei, riducendolo di 20´ e mutandone radicalmente il ritmo. Restaurato dalla Cineteca di Bologna nel 2002 in una versione quasi identica a quella “veneziana”.

Farinotti (mymovies): I personaggi principali son tre: Augusto, Roberto e Picasso. Sono truffatori da quattro soldi. Augusto ha una figlia deliziosa che non vede mai, Picasso una moglie sottomessa e disperata. Roberto, assolutamente cinico, è forse il peggiore di tutti, pensa solo a imbrogliare e alle donne. Fellini era al sesto film e aveva trovato la sua identità riconoscibilissima. Pochi anni dopo, con La Dolce vita avrebbe fatto l’ultimo salto di qualità. Ma la poesia c’è tutta, e ci sono i contenuti ancora robusti dell’età migliore, quella dell’energia. Augusto porta sua figlia al cinema, è contento, possiede un valore che aveva persino dimenticato, ma al cinema viene riconosciuto da qualcuno che aveva truffato, e finisce in prigione. E la figlia assiste a tutto. Inserito temporalmente fra Le notti di Cabiria e La strada, storie di squisito mondo e di fantasia felliniana, il film è una sorta di intervallo di realismo, ultimo richiamo in questo senso. Amaro e vedibile a posteriori, va rivalutato rispetto a una critica che lo ha inteso come “opera minore”.

Film TV: Augusto è un truffatore di modesto calibro che agisce in società con Roberto e Picasso… Un anno dopo “La strada“, Fellini realizza un film meno “poetico”, più aspro, ma con un fondo non meno religioso; è uno dei film meno amati del regista, ma oggi è assolutamente da rivalutare. Indimenticabile l’interpretazione di Broderick Crawford (che pare recitasse costantemente ubriaco), straziante il finale.

ONE FLEW OVER THE CUCKOO’S NEST di Milos Forman (1975)

24 Mar

Morandini: Da un romanzo (1962) di Ken Kesey: pregiudicato, trasferito in clinica psichiatrica, smaschera il carattere repressivo e carcerario dell’istituzione. 5 Oscar (film, regia, Nicholson e Fletcher, sceneggiatura di Bo Goldman e Laurence Hauben), non succedeva da Accadde una notte (1934), è un film efficacemente e astutamente polemico sul potere che emargina i diversi e sul fondo razzistico della psichiatria. La sostanza del romanzo onirico di Kesey, scritto in prima persona, è depurata e trasformata in allegoria nell’adattamento scenico che ne fece Dale Wasserman e che forma la base della sceneggiatura. Ottima squadra di attori che comprende anche il pellerossa W. Sampson.

Farinotti (mymovies): Nessun film è stato più faticosamente prodotto. Viene da molto lontano. Kirk Douglas voleva interpretarlo e produrlo fin dagli anni Cinquanta e aveva acquistato i diritti del romanzo di Ken Kesey, ma per quei tempi il soggetto era giudicato troppo a rischio. Era un altro cinema, un’altra Hollywood. Doveva essere un altro Douglas a realizzare il sogno del padre. Michael affidò il film a Forman, un regista non proprio sconosciuto, che aveva dovuto lasciare la Cecoslovacchia durante la famosa primavera di Praga del Sessantotto. Jack Nicholson fa la parte di un pregiudicato che si fa internare in una clinica psichiatrica per sfuggire a guai maggiori. È vivace e intelligente, ed è un ribelle. Dunque comincia col sovvertire tutto. Film dalle molteplici letture: la clinica può essere semplicemente il mondo e non è poi così chiara la linea che divide i sani dai pazzi. Le norme vigenti, dure e bloccate, alla fine possono essere solo un pretesto di discriminazione, ingiusto e criminale. Viva dunque l’eroe poco di buono che si batte sapendo di perdere. Naturalmente non erano casuali i richiami di libertà che venivano da Praga, e nemmeno il vento liberal che soffiava in quegli anni in America. Jack Nicholson, con la sua recitazione nevrotica e sopra le righe, definì perfettamente il suo personaggio e divenne uno dei massimi divi del cinema moderno.

Film TV: Randle McMurphy, arrestato per piccoli reati, viene portato in una clinica psichiatrica perché tenta di fingersi pazzo per sfuggire al carcere. L’ospedale è diretto da una ferrea capoinfermiera, la signorina Ratched. Un Nicholson in splendida forma dà corpo e anima a questo outsider, eroe suo malgrado. Il film si regge in fondo su di lui e soprattutto sulla sua contrapposizione all’infermiera, una grande Fletcher dalla recitazione tagliente. Forman tocca alcune corde dell’emotività facendo leva sui sentimenti più elementari.

AL MASSIR di Youssef Chahine (1997)

4 Mar

Morandini: Cordoba, nell’Andalusia araba del 1195, il califfo Al-Mansour cerca di mediare la furia degli integralisti che hanno tra i loro bersagli il filosofo e scienziato Muhammad ibn Rushd (1126-1198), noto in Occidente come Averroè, celebre commentatore di Aristotele e massimo esponente di quella cultura arabo-ispanica che fiorì in Andalusia tra il VII e il XII secolo in pacifica coesistenza con la cultura cristiana ed ebraica. È lui il perno di un film che, nel raccontare fatti e personaggi di 800 anni fa, adombra problemi, fanatismi e sanguinosi conflitti nel mondo arabo di oggi. Coerente a sé stesso Youssef Chahine, il più grande dei cineasti arabi, fa un cinema popolare e, insieme, colto. Film scattante, svariante, pittoresco che contamina temi e generi (musical, biografico, western, cappa e spada, Dumas, Walter Scott, Rossellini). Esterni girati in Siria. Palma d’oro del cinquantenario a Cannes 1997.

Film TV: Cordova, dodicesimo secolo. Per soddisfare le richieste dei gruppi fondamentalisti, il Califfo Al Mansour ordina che tutte le opere di Averroè, uomo di vastissima cultura e commentatore di Aristotele, vengano date alle fiamme. È il primo film di Youssef Chahine, tra i più importanti cineasti del nostro tempo, ad avere in Italia una distribuzione dignitosa: meglio tardi che mai. E se doveva, prima o poi, accadere, è bello che sia accaduto per “Al Massir” (premiato a Cannes ’97 con una Palma d’oro alla carriera del grande regista egiziano), un inno contro ogni forma di fondamentalismo e ideologico e religioso guidato dalla straordinaria figura del filosofo Averroè, libero pensatore tradito dal suo Califfo. Ma “Il destino” non è un film da vedere solo per le cose che dice: in un vorticoso carosello di musiche e balletti che rimandano a Minnelli, Chahine disegna i suoi meravigliosi personaggi come avrebbe fatto l’amatissimo Duvivier. E, non sazio, li immerge in atmosfere fra il western e il feuilleton.

SUNRISE di Friedrich Wilhelm Murnau (1927)

12 Feb

Farinotti (mymovies): Tratto da un racconto di Hermann Sudermann, mutato nel finale, il primo dei quattro film americani del regista tedesco Murnau, che riscosse all’epoca un modesto riscontro di pubblico, costituisce uno dei vertici del suo cinema: Aurora è un’opera che sembra a tratti più tedesca che americana (a riprova della grande autonomia che, insieme a mezzi ingenti, la produzione concesse all’autore), potendo contare su un geniale impiego della luce (con la vittoria dell’Oscar per la migliore fotografia), del ritmo, dell’atmosfera quasi espressionistica, della profondità di campo, della mobilità della cinepresa. Nel 1939 in Germania ne venne realizzato un remake, Verso l’amore, di Veit Harlan.

Morandini: (…) prodotto da William Fox, è ancora assai “tedesco”: non per nulla la sceneggiatura è di Carl Mayer, dalla novella Die Reise nach Tilsit di Hermann Sudermann e la scenografia di Rochus Gliese. (Titolo tedesco: Sonnenaufgang – Lied von zwei Menschen). Nella prima edizione degli Academy Awards (1927-28) ebbe 3 Oscar: miglior film artistico (premio subito abolito), migliore attrice: Janet Gaynor; fotografia: Charles Rosher e Karl Struss che non nascondono reminiscenze di luce espressionista. È diviso in tre parti: la prima cupa, quasi da noir e la terza drammatica, angosciosa sino al più tradizionale happy end che esalta il moralismo sentimentale di fondo, fino a quel momento controllato dallo stile. Nella parte centrale in città, la più ampia, si sviluppano, grazie ai ricchi mezzi messi a disposizione, il geniale impiego della mobilità della cinepresa, della luce, della profondità di campo, ma anche la direzione degli attori (e dei loro corpi), il ricorso alle gag comiche, la tipizzazione delle figure di contorno: il tono è euforicamente hollywoodiano. “La sensibilità del regista stringe in un solo nodo il momento reale e il momento simbolico.” (F. Savio). Ridistribuito in una copia restaurata dalla BIM nell’estate 2004 con una colonna musicale di Hugo Riesenfeld.

Mereghetti: (…) un dramma fortemente simbolico. Murnau attraverso il linguaggio delle immagini, sa cogliere sfumature psicologiche impercettibili. Celebre il piano-sequenza che mostra l’incontro degli amanti nella palude; ma anche l’uso della prifondità di campo all’epoca fece impressione.

Film TV:  (…) un’opera di ammirevole perizia tecnica (si noti il lungo carrello sul tram), con immagini di forte suggestione.

PIDÄ HUIVISTA KIINI, TATJANA di Aki Kaurismaki (1994)

6 Feb

Morandini: Nella Finlandia degli anni ’60 Valto fa il sarto e beve solo caffè in continuazione e Reino, meccanico, beve vodka come fosse acqua. Kaurismäki fa cinema con la stessa facilità con cui respira e riesce a farci salire “in un viaggio che non serve a nulla, con personaggi che non vogliono dire nulla, in una storia che non significa nulla” (G. De Marinis). Il titolo originale sta per “Attenta al foulard, Tatjana”. Molto rock, un bianconero laconico.

Farinotti (mymovies): Finlandia anni Sessanta. Si beve vodka e caffè, si ascolta il rockabilly e ci si innamora di una turista estone decidendo di lasciare il paese. Kaurismäki è sempre più minimalista e asciutto, libero da condizionamenti di carattere goliardico caratteristici in altre sue opere.

Film TV: Due amici, Valto e Reino in viaggio su una Volga nera, incontrano due donne, una estone e l’altra russa, che si uniscono alle loro peregrinazioni. In un’ora circa Aki Kaurismäki elabora un’analisi di personaggi connotati dalla difficoltà di aprirsi, di cercare qualcosa al di fuori di sé. Niente drammi, anzi un tono da commedia, dove però l’ironia, per quanto bonaria, lascia egualmente il segno.