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THE HOURS di Stephen Daldry (2002)

9 Set

Film TV: 1949: Laura Brown, casalinga incinta, vuole preparare una festa per il marito, ma non riesce a staccare gli occhi dal romanzo che sta leggendo, _Mrs. Dalloway. Ai giorni nostri: Clarissa Vaughn intende dare un party per celebrare l’amico Richard, un famoso scrittore che sta morendo di Aids. Queste due storie sono profondamente legate a quella di un’altra donna, Virginia Woolf, intenta a scrivere Mrs. Dalloway… Daldry mette in scena – grazie all’ottima sceneggiatura di David Hare e all’eccellente prova delle attrici – il bel romanzo “Le ore” di Michael Cunningham, dando forma cinematografica agli innesti, alle rifrazioni, agli echi, alle ripetizioni, alle assonanze, ai raddoppiamenti visivi, emotivi e verbali: un’operazione rischiosissima, che muove da una struttura romanzesca sofisticata e poteva trasformarsi in un fastidioso esemplare della categoria “libri illustrati”. Un romanzo infestato dalla letteratura e un film “posseduto” dalla scrittura, dall’ipnosi dei ritorni e delle memorie, da passati e futuri svaniti e sciupati. Identità scollate, soggetti incompleti, improvvisi stalli dell’essere, raccontati dagli sguardi, dai sorrisi scoloriti e spenti delle tre protagoniste e dal coro femminile di contorno. Le intersezioni e le identificazioni multiple sono “scritte” da una quarta donna, una donna di carta, un personaggio letterario. Oscar alla Kidman come miglior attrice protagonista.

Morandini: Richmond (Sussex), 1941. Lasciato un biglietto al marito Leonard in cui dice di non poter più combattere contro la depressione, ringraziandolo per la felicità che le ha dato, la scrittrice Virginia Woolf (1882) si annega nel fiume Ouse. Los Angeles, 1951. Moglie depressa di un reduce di guerra, madre del piccolo Richard e in attesa di un secondo figlio, Laura Brown comincia a leggere La signora Dalloway (1925). Clarissa Vaughan, affermata editor letteraria e lesbica, è chiamata signora Dalloway dall’amico scrittore Richard Brown. Dal romanzo (1998), premio Pulitzer 1999, di Michael Cunningham, sceneggiato da David Hare. Che cosa è The Hours (Le ore, primo titolo di Mrs. Dalloway): un film d’autore o una produzione dell’accorto Scott Rudin per la Miramax, diretta a spettatori colti d’essai e ai soci dell’Academy? Nel primo caso chi è il vero autore? Poiché il teatrante inglese Daldry si limita giudiziosamente a dirigere il traffico, è l’americano Cunningham o il commediografo britannico Hare che ha dato sapiente forma drammaturgica ai soliloqui mentali del romanzo? E se, invece, il merito principale del film, calibratissimo giuoco degli specchi che assomiglia alla vita, fosse delle sue attrici? La Kidman col naso ridisegnato ebbe l’Oscar grazie alla devozione mimetica più che alla tecnica recitativa. Fu più salomonica la giuria di Berlino che le premiò tutte e tre insieme. Rimane il senso del racconto di Cunningham, e della Woolf: storie di donne che si accontentano di “restare vive per gli altri” perché al fondo di ogni vita rimangono le ore, una dopo l’altra.

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MOU GAAN DOU di Andrew Lau & Alan Mak (2002)

27 Lug

Film TV: Primo capitolo di una trilogia tra mafia, polizia e affari interni dove le apparenze ingannano e le trame non lasciano scampo a nessuno. Parata di star del cinema hongkonghesi ha rilanciato il poliziesco in patria e ispirato il remake americano The Departed di Scorsese.

Morandini: Un film d’azione poliziesca che, mettendo d’accordo pubblico e critica, ebbe un successo tale nei mercati asiatici da provocare un sequel e un prequel. È facile identificare i contenuti tematici: tradimento, identità, moralità, lealtà; lo è meno distinguere il grano dal loglio nel brillante stile registico: la funzione dei moderni dispositivi tecnologici (computer, cellulari); la gratuità di molti movimenti della cinepresa, degli effetti sonori, degli stacchi di montaggio. Qua e là danno l’impressione di mascherare i buchi e i salti narrativi. Funzionali i due divi protagonisti, sopra le righe molti caratteristi, pleonastici i personaggi femminili. Cupa fotografia del regista Andrew Lau e di Lai Yiu-fai.

L’IMBALSAMATORE di Matteo Garrone (2002)

24 Mar

Morandini: Triangolazione funesta tra Peppino, uomo troppo piccolo che fa l’imbalsamatore, il cameriere Valerio, troppo alto, bello e fragile, e Deborah, aizzosa ragazza con la bocca rifatta sullo sfondo spettrale del Villaggio Coppola in via Domiziana e dei lugubri traffici della camorra. Scritto con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, ispirato a un fatto di cronaca romana, reinventato da Vincenzo Cerami in L’omicidio del nano (in Fattacci, 1997), è il quarto lungometraggio e un giro di boa per il romano Garrone, un raro esempio di noir all’italiana che sa coniugare cinema d’atmosfera con lo scavo psicologico e il racconto d’azione. A livello stilistico, è il miglior film italiano della stagione 2002-03, ammirevole per i modi con cui racconta l’intreccio tra ammirazione, desiderio (che compra e che possiede), omosessualità. Nel trio centrale fa macchia l’ex guantaio Mahieux che ha alle spalle plurime esperienze di cabaret, sceneggiate napoletane, teatro di prosa e cinema. Fotografia (Cinemascope): Marco Onorato. Due David di Donatello, Premio Casa Rossa a Bellaria.

Film TV: Peppino è di piccolissima statura e fa il tassidermista in una località del litorale casertano. Quando incontra il giovane Valerio, fa di tutto per prenderlo a lavorare con sé, stringendo con lui un rapporto sempre più ambiguo. Per questo film, più che Lynch, ritornano in mente Fassbinder e i suoi ambigui dolori. Quei dolori, quegli scarti, quell’ovvia incomprensione che impediscono ai tre protagonisti, sorta di naufraghi alla ricerca di un amore che possa giustificare il loro male di vivere, di interagire e di relazionarsi se non in forma violenta.

MIES VAILLA MENEISYYTTA di Aki Kaurismäki (2002)

18 Gen

Film TV: Tra i grandi autori di oggi, Kaurismäki ha tantissimo da dirci sulla condizione umana, sull’amore e la solidarietà, sulle situazioni sociali ed economiche di questo passaggio di secolo. Non dimentica mai, nelle sue storie minimaliste, il tessuto sociale che le genera. Non crede però che occorrano molte parole per raccontarle, ma piuttosto comprensione, pulizia e un filo di speranza. Più che minimalismo, la sua è parsimonia, pudore: di forma, mai di sentimento. Nei suoi lunghi silenzi, echeggiano improvvise frasi come “Piange una betulla se una foglia cade?“, si accendono amori a prima vista, brilla la solidarietà tra poveracci. L’autoironia è la sua arma e il suo schermo, ma il cuore salta sempre fuori, nei cani che attraversano i suoi film (qui è il “feroce” Hannibal) e nelle foto dell’attore-feticcio Matti Pellonpää che – da quando è scomparso – campeggiano sempre in un’inquadratura.

Morandini: Picchiato a morte e derubato al suo arrivo a Helsinki, un uomo senza nome e senza memoria fugge dall’ospedale e trova alloggio e cibo nel porto grazie alla pietà dei poveri diseredati e dell’Esercito della Salvezza. Tema ricorrente nel cinema che si affaccia sul 2000, l’amnesia è qui vissuta senza angoscia e diventa, anzi, tramite di una rinascita senza retorica e veicolo di umorismo freddo, ma non privo di malinconia, che impregna il racconto per virtù di stile, classico e modernissimo insieme. Adatto come film di testo per insegnare ai giovani come, a bassa voce e per immagini chiare e distinte, si possa fare con elegante e implacabile lucidità uno scandaglio critico del neoliberismo, della globalizzazione, del sistema bancario, della società del profitto. Poche e asciutte parole, molta musica (usata, come sempre da Kaurismäki, in modo geniale): persino i silenzi diventano fonti di comicità. Una volta tanto un film “in positivo” che, nonostante tutto, fa amare la vita: intelligente e non intellettuale. Gran premio della giuria a Cannes e premio per la Outinen.

SPIDER di David Cronenberg (2002)

5 Gen

Mauro Gervasini: Un viaggio al termine della follia e un viaggio nel cinema di David Cronenberg. La riflessione su un altrove falso (falso?) che non è su Marte, o sottoterra, o in mare, o incastrato in una tv che fabbrica consenso, ma è dentro di noi. (…) Con i suoi reticolati strani che diventano, in questo caso, la materia giallognola della pellicola: ragnatele, spaccature del vetro, carte da parati che sembrano fatte di catarro, tubi che attorcigliano; in un contesto che tende all’astrazione.

Morandini: Dal romanzo (1990) di Patrick McGrath che l’ha adattato col regista. Il sedicesimo lungometraggio di Cronenberg esplora gli anfratti umidi e vischiosi di una mente sconvolta, quella di un bambino che, dopo aver sviluppato un affetto morboso per la madre – parallelo alla ripugnanza per la figura paterna – è sprofondato in un infantile senso di colpa rimosso o trasfigurato. La sagacia registica è evidente: memorabile l’interpretazione “ragnesca” di Ralph Fiennes e notevole nella triplice parte Miranda Richardson; la cupa e claustrofobica ambientazione in interni (i muri, i fili) e in esterni (il gasometro, lo squallore periferico); gli agganci ai film precedenti e i rimandi letterari; l’allucinazione dello scrivere, anzi dell’essere scritti. Qualcosa, però, non funziona e frena l’empatia della spettatore. Non è soltanto il primario canovaccio edipico da manuale di psicanalisi, cioè l’incompatibilità tra sfera sessuale e sfera materna. È qualcosa che sta nei rapporti soltanto in parte risolti tra letteratura e cinema, e forse nello stesso romanzo di McGrath.

Film TV: Sarebbe stato impossibile trovare un regista più adatto di Cronenberg per narrare il solitario viaggio nell’incubo di Spider, per riuscire a rendere gli impercettibili confini tra i suoi mondi, per fargli rivivere da spettatore ciò che ha già vissuto da bambino (o forse no…). L’autore canadese è un maestro nella materializzazione di un’atmosfera che si fa racconto, sperdimento interiore, e nella frantumazione concentrica dei punti di vista, tanto da affogarci nella stessa incertezza di prospettiva del protagonista (uno straordinario Fiennes, la cui performance può essere valutata appieno solo nella versione originale), nella sua memoria e nella sua coscienza deragliate.Un film di “percezione” più che di “narrazione”; basato non su un plot, ma su una trama che pare modellata da Escher. Sentire i borbottii di Spider, intuire gli scarabocchi tracciati sui suoi quaderni, annusare l’aria che lui annusa. Nulla ha senso se non l’asfissiante odore di gas.

RESPIRO di Emanuele Crialese (2002)

25 Nov

Morandini: Tra interpreti non professionisti Valeria Golino è intensa e credibile, ma questo originale 2° film di Crialese (1965) non è un veicolo per la protagonista. Il suo ritratto è in funzione di un’isola, del mare, del sapore di sale e dell’odore di pesce, della ferina allegria dei ragazzi in caccia di coetanei da umiliare, di una piccola comunità incapace di accettare la diversità. Lo sostiene un talento visionario e sensuale (qua e là estetizzante) che trascende le componenti sociologiche e antropologiche, anche nelle suggestive riprese subacquee, metafora di un sogno di libertà. Fotografia: Fabio Zamarion. Dialoghi ridotti al minimo, scritti in italiano, tradotti in siciliano da Muzzi Loffredo e adattati al dialetto sicano. Premio della Semaine de la Critique a Cannes, ai Festival di Toronto e Atene e Premio Duel 2003. Distribuito in Francia e USA.

Film TV:

Il secondo lungometraggio di Emanuele Crialese, premio della Semaine de la critique al Festival di Cannes, lotta con l’estetica di Tornatore e di Aurelio Grimaldi e con l’incomunicabilità dell’Antonioni di L’avventura senza complessi di inferiorità. Il suo orgoglio è tutto siciliano. Così che la forza del suo intenso, a tratti bellissimo film, pare venire proprio da quel mare dove, alla fine, i protagonisti della sua storia vanno a tuffarsi e a rifugiarsi.

HEREMAKONO di Abderrahmane Sissako (2002)

26 Ott

Andrea Olivieri collaboratore sito Cinema del Silenzio

“Aspettando la felicità” è una canzone che inneggia alla bellezza del canto; è la canzone “karaoke” di un emigrato di Taiwan; è la gioiosa convivenza di un gruppo di donne e uomini che si ritrovano assieme; è un bambino sognatore, che non parla con nessuno, che sta sempre ai margini e che chiede al vecchio Maata di raccontargli ancora una delle sue storie meravigliose, un bambino che canta sempre un motivo in francese, anche quando vorrebbe che la morte non ci fosse, che vorrebbe già fare l’elettricista, il mestiere di Maata.
“Aspettando la felicità” è un dramma, è la fatica di vivere. E’ Nana, una giovane donna, il suo dolore lancinante per la bambina morta, il ricordo penoso del suo viaggio a Parigi per dirlo al padre.
E’ quella risposta: “Perchè sei qui?”. E’ l’angoscia del vecchio Maata per un amico che non è mai più tornato dal viaggio in Occidente. La morte che arriva inattesa, non spettacolare ma terribile, come quel corpo sulla spiaggia portato dalle acque, punto finale di un viaggio in Occidente andato male. La morte del vecchio Maata, che si accascia sulla spiaggia ormai stanco, inginocchiato con una lampadina in mano, è il simbolo precario di una vita a cui ha dato sempre la luce; quella luce ora persa per sempre.

Il regista Abderrahmane Sissako, al suo secondo lungometraggio, con uno stile essenziale e asciutto ma visivamente curato, costituito in prevalenza da piccole scene che si susseguono, ci consegna uno splendido film sull’attesa: dell’eterna partenza, della morte, della felicità, come recita il titolo. Perchè fin quando non si è stati in “quel” posto, si può sempre sperare che “l’altrove” sia migliore del proprio quotidiano, si può sempre sognare. Temi come l’esilio, la solitudine, il senso di estraneità, la paura del confronto con la modernità e con la propria storia, diventano così nel film di Sissako, poetiche metafore delle condizioni eterne dell’uomo: solo, in perenne viaggio e carico di speranza. Tutto questo raccontato in una pellicola che, avvalendosi della spontaneità e naturalezza di attori non professionisti e di luoghi naturali “debuttanti” sul grande schermo, lentamente conquista con la forza di immagini, potenza di silenzi e di sguardi di un cinema contemplativo, dove le emozioni e le sensazioni sono più importanti della narrazione.
“Aspettando la felicità” ha un ritmo che permette di pensare e guardare senza che il tempo, magicamente, esista più.

FAR FROM HEAVEN di Todd Haynes (2002)

25 Set

Morandini: Melodramma declinato al femminile e omaggio esplicito ai women’s films che negli anni ’50 Douglas Sirk dirigeva per l’Universal, facendo lo slalom tra i tabù dell’autocensura hollywoodiana. È un omaggio quasi fisiologico in cui forma e contenuto, convenzioni stilistiche e impatto emotivo sono inseparabili come in Sirk. Con una differenza: Haynes, sceneggiatore/regista, è in grado di dire apertamente quel che Sirk doveva sottintendere o alludere. Ci è riuscito con raffinatezza pudica, riunendo una squadra di competenti collaboratori: il direttore della fotografia Ed Lachman, lo scenografo Mark Friedberg e soprattutto la costumista Sandy Powell con cui aveva già lavorato in Velvet Goldmine, oltre ai tre infallibili interpreti principali.

Film TV: Haynes dedica un rarefatto e appassionato omaggio a Douglas Sirk e ai suoi fiammeggianti melodrammi, in particolare Secondo amore del 1955. Eccezionali i cromatismi della fotografia emozionale firmata da Ed Lachmann.

Claudio Bartolini: Lontano dal paradiso vivono gli ostinati pregiudizi razziali e sessuali, che nel Connecticut del 1957 condizionano fino a giudicare l’esistenza degli esseri (dis)umani. L’autunno della coscienza, con le tinte giallo-marroni del cortile di casa Whitaker e la vitalità delle foglie morte nel prato, un tempo fiorito. Julianne Moore, capelli rossi come quelle foglie, mostra la sua primavera interiore soltanto al giardiniere, il cui colore non è gradito ai bempensanti. Film-affresco, la cui perfezione cromatica illustra lo stato d’animo di una classe borghese più che mai svuotata di valori. Il trionfo dell’atrofia si consuma tramite il sorriso abortito della protagonista e l’accettazione passiva dell’inaccettabile.