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ROCCO e I SUOI FRATELLI di Luchino Visconti (1960)

1 Giu

Film TV: La famiglia Parondi è arrivata dal Sud a Milano, dove vive in misere condizioni. Film prediletto da Visconti, vi si riflette il dramma dell’emigrazione meridionale; straordinaria la capacità di vedere Milano attraverso gli occhi di questi “dannati della terra” costretti allo sradicamento per sopravvivere. Una tragedia greca in abiti moderni.

Morandini: Ispirato ai racconti di Testori (Il ponte della Ghisolfa, 1958). Una famiglia di contadini lucani si trasferisce a Milano negli anni del boom economico e si disgrega, nonostante gli sforzi della vecchia madre per tenerla unita. Nelle cadenze di un romanzo di ampio respiro narrativo con ambizioni tragiche e risvolti decadentistici, è il più generoso dei film di Visconti, quello in cui, con qualche schematismo, passioni antiche e problemi moderni sono condotti a unità. La congerie delle numerose e talvolta contraddittorie fonti letterarie (Mann, Dostoevskij) trova ancora una volta il suo punto di fusione nel melodramma, nella predilezione per i contrasti assoluti. Quella dell’Idroscalo è una delle più tipiche scene madri di Visconti. Osteggiato dai politici e bersagliato dalla censura, il film incassò nelle sale di seconda e terza visione più che in quelle di prima, in provincia più che nelle grandi città. La vicenda giudiziaria continuò fino al 1966 quando Visconti fu assolto in modo definitivo. Nel 1969 la censura ribadì il divieto ai minori di 18 anni e nel 1979 fu allestita una nuova edizione per il passaggio in TV con altri tagli.

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TIREZ SUR LE PIANISTE di Francois Truffaut (1960)

23 Mag

Film TV: L’umile pianista di un bistrot, Charlie, si trova casualmente coinvolto in un regolamento di conti di gangster ed è costretto a scappare. Secondo film di Truffaut dopo l’exploit de “I quattrocento colpi“. Non andò altrettanto bene e si attirò i commenti malevoli della critica; invece resta un bellissimo racconto che sceglie di affrontare un genere (il noir) con originalità ma senza superbia intellettuale. Tratto da un romanzo di David Goodis, già autore dello stupefacente “Dark Passage“, che si disse molto soddisfatto della versione truffautiana.

Morandini: Storia di un pianista dalla doppia identità che cerca di sfuggire alle sue “catene della colpa” ispirato all’eccentrico romanzo noir di David Goodis. Nel film, sostanzialmente fedele al libro, Truffaut pratica (seguendo la lezione di Jean Renoir, e quando non era ancora di moda) la mescolanza dei generi e dei toni con digressioni, spostamenti a sorpresa, sfasamento tra banda visiva e banda sonora, ricorso alla voce over con i pensieri di Charlie, dissolvenze incrociate, espedienti del cinema muto. Ne consegue un intreccio troppo complicato che allontanò il pubblico e spiazzò il più dei critici. Già il romanzo di Goodis non rispettava le regole del genere criminale. Truffaut gli fa fare qualche passo avanti, ma non dimentica mai il suo vero nucleo: l’amore legato alla morte. Mezzo secolo dopo rimane un film “di grande e ambiguo fascino, ironicamente e disperatamente vitalistico… di una malinconia luttuosa rara” (Paola Malanga). Scritto con Marcel Moussy. Fotografia (Dyaliscope): Raoul Coutard. Musica: Georges Delerue.

A BOUT DE SOUFFLE di Jean Luc Godard (1960)

22 Feb

Morandini: Michel Poiccard, ladro d’automobili, uccide un motociclista della polizia stradale che lo inseguiva per un sorpasso proibito. Opera prima di Godard, questo film sul disordine del nostro tempo divenne il manifesto della Nouvelle Vague e, insieme con Hiroshima mon amour (1959) di Resnais, contribuì alla trasformazione linguistica del cinema negli anni ’60, sfidando le regole canoniche della grammatica e della sintassi tradizionali. L’anarchismo di cui fu accusato (o per il quale fu esaltato) è più formale che contenutistico: nelle peripezie dell’insolente Belmondo che fa il duro, imitando Humphrey Bogart, si nasconde molta tenerezza.

Film TV: Michel è un giovane spostato: moderno erede dei romantici maledetti è incapace di vivere secondo le regole della società borghese. Ruba un’auto, fugge verso l’Italia, ma la polizia lo insegue. Da un soggetto di François Truffaut, il primo lungometraggio Jean-Luc Godard, uno dei titoli mitici della Nouvelle Vague: rivoluzionò il linguaggio cinematografico con la sua strafottenza delle regole canoniche, propose un nuovo, aggressivo e frenetico approccio al “fare cinema”, lanciò Belmondo come star.

LA DOLCE VITA di Federico Fellini (1960)

17 Nov

Morandini: Viaggio attraverso il disgusto, cinegiornale e affresco di una Roma raccontata come una Babilonia precristiana, affascinante e turpe. Una materia da giornale in rotocalco trasfigurata in epica. Uno spartiacque nel cinema italiano, un film-cerniera nell’itinerario felliniano con la sua costruzione ad affresco, a blocchi narrativi e retrospettivamente un film storico che interpreta con acutezza un momento nella storia d’Italia. Dopo lo scandalo ecclesiastico e politico, un successo mondiale. Lanciò, anche a livello internazionale, il termine “paparazzo”.

Mauro Gervasini: (…) non è solo un film, ma è ormai un modo di dire, persino una categoria esistenziale. Poteva esserci maggior paradosso per il capolavoro di Fellini che quello di diventare “luogo comune” negando nel suo diffondersi il proprio significato? Eppure non crediamo che esista nel nostro cinema un film più disperato di questo, che oltretutto sembra parlarci sempre dell’oggi, di come siamo e sicuramente saremo. Ancor più disperato, se si pensa che nel 1961 fu campione di incassi della stagione, esattamente come NON succederebbe oggi. Marcello non è Federico, ma siamo noi, o almeno quelli di noi che riescono a percepire come dietro quel refrain “Dolce vita” ci sia un mondo effimero, molto amaro.

Film TV: Marcello, malgrado le proprie ambizioni di scrittore, si è adattato al ruolo di giornalista mondano. Conosce e frequenta così il mondo dorato che gravita attorno a via Veneto, ne assorbe la mentalità e ne copia i comportamenti. Anche la sua vita sentimentale è sregolata per le avventure occasionali che logorano il suo rapporto con Emma, la donna con cui vive. Nemmeno la tragedia dell’intellettuale Steiner lo scuote. Fellini confessa la propria crisi (che è la crisi di un’epoca) dando voce al suo fedelissimo alter ego Mastroianni, e guidandolo attraverso l’affresco di una città dipinta con lirico sconforto.

Mereghetti: (…) un affresco composito di un mondo senza più nessun punto di riferimento, un viaggio nella notte durante il sonno della ragione, attraverso una civiltà corrotta e putrescente nella quale tutto crolla di schianto, valori autentici e falsi miti, tradizioni secolari e convinzioni nate appena ieri. Cult movie anche all’estero.